di Matteo Bonfanti
La vita a volte è meravigliosa. Vedere per credere la storia di Giorgi. Primo di sette fratelli, Carlo quando era giovane sognava la bicicletta. Non per correre, ma per andare a lavorare in cantiere. Ora, a più di quarant’anni di distanza, Carlo Giorgi è il presidente della squadra di ciclismo più forte della Lombardia. Un paio di numeri per far capire la portata della corazzata costruita in due decenni dal numero uno delle due ruote orobiche: 22 come i successi raccolti in un solo anno, il fantastico 2008, dalla formazione di Torre de’  Roveri;  178 come le corse vinte dai ragazzi giallorossoazzurri dal 1996 a oggi. Considerando che le gare in una stagione sono più o meno una ventina, significa che il Team Giorgi ne vince una su due. Il merito? Di un uomo solo al comando, appunto Carlo, che, nonostante una vita di successi, è una persona straordinariamente alla mano, con un’idea sempre in testa: vincere. «Il secondo posto? E’ solo il primo degli ultimi – esordisce Carlo Giorgi, imprenditore edile tra i più importanti della nostra provincia -. Quando non vinciamo, mi arrabbio, è più forte di me. E visto che non voglio darlo a vedere ai miei corridori, che magari in gara hanno dato tutto, scappo via. Dico al mio diesse che sono all’ostia. E lui sa che è meglio lasciarmi andare per i fatti miei».

Bici06 In tanti anni di ciclismo, hai scovato e cresciuto i maggiori talenti bergamaschi. Come si riconosce un campione? «Dalla serietà e dallo spirito di sacrificio. Correre è bellissimo, ma è anche faticoso. Per vincere non bastano le doti tecniche, serve l’impegno. Bisogna allenarsi ogni giorno, seguire i consigli dei dirigenti del team e fare una vita da sportivi, che significa anche andare a letto presto. Perché se un mio corridore è ancora in giro il sabato alle due di notte, la domenica mattina arriverà ultimo».
Quando e soprattutto perché hai deciso di buttarti anima e corpo nel ciclismo giovanile? «Il Team Giorgi è nato nel 1996. La stagione prima gli allievi dell’Albano erano molto forti e io davo una mano come sponsor. L’Albano, però, si fermava a quella categoria. A Messa, un mio caro amico che era dirigente della società albanese, dispiaceva per il gruppo di ragazzi. Non fosse nata un’altra squadra, molti di loro avrebbero smesso di correre. Poi Messa era gravemente malato. E io, per tirarlo su, gli ho proposto di dar vita a un team tutto nostro nella categoria juniores. Io presidente, lui direttore sportivo. E siamo partiti, ecco i Fratelli Giorgi».

Dei centoosettantotto successi della tua corazzata, quali sono quelli che ti sono rimasti nel cuore? «La Tre Giorni Orobica vinta nel 2009 dal nostro Francesco Sedaboni con una straordinaria azione nell’ultima tappa. E un’altra bella impresa sempre di Sedaboni, nel suo ultimo giorno con la nostra maglia, il 18 ottobre del 2009, a Camignone: fuga dopo pochi chilometri dal via e corsa tutta al comando, un trionfo».

Hai visto diventare grandi tantissimi ragazzi. C’è un tuo corridore a cui sei rimasto particolarmente legato? «Premetto che fare il presidente di una squadra di ciclismo, è un po’ come fare il padre. E un padre non fa differenze tra i suoi figli: si affeziona a tutti allo stesso modo. Vuole bene sia a quelli che vincono dieci gare in una stagione che a quelli che non riescono a centrare neppure un piazzamento. L’importante è che i corridori abbiano sempre rispetto degli sforzi che faccio io come presidente o che fanno i miei collaboratori, i dirigenti del Team Giorgi. Insomma non voglio che ci prendano in giro. Noi li mandiamo in Sardegna a fare la preparazione, li seguiamo in ogni allenamento, li portiamo alle corse più importanti. In cambio pretendiamo da loro il massimo impegno, il rispetto per il nostro lavoro».

Sei uno dei maggiori esperti di ciclismo della Bergamasca. Facciamo un gioco: puoi tornare indietro nel tempo e tesserare per il Team Giorgi un campione del passato, chi scegli? «Ne prendo due: Felice Gimondi e Giuseppe Saronni. Da giovane, Gimondi per me era una malattia. C’era Merckx che vinceva molto di più, ma Felice aveva una classe straordinaria. Quanto a Saronni, di lui amavo il guizzo, il colpo quando nessuno se lo aspettava».

Bici01 Guardando le tue foto, possiamo dire che tra i ciclisti del passato c’è anche un certo Carlo Giorgi. «La bicicletta è sempre stata la mia passione. Ho corso per una ventina d’anni ed ho anche vinto qualche gara. Del ciclismo amo la salita, la fatica, la sensazione di andare oltre i propri limiti fisici. Anche nella vita sono uno che non molla mai. E che non riesce a stare mai fermo. Per lavoro, ogni settimana, faccio duemila-tremila chilometri. Mi piace, non potrei fare diversamente».
Pantani, Contador, Armstrong. Il ciclismo è spesso vittima del doping… «Per quanto mi riguarda, se venissi a sapere che nella mia squadra c’è un corridore che si dopa, chiuderei per sempre la società. Sono andato per vent’anni in bicicletta e non ho mai preso una pastiglia. E’ una cosa che non tollero».
Carlo Giorgi e il calcio. «Come tutti i bergamaschi ho l’Atalanta nel cuore. Ma sono da sempre tifoso del Milan e per noi rossoneri non è un gran momento. La sconfitta contro la Juventus brucia ancora».

Carlo Giorgi e la fede. «Ho uno zio prete e una zia suora, in chiesa ci sono sempre andato. E mi facevano arrabbiare quelli che chiacchieravano tra di loro durante la messa. Ma poi è morto mio fratello, che era una persona buona e mi sono chiesto: perché Dio porta via un uomo così bravo e lascia al mondo tanta gente cattiva? La morte di mio fratello è stato uno shock, eravamo molto legati. E’ stata una cosa che mi ha messo in crisi con tante cose, anche con la fede, anche col ciclismo».

Carlo Giorgi e la famiglia. «I famigliari sono le persone più importanti. Dai miei genitori che mi hanno messo al mondo, ai miei fratelli, a mia moglie, ai miei figli, ed, ora, ai miei tre nipotini».

Bici03 Carlo Giorgi e Torre de’ Roveri. «E’ il mio paese. Sono nato in via Castello 22, ora abito in via Castello 16. Ho viaggiato tanto nella mia vita, sia per lavoro, sia andando in vacanza. Ma non ho mai pensato di cambiare il mio paese con nessun’altro al mondo».
Una vacanza. «In Nepal. Sono arrivato fino a 6700 metri di altezza. Facevamo i passi di montagna, eravamo sempre a camminare. Ho dei ricordi bellissimi».
Tutti gli addetti ai lavori sanno che, oltre al ciclismo, hai un’altra grande passione. «E’ la caccia. Mi rilassa, ci vado con i miei amici ormai da trent’anni. Adesso andiamo in Romania. E sulle nostre trasferte in Romania, mi diverte raccontare questa storia che mi è accaduta qualche tempo fa. Una persona di cui preferisco non fare il nome, una volta si è aggregata a noi perché pensava che nell’Europa dell’Est ti capitassero ogni sera dieci donne nel letto. Noi gli abbiamo detto che non era così, ma lui è voluto venire lo stesso. Ed è rimasto deluso. In quei boschi si va per cacciare… le lepri, non le donne». CGiorgi