consonokkk di Matteo Bonfanti
Il mio porto sepolto si chiama Consonno ed è una storia complessa, di un centinaio di sogni infranti, una vicenda esemplare dell’Italia che è stata e di quello che è l’animo umano che spesso si fissa su una cazzata, lo lasciano fare e lui se ne fa travolgere, ammattendosi. Ma non è per questo che il mio pensiero torna tra quelle macerie almeno una volta al giorno. E’ anche il luogo in cui vent’anni fa sono diventato un giornalista. Consonno sta sopra a casa dei miei genitori e da adolescente ci andavo a fumare le canne coi compagni di liceo. Quando è stato che ho iniziato a scrivere per la Gazzetta di Lecco, Dario, che era il mio caporedattore, mi ha detto di mettermi, di sapere a che punto si era arrivati con quella follia perché nessuno l’aveva mai fatto seriamente e a tanti sarebbe interessato scoprirne il passato, il presente e, soprattutto, i possibili scenari del futuro. Ed ero partito a raccontare quel casino lungo mezzo secolo ascoltando le parole del più umile dei protagonisti, un vecchio di cui non ricordo il nome, un uomo dalle mani grandi e dalla pelle che sembrava fatta di cartavetrata. Faceva il contadino, aveva quattro bestie, una mucca e tre galline, ed era l’unico abitante rimasto a vivere tra quei futuristici ruderi. Da lui ero passato alle frasi degli eredi ed era stato un viaggio unico, zeppo di colpi di scena, da film americano, con l’immancabile comparsa del solito millantatore presunto amico d’infanzia di Silvio Berlusconi, “che è stato qua e ha deciso di ricostruire ogni cosa daccapo coi miliardi di Fininvest”.

consonnokok Ma c’è pure dell’altro a legarmi alla disperata frazione di Olginate: ci andavo in motorino, con il mio Zip, e avvicinandomi ne sentivo sulla pelle la magia. Ci vado ancora, sempre meno, una corsa se sono a Valgreghentino, da mia mamma, ci porto i miei bambini, andiamo a piedi e ogni volta sento i brividi. Parecchio credo dipenda dalla presenza del fantasma del Conte Mario Bagno, l’assoluto protagonista del disastro. Intanto l’uomo, un imprenditore senza scrupoli, nato a Vercelli, nel 1900. Nel dopoguerra fa il botto, un sacco di soldi fabbricando case e costruendo autostrade nell’Italia da inventare coi dollari degli americani. All’inizio dei favolosi anni Sessanta, ormai ricco sfondato, decide che è venuto il momento di dar vita al progetto partorito da ragazzo: una città dei balocchi per adulti.

conscontmariobagno2 L’impresario ha le idee chiare, il luogo è Consonno, ci è andato da giovane, in villeggiatura perché quella frazione ha l’aria buona, a settecento metri da terra, vicina alle nuvole. Se ne innamora e la compera. Gliela vendono due amici suoi, della medesima risma, i commendatori Anghileri e Verga, proprietari dell’intero borgo. Se ne disfano al prezzo di ventidue milioni e cinquecentomila lire, pochissimo. Per quella cifra il Conte acquista cento case e centosettanta ettari di terreno, insomma l’intero incantevole complesso rurale che era nato più o meno nel 1400. E’ il 1962, siamo in un altro mondo, totalmente privo di una coscienza ambientale, viviamo in una nazione, la nostra, dove si può distruggere persino una montagna se bisogna trovare il posto a una decina di palazzoni.

consruspestradaruspa Così, col benestare dei politici di allora, Bagno riesce a buttare giù tutto ad eccezione della chiesa, della canonica e del cimitero perché i preti non vanno toccati e pure coi morti è meglio non scherzare. Arrivano le ruspe e abbattono le cascine con dentro gli abitanti, sessanta famiglie a cui nessuno ha detto né del cambio di proprietà dei loro appartamenti né che lì sorgerà il più grande “parco dei divertimenti della Lombardia”, “la Rimini brianzola”. “Bisognava solo scappare in fretta e furia”, racconta oggi chi c’era sentendo un’altra volta addosso la paura dei mezzi cingolati accesi e allineati, pronti a scatenare la guerra di Mario.

