di Matteo Bonfanti
Non sempre in amore vince chi scappa. A volte il segreto è restare, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà. L’esempio ce l’ho lì, è il marito di mia mamma, accanto a noi da quando ero ragazzo, che ero scemo, ribelle e insopportabile, e lui, Erni, non ci faceva caso. Veniva a prendermi alle undici di mattina e mi portava a San Siro a vedere il Milan che in attacco schierava Roberto Baggio, il mio idolo per via dell’immensa grazia e dell’intelligenza non comune nel nostro angolo di mondo.
Così Ernesto Longhi, classe 1950, un passato da terzino dell’Olginatese, giornalista, prima per l’Unità, poi per il Giorno, quindi per la Provincia di Lecco, raccontando senza fronzoli la giudiziaria e lo sport, due argomenti che non sembra, ma invece hanno parecchie cose in comune. Non solo cronista, pure sindaco, per dieci anni di Valgreghentino, amministrando bene, che in un piccolo paese penso significhi occuparsi ogni giorno di un centinaio di sfighe apparentemente irrisolvibili, dagli aiuti alla famiglia numerosa che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ai famelici costruttori brianzoli che non lasciano l’erba, passando per la fontana rotta nella frazione a casa di Cristo.

erni2 Con calma, evitando di mandare affanculo chi lo tirava per la camicia, Ernesto ha risolto ogni problema che via via gli si è presentato davanti, su tutti quello di essersi innamorato di una donna divorziata, mia mamma, ferita dall’amore e dai suoi misteri, e in più con due figli, io e mia sorella Chiara, in piena adolescenza, che è quando ti spunta un brufolo in fronte prima di uscire con la compagna di classe figona e ti incazzi a morte coi tuoi per averti fatto così male.
Vinicio e Zeno, i miei figli, non sono ancora a quel punto lì. Hanno dieci e otto anni, per arrivarci devono fare ancora un terzo della loro strada. Ad ora sono sul sentiero soffice dell’affetto e degli abbracci. E chiacchierano. Questa mattina andavamo a Valgreghentino e ragionavano. Il più piccolo spiegava all’altro: “Per me sbagliamo, che la nonna Vale la chiamiamo nonna, mentre Erni lo chiamiamo Erni. Sarebbe meglio nonno, anche perché è il più bravo di tutti”. L’altro: “Ma Erni ha la faccia da Erni, che è una faccia buona. E poi Erni è qualcosa di più di nonno. E’ tipo supernonno”. Ancora Zeno: “Allora chiamiamo Erni anche il nonno Marco, che a me sta strasimpatico e per la pagella ci ha regalato tre Lego”.

erni4 Mi sono girato, che eravamo fermi al passaggio a livello di Cisano e sono intervenuto perché non è che mio babbo ed Ernesto si adorino. C’è, giustamente, una certa distanza. “Oh, bambini, il nonno Marco non potete iniziare a chiamarlo Erni. Non si fa. Punto”. Tenere proteste. Io (abbastanza) serio: “Va così. Siamo d’accordo?”. Li ho guardati e mi sono sembrati fedeli alla linea del padre. Hanno rinviato la scabrosa decisione a data da destinarsi e si sono messi a fare la solita top ten dei parenti, giusto per celebrare Erni, da anni in maglia gialla nel Tour de France dei loro due splendidi cuori.
Sul traguardo del volersi bene Ernesto è un cannibale, un po’ come Eddy Merckx quando correva il Giro d’Italia. Identico lo scatto nella salita dei bisogni della nostra famiglia, nove scassacazzo senza eguali nella nostra penisola, uguale il guizzo quando i due nipoti fanno storie a tavola e c’è da preparare al volo una cotoletta a Zeno e un’insalatona al baby vegetariano Vinicio, medesima la fuga verso le coccole, che a dieci anni sono quattro pacchetti di figurine e due chupachupa all’edicola in fondo alla discesa.
Ernesto c’è, tira il gruppo. E Pietro, il figlio diciottenne di mia sorella Chiara, un musicista, un bellissimo tipo, zeppo di parole nuove, stanotte ha dormito a Valgreghentino, dai suoi nonni: Vale, ma soprattutto Erni, che essere parenti non è una questione di sangue, ma d’impegno.