di Matteo Bonfanti
Cesare ha una mamma, si chiama Carla. Ed è una persona bellissima, dolce come le canzoni di suo figlio che di cognome fa Cremonini e credo che oggi sia il cantante di maggior successo in Italia. L’ho conosciuta solo ultimamente, prima non sapevo di Carla. E’ la zia di mia madre, altra donna incredibile, ma che ha partorito me, un uomo normale. Va così la discendenza, funziona a caso, non è che se sei una femmina magnifica tiri fuori, per forza, un bimbo incredibile. Può capitarti, è il caso di Carla, ma anche no, è successo a Valeria, ma in fondo non è importante perché in famiglia conta solo l’amore. E’ l’unico ingrediente necessario per tirare grandi dei bambini.

Per via di un amico, Fabio, altro ragazzo che penso abbia una mamma dal carattere stupendo, mi sono messo a chiamare Carla. C’era che Fabio sognava di vedere Cremonini all’opera, allora le ho chiesto se era possibile avere due biglietti per il concerto di Milano. A margine, con Carla, ci siamo messi a chiacchierare perché il demone che ho e che mi ha fatto fare il giornalista si nutre di notizie, ma non di quelle normaloidi. Ama lo scoop, piccolo o grande. Per chi scrive è spesso così: ci si fa un’ideuzza e si va avanti a testa bassa. E infischiandosene che sia sbagliata, si parte a caccia di prove vere o verosimili. Bene, la mia testa balorda era partita da questo assunto: nell’anno di grazia 2016 Cesare Cremonini è quello che era Mick Jagger nell’Inghilterra del Sessantotto. Grandi successi. E donnacce, viados, alcool, droghe, strisce, tradimenti, puttanate e così via. Insomma una vita maledetta.
Ma se si cerca una storia del genere, si telefona agli amici della rock star. Non a sua mamma. Perché le madri migliori sono sempre e per sempre dalla parte del proprio figliolo. Proprio come Carla. Che gli dicevo che Cesare non mi piaceva perché sono un comunista complessato, amante del free jazz, e mi rispondeva di ascoltare le parole, le avrei trovate comunque vicine. E poi mi raccontava che Cesare è estroverso, ma anche assai sensibile ed entrambe le cose ce le aveva addosso pure da bambino. Ed è generoso, di quelli che si spendono per gli altri, che anche quando sono giù, tristi e sottoterra, finiscono comunque a fare il loro spettacolino, il salto doppio da una sedia all’altra, la poesia, giusto perché è giusto – quando si è in mezzo alla gente – impegnarsi perché sorridano tutti, i belli e i brutti.

Tanto altro di Carla mi ha colpito. Le sue preoccupazioni sul clima del Nord (“che se fa troppo freddo, Cesare mi prende il mal di gola e giovedì a X Factor gli salta addosso l’emozione”; “che se c’è un sacco di nebbia e va in macchina è pericoloso e non dormo a pensarlo in giro”), ma soprattutto che a ogni frase su un figlio ne corrispondesse una di uguale intensità sull’altro, Vittorio, un tipo ombroso (introverso, profondo, sicuramente molto affascinante). E che non suona, non è famoso, non finisce sulle copertine dei giornali, ma che Carla ama in modo identico, con la stessa intensità, quasi che l’amore tra due figli si dovesse pesare su una bilancia per non far torti a nessuno. Anch’io sono così coi miei, Vinicio e Zeno, li adoro in parti uguali, manco avessi il misurino.
Alla fine di scoop non ne ho fatti. Non so se Cesare sia uno sballone o uno stinco di santo. E a questo punto non è neppure così importante. A me resta che alla fine ho invitato i Cremonini a farsi una notte a Bergamo per sdebitarmi più che dei biglietti delle parole di Carla. Che, magari, verrà a trovarmi da sola oppure porterà Cesare o arriverà insieme a Vittorio o magari con tutti e due e pure con suo marito, lo zio Giovanni.  Quel che sarà, sarà. Li porterò in un ristorantone, alle Stagioni. Gli verserò un sacco di vino e non parleremo di musica. Ma di come si amano i propri bambini. Cercherò di imparare da Carla qualcosa che non so ancora e che mi verrà utile tra una ventina d’anni quando Vinicio e Zeno saranno grandi.