percassi1 di Matteo Bonfanti
Mi occupo di Percassi, scrivo di lui con una certa riverenza perché lo considero alla stregua del genio della lampada, l’unico al mondo che riesce a fare un sacco di soldi con una squadra di calcio e senza mai avere un tifoso che sia uno che s’incazzi almeno un pochino. Avesse avuto la faccia di Ruggeri, la Curva se lo sarebbe già pappato. Invece Antonio ha il viso angelico, il portamento affascinante, il sorriso accattivante e un discreto culo, che non lo fa mai finire in Serie B. E quindi può permettersi qualsiasi cosa: vende il meglio, spesso a cifre spropositate (vedi de Roon, passato al Middlesbrough per 14 milioni di euro), fa utili e poco importa se a livello di organico l’Atalanta di quest’anno somigli parecchio a un rebus: giovani di belle speranze, che magari si perdono, e vecchi eroi sul viale del tramonto, che spesso si spaccano e, se non si fanno male, giocano facendo una fatica boia.

Percassi_Antonio2 Percassi è così, un mago degli affari, beato lui. Lo è sempre stato. E il segreto del successo è che è anche un fenomeno nei rapporti, persino da giovanissimo, quando era un professionista del pallone, per otto anni, dal 1970 al 1978. Cresciuto nella Dea, pilastro della difesa bergamasca in B per un paio di stagioni, poi tanta panchina, quindi viene sacrificato dal club orobico per avere Ezio Bertuzzo dal Cesena. E il giovane Antonio non fa mai una piega, manco un lamento, un piccolo sfogo, neppure un’incazzatura in allenamento. Dicono di lui Serina e Corbani: “Stopper vecchia maniera, di poche parole, austero, elegante, già proiettato con la mente nel futuro”. Si ritira dal football ad appena 25 anni, non ci pensa due volte e investe quanto raccolto nel ramo immobiliare. Conosce Luciano Benetton, che non è ancora Luciano Benetton, ma lo sta diventando, ed ha uno dei suoi colpi di genio: l’apertura dei negozi monomarca, fighissimi, glamour, qualcosa che prima non c’era. I due partono, il primo punto vendita è a Bergamo. E’ un successo straordinario, i due si buttano a capofitto in una scalata imprenditoriale che nei favolosi anni Ottanta li porterà ad inaugurare mille store in tutta Italia. Quel che Percassi tocca diventa oro, capita nella moda, Zara e Kiko, succede nei giocattoli, la Lego, o nell’edilizia, Orio Center. Scommesse vinte, tutte tranne una, l’Atalanta, almeno nella sua prima gestione.

percassi5 Ormai ricchissimo, nell’autunno del 1990 rileva il quaranta per cento del club nerazzurro dalla famiglia Bortolotti per sei miliardi di vecchie lire e ne diventa presidente. Ha idee rivoluzionarie, sogna una Dea capace di giocarsela alla pari con le potenze del nostro calcio, Milan, Inter, Napoli e Juve, fa campagne acquisti sontuose, porta a Bergamo veri e propri campioni, Alemao, Montero, Sauzée, Rambaudi, Ganz, coccola quelli che ha già, l’addio di Stromberg è tra le serate più emozionanti nella storia atalantina, fa affari incredibili come Caniggia alla Roma per 11 miliardi e mezzo o Porrini alla Juve per 11 o Bordin al Napoli per 4.
Non riesce a costruire lo stadio che vuole, una sorta di Juventus Stadium ante litteram, dove passare in tranquillità l’intera giornata con i propri famigliari, perché il Comune gli dice no. Allora riorganizza il settore giovanile, potenziando Zingonia e regalando al suo successore, Ivan Ruggeri, quell’incredibile fortuna che è stata la gestione del vivaio da parte di Mino Favini. Lascia il 23 febbraio del 1994 perché i risultati sportivi non gli danno ragione. E la prima era all’Atalanta finisce senza gloria.

percassi4 Di tutt’altro tenore è invece la seconda presidenza. Rileva la Dea, non si è mai chiarito a quanto, comunque a poco, dalla famiglia Ruggeri, ormai stremata da una contestazione della Curva assai strana, quasi orchestrata da un regista invisibile. Si insedia e galvanizza l’intero ambiente, giornalisti sportivi compresi, che sognano il ritorno in Europa. Trionfale promozione in Serie A al primo colpo, stagione 2010-2011, grazie a un mercato straordinario, poi cinque salvezze consecutive, un record. Parla poco, sempre e solo agli amici dell’Eco di Bergamo o in rare occasioni allo stadio, al centro del campo, facendosi scappare qualche frase in dialetto, che spesso finisce su una maglietta da collezionare.
Da giornalista innamorato delle strategie di comunicazione, trovo che la gestione percassiana dell’Atalanta sia geniale per tanti motivi, su tutti per via di due concetti chiave assai opinabili, ma che hanno fatto breccia nei cuori del popolo nerazzurro. Sant’Antonio ha introdotto la bergamaschità, che è un concetto semplice, preso in prestito dalla Lega Nord delle valli. Per Percassi gli orobici sono fighissimi, simpatici, belli, forti, intraprendenti, baciati dalla fortuna e legati alle loro tradizioni, insomma il meglio che c’è. E proprio per questo devono passare due pomeriggi al mese tra di loro, tutti insieme, allo Stadio Comunale, il loro tempio. Poi il presidente ha messo in testa a noialtri, il folto gruppo di giornalisti sportivi, che la Dea non è (solo) sua, ma è un patrimonio collettivo. Che non si critica, ma si sostiene nella buona e nella cattiva sorte. Le sue parole sono piaciute un sacco, inchino collettivo e abbiamo smesso di fare il nostro mestiere, che è scrivere pure se le cose vanno male. Percassi ringrazia e va per la sua strada, vende quelli bravi (de Roon, Cigarini, Consigli, Bonaventura, Peluso, Padoin, Gabbiadini…) e scommette sui giovani (vedasi il centrocampo titolare di quest’anno formato da Spinazzola, Kessiè, Kurtic, Grassi e D’Alessandro) sapendo che tanto noi siamo comunque contenti e gli diremo bravo. Pure oggi. A zero punti in classifica.