bossetti2 di Matteo Bonfanti
Venerdì, un attimo prima che ci fosse la sentenza, ho scritto un pezzo al volo su Massimo Bossetti. Avevo in testa la scena del suo arresto, il 16 giugno di due anni fa, ripreso dalle telecamere con la sua faccia migliore: dura, onesta, vera, da lavoratore bergamasco, e incredula, quasi fosse l’uomo più buono del mondo, insomma un altro Enzo Tortora. Andatevi a vedere quelle immagini, perché sono strane, lì il “mostro” è il suo contrario, sembra una brava persona. E’ tranquillo, sicuro che il problema sia sul lavoro, tra le case in costruzione a Seriate, e per questo continua a chiedere spiegazioni al suo capocantiere: “Piero, cos’è successo?”, “Non lo so, io gliel’ho detto che sei un buon operaio”, “Portagli i documenti, faglieli vedere”. Il lupo delle favole ha una voce sicura, che lascia intendere si tratti di un errore giudiziario, come in Italia ne capitano ogni giorno. Pure lo sguardo pare quello di uno che non ha nulla da temere, gli occhi azzurri sono grandi e fieri nonostante gli stia crollando il mondo addosso.

Yara Influenzato dal filmato, mi sono fatto prendere e ho iniziato a percorrere il ripido sentiero dell’innocenza. Che non ha solo il video dei carabinieri, ma anche qualcos’altro. Da amante dei gialli di Carlotto e di Camilleri, al delitto manca un particolare fondamentale, il movente. Quando lo prendono, Bossetti ha 44 anni ed è incensurato, non ha atti di pedofilia alle spalle, anzi si dice sia un ottimo padre, e non ha neppure una lite in corso con i famigliari della vittima. L’omicidio non ha un motivo. E per ammazzare qualcuno, addirittura una bambina, tredicenne, che è l’atto più terribile che si possa fare al mondo, ne serve uno e dev’essere anche bello grosso, gigante. Poi c’è il furgone che passa più volte vicino alla palestra dov’era Yara, ma che non prova quasi niente stando a quel che dice il signor Lago, che non è uno qualunque capitato al processo giusto perché passava da Bergamo, ma è l’ex colonnello dei Ris. Secondo lui la prova è stata montata ad arte per la stampa e non è certo che mostri sempre lo stesso automezzo. Non mi rendeva sicuro della colpevolezza manco l’elemento chiave dell’intero processo, ossia il dna trovato sui leggings di Yara, che sarebbe sovrapponibile a quello dell’imputato, insomma quasi sicuramente il suo. Mi spaventava quel quasi: il cento per cento che non c’è e non è bello, fa rabbrividire.
Mi hanno dato da pensare anche le ultime parole di Bossetti, la supplica di parlare ai genitori: “Se solo potessi, capirebbero che l’assassino è ancora libero. Io sono solo un cretino”. E la richiesta di sottoporsi a un nuovo esame del dna, negata dalla corte nonostante in questi sei anni quella prova sia stata fatta in modo spropositato, a diciottomila bergamaschi. In ultimo me stesso, che ho fatto la cronaca nera e non ho una forte fiducia nella giustizia. A riprova i clamorosi errori nell’inchiesta in questione, la traduzione sbagliata di quel che diceva Mohammed Fikri, il “mostro” precedente a Bossetti, un marocchino scagionato un attimo prima del linciaggio del popolo orobico, che ha il cuore leghista anche quando vota il Pd.

marita-comi Ho scritto questo l’altro giorno. E l’ho fatto leggere a Monica, collega e amica, appassionata di qualsiasi vicenda dai contorni noir e che non si perde da anni una puntata di “Chi l’ha visto?”. Mi ha smontato l’articolo pezzo per pezzo, perché le prove che sia lui il colpevole sono tantissime. Ci sono le fibre del furgone di Bossetti sul corpo di Yara. Il dna che incastra il muratore è di tipo nuclerare, quindi certo al 99,99999999 per cento. Quando la ragazzina scompare, il telefono di Bossetti aggancia la cella di Mapello tredici volte, lui è lì, dove c’è lei. E poi le balle di lui, ad esempio quella del solarium vicino alla casa della vittima, un posto che l’accusato negava di frequentare e che, invece, era per lui un appuntamento quasi quotidiano. E, ancora, le domande della moglie Marita, che lo interroga su dove fosse quella sera, e lui non risponde mai, non si ricorda.

GambirasioBasta tutto questo per essere certi che Bossetti sia il colpevole? Ai lettori l’ardua sentenza, la corte si è già pronunciata decidendo per l’ergastolo, una punizione esemplare e assurda perché non dà nessuna speranza di tornare alla vita. Si vedrà, ci sono altri due gradi di giudizio, che alle volte ribaltano le decisioni prese al termine del primo processo.
Di certo c’è che la vicenda Yara è straziante per la famiglia Gambirasio, che ha perso il suo fiore appena sbocciato, per la moglie e i tre figli di Bossetti, soprattutto loro, che fino alla morte dovranno fare i conti con l’immensa colpa del padre, e per Ester, la madre del muratore, che per quasi mezzo secolo ha taciuto al marito la vera paternità di Massimo. Ora è crollato tutto a tutti.