di Giacomo Mayer
Fitzcarraldo realizzò un’impresa  di niente rispetto all’audacia di Bartolomeo Colleoni che portò una trentina di navi da guerra da Venezia sul lago di Garda. E’ il 1439 Colleoni si trova a Venezia per presentare la sua folle proposta al Senato della Serenissima: Brescia, assediata dal Piccinino, è allo stremo e se la Leonessa cade Milano s’impossessa del lago di Garda e la supremazia di Venezia si sgonfia. Come aiutare i bresciani?  Il condottiero bergamasco esplica il suo progetto “Salveremo Brescia spedendo sul Garda una piccola flotta con soldati e vettovaglie”. I senatori lo guardano stupiti: “E’ il solito capitano di ventura fuori di testa” anche perché sanno che Peschiera e Desenzano sono in mano all’esercito visconteo. Colleoni, stizzito e poco incline ad accettare i sofismi e i distinguo dei politici, chiarisce: “Arriveremo a Rovereto e da lì con carrucole, funi e buoi attraverseremo la valle de Cameras fino al passo di San Giovanni per approdare sul lago a Torbole. Però mi servono quindicimila scudi”. I senatori insorgono e gli danno del matto, si sentono presi in giro da un mitomane, modesto nobiluccio della pianura bergamasca. Interviene il doge Francesco Foscari,  le cui mire espansionistiche erano note ai senatori della Serenissima, che accetta la proposta colleonesca: “Se fallirai, ti taglieremo la testa”.  L”ardua impresa riesce tant’è vero che, in seguito, Venezia fece erigere un monumento equestre, al campo San Giovanni e Paolo, opera del Verrocchio. Condottiero di ventura fra i più famosi del suo secolo, controversa la storia dei suoi “tre testicoli” che appaiano nel suo stemma araldico. Secondo alcuni storici era affetto da poliorchidismo, secondo altri è stata una leggenda diffusa dal condottiero per sublimare la sua forza e le sue virtù militari.
L’infanzia di Bartolomeo Colloeni, nato a Solza nel 1395, fu tragica. I cugini prima uccisero il padre e poi il fratello maggiore per impossessarsi del castello di Trezzo. Fugge a Piacenza da Filippo Arcelli. Non ancora ventenne si unisce a Braccio di Montone e si fa notare nella battaglia di Acerra per ardimento e coraggio. Anzi è un temerario senza paura, un bergamasco duro e puro direbbero i protoleghisti. A Napoli si mette al servizio della regina Giovanna e leggendo poeti e scrittore di un tempo ma anche d’oggidì, ne diventa il suo amante. Tra i due ci sono quasi trent’anni di differenza. Colleoni ha un ‘ambizione smisurata e un’alterigia non comune, vuole essere un condottiero famoso e ricco. Nel Quattrocento i capitani di ventura erano come i top player del calcio. Papi, imperatori, re e duchi se li contendevano a suon di migliaia e migliaia di scudi. Invece di conquistare scudetti e Champions, vincevano guerre sanguinose e sanguinarie, conquistavamo città e contadi mettendo mezzo mondo a ferro e a fuoco. Il nostro concittadino è in primo piano nella battaglia dell’Aquila e nella riconquista di Bologna. Poi comincia il suo travagliato rapporto con la Serenissima. Si aspetta di essere nominato capitano generale, invece viene scelto Gianfrancesco Gonzaga. S’arrabbia e si ritira nelle su terre (Martinengo, Malpaga, Urgnano e Romano). Sposa Tisbe Martinengo dalla quale avrà nove figlie, la più famosa è Medea, morta giovanissima, che riposa in eterno nella famosa Cappella a fianco della Basilica di Santa Maria maggiore. E sotto l’Arca maggiore il corpo del Colleoni viene scoperto il 21 novembre 1969.  L’avventurosa vita di Colleoni è ricca di colpi di scena, voltafaccia, una forte dose di ambiguità politica: prima con la Serenissima, poi con Visconti, quindi ancora con Venezia, poi con Francesco Sforza, duca di Milano, e di nuovo con Venezia che finalmente lo nomina capitano generale fino alla morte che avviene, nella quiete di Malpaga il 2 novembre 1475 a ottant’anni. Comunque il Nostro è stato un innovatore sia in agricoltura che nell’arte militare inventando le corazzate (gli scontri navali sul Garda) e i carri armati (spingarde legate su piccoli carri nella battaglia di Molinella).

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