ale3 di Matteo Bonfanti
E’ un po’ che non scrivo, sarà più o meno un giorno, ma ho il blocco per via di una biografia che è un po’ come l’ovo sodo di Virzì, che non va né su né giù. E’ il ritratto di Alessandro Dell’Orto, il mio maestro, ed è davvero difficile scrivere del collega che si ama di più al mondo, quello che vent’anni fa ti ha insegnato le regole della casa del Sidro e da cui ancora oggi prendi ogni volta a piene mani. I rischi in cui incappa l’allievo sono tanti: spesso si finisce a fare una lettera d’amore (“quanto è bravo il mio Ale, quanto è simpatico, quanto è bello, dio se è intelligente, mi scappella pure se ci scrivo un attimo su facebook”), con mia moglie Costanza che troverebbe finalmente il motivo per lasciarmi: “Ma se sei innamorato di Dell’Orto, perché io e te stiamo ancora insieme? Vai da lui, abita ancora a Verdello? Trasferisciti”. Oppure, ancora peggio, ci s’imbatte nel vero dramma di chi fa il giornalista: il leccaculismo: “Devo quel che sono ad Alessandro Dell’Orto, il migliore, un extraterrestre della penna. Mi prostro e sogno che mi frusti”.

ale5 Confessato che lo adoro, vi dico il peggio di lui, che però è strapiacevole, quindi parto da lì. Ho conosciuto Alessandro Dell’Orto nel 1999 alla Gazzetta di Lecco, io ero un collaboratore alle prime armi, lui era il mio capo ed era allo scazzo totale, in un momento di merda perché aveva lasciato il Giornale di Bergamo tra mille litigi e altrettante incomprensioni.
Arrivavo in redazione appena alzato ed ero uno che aveva appena cominciato a scrivere, col fuoco sacro a mille e la fregola di fare il pezzo per avere l’applauso del direttore, del condirettore, del vicedirettore, dell’editore, del caporedattore, del redattore e degli altri cento sopra di me. Il primo con cui parlavo era Alessandro, il responsabile delle pagine di provincia, che mi vedeva eccitato come un grillo e mi tranquillizzava. “Beh, Matte, adesso andiamo a mangiarci un gelato al lago, parliamo un po’ di figa e poi mi dici cos’hai in mente per la pagina di Cisano e Caprino Bergamasco. Diamo un taglio alle notizie e stasera andiamo a giocare a pallone contro quelli del Corriere di Como, che sono mezze seghe e vinciamo a mani basse. Li umiliamo”.

ALE1 Affascinante perché sicuro di sé, ma senza strafare, con l’autoironia dei forti, Alessandro Dell’Orto è uno dei giornalisti più famosi in Italia. Attore per diletto (e mi dicono sia bravo pure lì), indimenticato talento del nostro calcio dilettanti, spessissimo ospite delle tv nazionali, Ale si è inventato su Libero la rubrica “Soggetti Smarriti”, da cui ho copiato parecchio per dare vita a “Grandi Storie”. Lui intervista da dieci anni stelle che non hanno resistito al passare del tempo, io ascolto da un mese persone non illustri che però meritano gli onori della cronaca. Due mondi lontanissimi, direte, che minchia c’entrate voi due? Tanto, tantissimo, perché io da lui ho preso l’intervista fiume, l’idea che ogni vita abbia almeno dieci episodi meravigliosi, le foto che stanno a dimostrarlo, e poi la cosa più importante: quella di non guardare mai l’orologio quando si ha di fronte qualcuno che si racconta.

ALE2 Del mio maestro ho il modo di scrivere, estremamente semplice (“perché devi essere letto dal bambino di otto anni come dalla vecchina rincoglionita di 103”), eppure un sacco curato (“perché il periodo è musica”). Identico il rapporto con Vittorio Feltri (“che si ama e si odia perché è un genio”) e una certa propensione alla prostituzione giornalistica ben retribuita, diciamo di alto bordo. Alessandro più di me perché ha collaborato con La Repubblica, il Messaggero, la Gazzetta di Parma e Tuttosport mentre era già pagato da un altro quotidiano. Io mi fermo a Libero e alla Gazzetta dello Sport.
Amico d’infanzia di Mattia Feltri, un altro geniaccio della penna, Alessandro è ancora giovane, più o meno a metà tra i quaranta e i cinquanta, eppure sta già raccogliendo i frutti dei suoi articoli. Insegna all’università di Pavia, ovviamente giornalismo, e m’immagino quanto li faccia tutti innamorare delle sue frasi perfette, da artista, perché per lui il nostro mestiere è quello. Per me è artigianato ed è la nostra grande differenza.