pinto3 di Simone Fornoni
In un’altra vita, per guadagnarsi il pane, Adriano Ferreira Pinto sfornava mattoni in fucina, dopo aver raccolto pomodori e arance, da orfano di padre (avvelenato dai diserbanti) povero in canna. E adesso che da gloria atalantina su due gambe la casa s’è le costruita da tempo in Italia, tanto da metterci radici, si diverte ancora a sfornare manicaretti da ala pura tra i dilettanti, uomo di punta del Pontisola ormai da un triennio. Perché il gioco più bello del mondo è un sorriso. Franco e aperto come quello dell’esterno di Quinta do Sol, la scheggia delle schegge nonostante il fisico da pugile, ragazzo del ’79 (10 dicembre) tutto casa, famiglia e pallone, il “Disciamo che” con intercalare do Brasil più famoso della storia nerazzurra, a dispetto dei patimenti dell’infanzia. In “Volevo solo giocare a calcio”, la biografia scritta a quattro mani con Pierdomenico Baccalario e uscita quattro anni e mezzo or sono, c’è la sua favola da fratello di Edievaldo e Miriam che mangiava le uova fino a detestarle perché non poteva avere la carne sul piatto e nascondeva le miserie in tasca recitando la parte di Bebeto nel calcio da strada della favela.

pinto1 Il football ad alti livelli se l’è dovuto scordare sulla scia di qualche operazione di pulizia alle ginocchia di troppo, figlia del crociato anteriore sinistro rimastogli in mano nel tempio rossonero di San Siro il maledetto 8 marzo 2009. C’era Gigi Delneri in panchina, in un periodo di calcio champagne alla periferia dell’impero che alimenta nostalgie e rimpianti. Il profeta bleso di Aquileia, a detta di Adriano, felicemente accoppiato con Marianna Spadano, sposata nella patria adottiva di Lanciano, da cui era iniziata la parabola della Dea Bendata, il 7 giugno di quell’anno sfigatissimo e che gli avrebbe dato nell’aprile successivo l’erede José Carlos chiamato così in onore del genitore perso quindicenne, col suo modulo da avantindré lungo la riga laterale lo costringeva a farsi tredici chilometri a partita, come confessato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. “Sono un brasiliano atipico solo perché non ballo la samba, ma mi piace faticare e sudare: più fa caldo, meno sento la saudade”, la risposta a chi ne sottolineava con malizia la perdurante idiosincrasia per le finezze e i dribbling, roba che secondo i soliti soloni non gli sarebbe riuscita nemmeno contro un paracarro. Forse perché il Pinto ora dipinto di Blues dell’Isola Bergamasca non ne aveva bisogno, rubava il tempo al dirimpettaio, ridotto a inseguirlo con la lingua penzoloni. E magari, stanco di fare il portatore d’acqua fino a far fumare il contachilometri dalle narici, segnava gol da fantascienza, nel 3-1 al Napoli del 16 novembre 2008, un rompighiaccio a fil di montante con due difensori schivati a mo’ di birilli – ah, quindi dribblava eccome -, o ammollava vassoietti pronti da servire nel sacco, vedi ciliegina proprio in quel match di Floccari, oppure la zuccata del calabrese e il tris di Doni prima della cinquina personale nel pokerissimo a uno del 2 dicembre 2007, il famoso trionfo davanti alla Nord squalificata.

pinto2 Memorie e ricordi che fanno scendere la lacrimuccia, anche perché non ci sarebbe mai stato un Ferreira Pinto calciatore professionista, senza quel provino con l’Uniao Sao Joao (l’alma mater di Roberto Carlos) a vent’anni suonati con 28 palloni schiaffati in porta nella C brasiliana, preludio al lancio in grande stile in serie C (dal 2001) grazie a Maurizio Castori, poi suo mentore anche a Cesena, “il miglior campionato in assoluto – ha ricordato di recente a www.cesenamio.it -. Segnai 11 reti, le mie prestazioni mi consentirono di consacrarmi e di raggiungere il mio sogno di arrivare in Serie A passando all’Atalanta”. L’esperienza in Romagna, piovuta dal cielo dopo l’annata cadetta a Perugia, ha lasciato il segno, visto quanto è successo in seguito: sette giri di corsa a Bergamo dall’estate 2006 al gennaio 2013, 152 allacciate di scarpe condite da 14 gol. Gli spiccioli di Varese e Lecce hanno consigliato un ritorno sul luogo del delitto, anche se in tono minore: “Sono felice di aver fatto questa scelta – si legge ancora sull’on line romagnolo -. Siamo una squadra giovane, mi diverto, è un ambiente tranquillo e finché ci sono queste componenti continuo con piacere”. Parola di Adriano Ferreira Pinto, il brasiliano atipico che detesta le uova e la samba ma ama alla follia il Blues del Pontisola.