di Matteo Bonfanti
Non sono uno che vive la vita nel rosso fuoco della passione o nel nero dell’incazzatura. Dovessi scegliere due colori, direi che i miei rapporti sono quasi sempre grigi-azzurri, in quel modo che a Matteo Bonfanti si vuole benino, per lui, insomma, non ci si ammazza. Sulle mie strade non ci sono l’amore che strappa i capelli né l’odio che brucia i boschi fitti dell’anima. Così di solito, ad esempio quando suono, che spesso canto talmente a bassa voce che nessuno sente neppure le parole del ritornello, le canzoni arrivano dal mio cuore, io ne ho un po’ paura e allora certe sere non le faccio ascoltare nemmeno allo sparuto gruppo che segue le mie esibizioni. Nel giornalismo è lo stesso, non sono Saviano che si butta senza paura nella mischia rischiando di finire accoppato dai cattivi. Di Pasolini mi manca il coraggio di farmi insultare dall’uomo della strada o dai potenti se la notizia che balla tra la tastiera e le mani è di quelle fortissime.
Sono un cronista sportivo, il mio massimo è prendermela con l’arbitro che assegna un gol in fuorigioco o un calcio di rigore assai dubbio agli avversari dell’Atalanta. Nel calcio non ci sono ammazzatine, miserabili vendette, odi insanabili, forti come il fuoco. E in redazione si sta più che altro come al Bar Sport, a chiacchierarcela beatamente nel dilemma se sia più forte la Dea del Gasp o quella della cavalcata di Coppa delle Coppe con Stromberg a fare l’iradiddio. Si alza pure la voce, ma sapendo che è un gioco, una serie di mani a briscola chiamata al circolo del paese.
Sono un pacifico, non a caso in famiglia sono soprannominato Tranzollo Uno. Poi anch’io ho le mie eccezioni e sono due persone che mi rendono diverso, strafelice o incazzato duro, nel riso o nel pianto, più che altro nervuso quando mi trovo ad avere a che fare con le loro parole o immerso nei loro sguardi. Una di queste persone appartiene alla mia sfera privata e me la tengo per me, l’altra al mio ambito pubblico, il giornale, gli articoli che scrivo ogni giorno, e ve la racconto.
bendo2 Alberto Bendoricchio, classe 1981, calciatore, difensore che non ho mai visto giocare, ma che dicono assai forte, una lunghissima carriera tra C2 e Serie D, mi regala sentimenti forti. Intanto perché è un puro, uno di quelli che non le manda di certo a dire, poi perché è il primo giocatore che è costantemente contro il sistema di cui, penso suo malgrado, fa parte da sempre. Pone quesiti importanti, il Bendo, l’ha fatto pure dalle colonne del nostro giornale raccontando le miserie di alcuni arbitri, di certi direttori sportivi, di genitori che perdono la testa e si mettono a fare gli ultrà. Mi mandava il suo articolo tra le tre e le quattro di notte, ed era da leggere d’un fiato e lo impaginavo con gusto. Il lunedì usciva il nostro settimanale e scoppiava un casino bestiale. Mi è capitato arrivasse pure una delegazione di diesse e mister, sei o sette qui in redazione a menarmi il torrone, facce sconcertate che ci fosse uno che raccontava il giro del fumo con coraggio, nella totale verità dei giorni. Senza filtro, all’attacco di chi non vale e di chi bara, molto spesso a testa bassa anche contro di me, che mi accade di essere connivente con la peggio gente per via del mio ruolo, direttore, ossia quello che deve tenere dentro tutti, i buoni, i cattivi, gli infami e i falsi del nostro pallone.
bendo3 Il Bendo s’incazza, che essere una mosca bianca nel calcio lombardo gli ha messo nell’anima il rancore di certe notti solitarie, e quando lo leggo mi chiedo se ne valga la pena perché a essere completamenti onesti ci si fa minimo un nemico al giorno. Ovviamente la risposta non c’è, nella vita, lo insegnano i toltechi, si fa quello che ci viene, ad Alberto Bendoricchio gettarsi nella mischia, indomito, cercando di far capire al nostro mondo le falle del sistema, ciò che lo rende difettoso, bugiardo, qualche volta spietato. Voglio bene al Bendo, nonostante alle volte le sue frasi mi facciano venire il sangue alla testa perché troppo forti, troppo vere, soprattutto eccessivamente dirette. Resto dell’idea, comunque, che il nostro movimento abbia bisogno di una voce fuori dal coro, e mi piacerebbe vederlo magari già l’anno prossimo su una panchina importante, preziosa e, quindi, incasinata, con mille cose da tenere a mente per non rompere equilibri decennali. So che non si atterrebbe alle logiche che comandano ora nel nostro pallone, tipo “fai giocare quel ragazzo che suo papà ci fa da sponsor” o “metti in avanti il protetto dal nostro diesse”, e credo farebbe bene. Di certo sarebbe un bell’esperimento.
bendo6 La scheda
Nome: Alberto Bendoricchio
Ruolo: difensore
Nato l’8 maggio 1981 a Calcinate
Altezza 1,80
Peso 78 chili