di Simone Fornoni
“Hai bisogno?”. L’eco delle reminiscenze in sala “Gaetano Scirea” del centro sportivo di Verdello, davanti a un paio di giornalisti che spesso si riducevano all’unità. La sintesi vocale dell’essenza di Armando Madonna. Alla mano, ma pronto a spiccicare parola per spiegarti la sua idea di calcio solo se proprio non se ne può fare a meno. E soprattutto informale. Con quelle scarpe rosse in coda alla tuta celeste, la chioma lunga e il sorrisetto. Se l’immagine della primavera è la salvezza in bianconero da alzanese purosangue alla guida della Virtus Bergamo, l’album dei ricordi dell’ex ala destra che aveva tutto per sfondare ma ce la fece fino a un certo punto ha i colori sociali della Favola AlbinoLeffe.

armandomadonna3 Il picco della carriera sotto la volta di plexiglass. La serie A sfiorata, un eccellente anno zero, un esonero per una paperessa di Pelizzoli su un tiraccio dell’ex Gabionetta contro il Crotone e una mezza litigata con il presidente Gianfranco Andreoletti, la chiamata alle armi-bis in Lega Pro con cacciata alla seconda di Natale del 2013, per far posto a quell’Elio Gustinetti cui aveva scippato la cavalcata quasi trionfale verso la riedizione made in Serio del miracolo Chievo rimpiazzandolo in chiusura di regular season nel mitico 2008. Il Brescia scartavetrato, il Lecce troppo forte nella doppia finale: playoff da favola, per l’appunto. Se il presente è incerto per il Mindo, mister poche chiacchiere e tanto lavoro, il passato nemmeno lontanissimo è il suo fiore all’occhiello. La serie D della Neonata Fusione s’è parata il didietro col 3-5-2, ma il verbo di allora era Cellini-Ruopolo a far danni e fasce blindate, oppure 4-1-4-1 con il Kojak della mediana Caremi a testa bassa. Le geometrie di Pippo Carobbio, le invenzioni del già citato brasileiro butterato dai bisnonni cremonesi, i polmoni e il cuore del tuttofare Simon Laner. I petali più profumati della rosa del Day After, quando ancora la Celeste si allenava nella Bassa e non nel quartier generale di Zanica come all’indomani della retrocessione. E furono comunque playoff sfiorati, a onta dei sacrifici da plusvalenze Marchetti (Cagliari) e Peluso (Atalanta) e degli addii di Paolo Foglio e Colacone. Il pari coi Pitagorici un brutto giorno dell’autunno successivo e in sella torna Emiliano Mondonico: al buon Armando, padre premuroso ma anche guida inflessibile del pargolo Nicola, la sua copia da giocatore con più attitudini difensive (“Se la prendano con me invece di fischiare lui”, uno dei mantra dell’epoca), tocca un prosieguo da girovago della panchina, dal ritorno al Piacenza (playout fatali col Baffo di Rivolta) al Portogruaro in Lega Pro passando per un altro giro di B a Livorno, con Attilio Perotti a subentrargli nel finale. Nello scorso autunno, il risveglio dal biennio sabbatico, al capezzale della squadra della sua cittadina, out il bresciano Luca Inversini: prima sessione il 9 novembre, due giorni più tardi scontro con la Grumellese dell’amico Roberto Bonazzi, a suon di “Solo ad Alzano avrei potuto accettare di lavorare in questa categoria”.

ArmandoMadonna Se il futuro resta avvolto nella nebbia, sperando di saperne di più magari entro il compleanno (il 5 luglio saranno 52), merita qualche riga anche la vicenda da calciatore. Se è vero che coi piedi dà tuttora la paga a molti suoi boys, lo sguardo retrospettivo inquadra un’incompiuta di classe. Destripede, un’ala d’attacco cui riusciva un po’ innaturale fare il tornante come richiesto ossessivamente in quegli anni di calcio rigorosamente all’italiana. Cresciuto nell’Atalanta, dovette esordire in C1 nel 1981, decisamente nel momento sbagliato, e farsi la B con Ottavio Bianchi per poi essere mollato al Piacenza, dove si smazzerà una cinquina d’annate, capocannoniere (13) della subitanea promozione in C1 e successivamente (12) in B, nel 1987, sotto il bergamasco Titta Rota, con un altro prodotto nerazzurro come Gianfranco Serioli centravanti. Quindi il ritorno alle origini nerazzurre per due giri di corsa agli ordini del Mondo, ovvero piazzamento Uefa, altra dozzina di palloni nel sacco e due presenze in coppa nel primo (e unico) turno con lo Spartak Mosca, la parentesi nella Lazio di Dino Zoff, quella supplementare sulla via Emilia (salvezza con Gigi Cagni), la Spal e soprattutto l’AlzanoVirescit. Il sogno Serio the original, quello del presidentone Franco Morotti, capace di conquistare la serie cadetta ai danni del Livorno all’alba del novantanove (mettiamoci anche la Coppa Italia di C l’anno prima) grazie a Claudio Foscarini, ex centrocampista gigliato, dopo essersi issato dal campionato nazionale dilettanti alla terza serie nel ’95’-’96 con la guida di Giancarlo D’Astoli. Il resto è storia conosciuta: l’addio a scacchi a trentanove anni, l’apprendistato in panca con Gianpaolo Rossi, le giovanili andreolettiane e via, lanciato nel limbo perenne di un mestiere fra i più ingrati e bersagliati dall’irriconoscenza che esistano.