di Matteo Bonfanti

Non so se vi capita, a me con Alessandro Ruggeri che sembra grande, ma non ha ancora trent’anni. Ci incontriamo di rado, ogni tanto, il giovedì sera alle Stagioni di Orio al Serio per via di Diego, il titolare che è un amico in comune. E ci si piace, ma tutti e due, presi dai rispettivi innumerevoli impegni, non si fa mai quel passo in più che ci farebbe diventare amici. Così si rimanda la serata che vorremmo dedicarci a data da destinarsi. Che, forse, non arriverà mai. In me resta il sottile dispiacere di conoscere un ragazzo che vale, per la sua forza d’animo e pure per le sue parole, ma di non averlo vicino.

ruggericolpadreSolo di sfiorarlo, che, comunque, è già tanto. Intanto Alessandro Ruggeri è cresciuto nell’ambiente peggiore che c’è, il calcio di Serie A, dei pescecani e dei trafficoni, restandone pulito. Ha vissuto momenti difficilissimi, la morte di suo padre Ivan dopo una lunga malattia, quella di suo zio Gianmario, freddato una mattina a Castelli Calepio, e non ha perso il sorriso. Parlando con lui, si ha l’impressione che Alessandro sia una persona d’oro, rara, in grado di vedere il bicchiere riempito dalla vita sempre mezzo pieno. Ad un certo punto è stato traboccante e Alessandro sarebbe potuto anche annegarci dentro. Amministratore delegato dell’Atalanta appena maggiorenne, dopo il malore accusato dal padre, si è trovato costretto a prendere le redini del club di Zingonia a solo ventuno anni. Il più giovane presidente nella storia del nostro pallone, nell’età in cui gli altri vanno a ballare e a far festa con gli amici, e, in più, in un momento difficilissimo dal punto di vista sportivo, fomentato da una mai chiarita contestazione ultrà.
Giovanissimo eppure già capace, impegnato anima e corpo a non far scendere i nerazzurri in B. A riprova le scelte fatte, su tutte quella di affidare la formazione ad Antonio Conte, l’attuale commissario tecnico della Nazionale. Non basta, nel 2009-2010 non serve nulla, perché in troppi a Bergamo giocano contro ad Alessandro che, a fine stagione, lascia vendendo la società ad Antonio Percassi.

Si chiude un’epoca nella vita di Alessandro che nonostante il finale conserva dell’esperienza atalantina ricordi bellissimi. “Mio padre è diventato presidente nel 1994, quando io avevo sei anni e da subito ha condiviso con me questa avventura portandomi allo stadio ogni domenica. Era un uomo laborioso, forte e appassionato, ascoltarlo era bellissimo. Stargli accanto è stata una vera e propria università e, scherzando, non lo chiamavo papà, ma presidente, perché aveva sempre in testa l’Atalanta, come renderla grande. Legati alla Dea, ci sono i momenti più belli della mia vita: la promozione in A con Colantuono, quella che ha reso più felice mio padre. Rivedo il nostro abbraccio, lunghissimo, dopo la decisiva trasferta di Catanzaro. Io scendo dal pullman e lui è lì, felice ad aspettarmi per chiacchierare della partita e del salto in Serie A”.

Attaccante per passione, “con poca voglia di correre”, saggio, “dipende tutto da Ivan, che era figlio di contadini e mi ha insegnato che la terra del cuore va sempre coltivata”, Alessandro è ancora nel calcio. E’ consulente di squadre importanti, gli addetti ai lavori dicono sia molto bravo. Lo era già da presidente dell’Atalanta, qualcosa che ha fatto poco e bene e che, magari, tornerà un giorno a fare per coronare il sogno di suo padre Ivan: l’Atalanta in Europa.