d-belotti

di Simone Fornoni
Qualche commentatore nostrano lo ha bollato come il Pierino della politica bergamasca. Sarà che Daniele Belotti, animo popolano da leghista di lotta più che di governo, è abituato a rompere dispettosamente i corbelli a destra e a sinistra. All’allora presidente della provincia Valerio Bettoni, per esempio. O come nelle due edizioni di “Tempi Bruni a Bergamo”, scritte per fare le pulci al centrosinistra delle colate di cemento (ex Enel e via Autostrada in primis). Ultima vittima designata, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, cui in campagna elettorale aveva tanato la veranda abusiva in Porta Dipinta. Una mossa buona per costringere al ballottaggio il candidato poi uscito comunque vittorioso dall’esito delle urne, ma sarebbe stata da ribaltone se la soffiata fosse giunta a elezione avvenuta, perché Gori in quel caso sarebbe stato costretto a dimettersi per non dover far causa a se stesso in quanto legale rappresentante del Comune e insieme controparte. Pazienza.
Ol Belòt, all’apice della carriera nel 2010-2013 nella veste di assessore regionale all’urbanistica, ora consigliere comunale cittadino e segretario provinciale del Carroccio come ai bei tempi, è l’unico politico italiano di un certo livello finito nei guai da tifoso. Dopo il proscioglimento del gup Ezia Maccora il 21 gennaio scorso per l’accusa di concorso esterno nell’associazione a delinquere contestata al Bocia ed altri cinque ultras rinviati a giudizio, c’è il secondo ricorso della pm romanista Carmen Pugliese a pendere in Cassazione. Nonché sulla crapa del quarantottenne (compleanno l’11 febbraio) amicissimo e compagno di banco alle elementari dell’attuale deputato Pd Antonio Misiani, col quale si becca un giorno sì e l’altro pure su immigrati, moschee e il resto dello scibile umano. Nonostante i tre pronunciamenti a uno (donde la famosa fotona su facebook col cartello Atalanta-Roma 3-1) dal 2011 a oggi (due anni fa la suprema corte rimandò la questione in udienza) a suo favore, la partita con il palazzaccio orobico è ancora aperta. Intanto l’autore di “Atalanta folle amore nostro”, best seller sulla storia del tifo a tinte nerazzurre, può farsi forte del ruolo di mediatore tra curva e istituzioni testimoniato da questori e prefetti. E guardarsi indietro, da giornalista impegnato come tutti nell’affannosa e sonnolenta rincorsa agli ultimi crediti triennali della famigerata formazione obbligatoria, con la consapevolezza di aver lasciato più d’una traccia del suo passaggio. Da uomo di parte, senza dubbio. Corroborato da due fedi-due, ed è difficile dire se prevalga quella sportiva.
Iscritto alla Lega Lombarda nel 1989, fondatore del movimento giovanile l’anno dopo, numero uno provinciale dal 1994 al 1999 nella transizione dalla prima alleanza coi Berluscones alla piena era secessionista, è sui banchi di Palazzo Frizzoni dal 1995, mentre il record al Pirellone (2000-2013) è stato interrotto proprio dalle vicissitudini giudiziarie innescate dall’altro grande amore della sua vita: “Ma ringrazio gli inquirenti, grazie a loro detengo il primato italiano di assoluzioni in via preliminare”. Quanto alla Dea, basti su tutto il paragone tra le ultime due dinastie presidenziali, materia spinosa perché proprio la Procura di Bergamo crede che dietro le violenze da stadio ci fosse un complotto per spingere al passaggio delle consegne: “In comune Ruggeri e Percassi hanno il grande attaccamento e amore per l’Atalanta. La differenza principale? La comunicazione  e il rapporto con i tifosi. Ruggeri più volte ha affermato ‘l’Atalanta è mia’. Una società di calcio è patrimonio di un’intera comunità. Percassi ha sempre fatto del rapporto con i tifosi e della costruzione della grande famiglia dell’Atalanta uno dei suoi punti di forza”.   

Daniele-Belotti

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