consonno_0013 In quattro e quattro otto, con materiali scadenti, il Conte Bagno edifica un mostro, giganteschi edifici di sabbia e cemento ricopiati dalle cartoline che gli mandano i suoi amici ricchi dall’India o dall’Egitto o dall’America o dal Sud Africa. E’ ancora tutto lì, da vedere, oggi, 20 maggio 2016, pare “The Day After”: sipario alzato sui resti del minareto, del night club, della torre araba, del bar giapponese, del grand hotel francese, della collina dimezzata con la dinamite, “tagliata a metà per vedere il panorama”. E poi i cartelli arrugginiti, “Qui è tutto meraviglioso”, “A Consonno è sempre festa”.
E’ stato davvero così, un decennio di luci fino all’alba, tra il 1965 e il 1975, coi big della musica italiana a cantare, Celentano, Johnny Dorelli, Mina, Milva, i Dik Dik, un po’ come dire adesso Cesare Cremonini, Ligabue, Emma, la Pausini e i Negramaro insieme a far serata all’Aquafan, e coi campioni delle moto, a sfrecciare sulla pista in mezzo ai fan. E col fiume di gente immaginato dal Conte Bagno, un esercito di giovani meneghini, ragazze e ragazzi figli del boom, prossimi alla Milano da bere che sarebbe iniziata poco dopo. Vanno a farsi fotografare mentre ballano o se ne stanno in posa vestiti da sposi a farsi immortalare in quel posto fichissimo,  leggendario.
E’ una favola per il nostro Mario. Che però non ha fatto i conti con due cosine mica da ridere: la natura che s’arrabbia se le costruisci sopra alla cazzo e le elezioni comunali a Olginate, il paese dove hanno trovato casa i tanti scappati da Consonno. C’è la frana del 1976, che distrugge la strada per raggiungere la Las Vegas lariana, e ci sono i nuovi amministratori, giovani e di sinistra, quando essere socialisti significava lottare contro i soprusi, che non gliela fanno più sistemare. E’ un attimo e per il Conte la sua personale fiaba diventa il peggior incubo non solo per lui, ma anche per gli eredi. Dalla città dei balocchi al paese fantasma, sembra impossibile invece basta poco perché anche Roma morirebbe in un giorno se scomparissero d’improvviso le vie per arrivarci.

conso002 A Consonno non si vede un’anima come si deve da un sacco di tempo. Ci sono stati i tossici a bucarsi negli anni Ottanta, noi a spinellarci e a delirare sui marziani a fine Novanta, poi dal Duemila la moda dei rave party, gli impasticcati duri a ballare ventiquattro ore tra i detriti aspettando l’immancabile arrivo dei carabinieri a sgomberare, quindi qualche set cinematografico per vedere l’effetto che fa al cinema o in tv un paese sgangherato che sta esattamente al centro del ricco nord produttivo, tra Lecco, Milano e Bergamo.
Adesso il nulla. Le macerie. Il fantasma del Conte Mario Bagno che si aggira, sussurando nel vento i suoi deliri di grandezza, come suo solito e fino alla morte, il 22 ottobre 1995, a 94 anni, che ormai era andato tutto a puttane da un pezzo e lui aveva in testa di farci un mega ricovero per anziani.
L’ex paese dei balocchi è parecchio in internet che è il luogo dei sogni, Consonno è molto su facebook, dove a scadenze regolari qualcuno butta là un progetto meraviglioso e irrealizzabile per farlo rinascere, cambiandogli ancora pelle. Sarebbe la terza volta, ma non accadrà.