di Matteo Bonfanti
Me l’avesse chiesto, mi sarei fatto adottare, non per sempre, che un padre ce l’ho già ed è anche una delle poche persone che amo. Giusto per qualche mese, per provare ad assimilare l’arte del comando. Perché da Filippo Cutrona c’è un sacco da imparare. Ha una grande famiglia, è il titolare di una grossa azienda, l’Alpina Service, una delle poche in crescita nella Bergamasca, ed è pure il presidente del Verdello, un club d’Eccellenza, la categoria principe del nostro pallone provinciale, un impegno gigante soprattutto come tempo. Ma diversamente da me, che sono il direttore di Bergamo & Sport e mi viene l’ansia solo al pensiero di esserne a capo, Cutrona non perde mai la calma. Parlandogli per un paio d’ore, ci si rende conto di avere di fronte un uomo straordinariamente determinato eppure dall’animo buono, dallo sguardo benevolo sempre rivolto verso l’esercito di gente che ha nel cuore e che conta su di lui.
cutronanonni Ascoltare per credere le sue parole, appena gli chiedo quale sia la cosa più importante nella sua vita. “E’ la mia famiglia – mi risponde senza pensarci neppure un secondo -. Sono originario di Castel di Iudica, un paesino rurale della Sicilia. I miei erano contadini, io sono il primo di sette figli. Facevamo fatica e nel 1971 sono arrivato a Zingonia chiamato da uno zio che qui aveva trovato un buon lavoro. E piano piano sono riuscito a portare nella Bergamasca tutta la mia gente. Con noi vive addirittura mia zia Santa, che ha 101 anni…”.

cutronafamiglia Cutrona ha un piede nel passato e un altro nel futuro. Mi parla dei suoi genitori (“papà e mamma li ho sempre nel cuore perché mi hanno cresciuto dandomi valori importanti”), un attimo dopo il tema sono i suoi due figli, ormai grandi. “Sono cresciuti in fretta, diventando due persone in gamba, due lavoratori infaticabili, Francesca qui con me all’Alpina Service, Fabio alla Linea Ufficio con mia moglie. Io nella mia vita ho lavorato tanto, moltissimo prima che facevo l’autotrasportatore ed ero spesso via, e me li sto godendo solo adesso. Con loro basta uno sguardo per intenderci, perché io non sono uno di mille parole. Preferisco dimostrargli l’affetto coi fatti, facendogli capire che sono sempre dalla loro parte, rispondendo presente appena hanno bisogno di me. Diverso con mio nipote perché da nonno cambia un po’ tutto, viene fuori la tenerezza”.
Dietro un uomo di successo, c’è sempre una grande donna. E Filippo Cutrona si scioglie quando parla di sua moglie, Loretta. “L’ho vista e me ne sono subito innamorato. E’ una compagna di vita straordinaria, molto bergamasca, simpatica e serena, impegnatissima nella crescita dei nostri figli. Quando ero in giro col camion partivo alle quattro di mattina e tornavo alle dieci di sera e la trovavo lì, sorridente con i miei bambini. Sono stato in giro per l’Italia per quasi vent’anni, spesso fermandomi fuori a dormire, nei momenti in cui sentivo la mancanza di casa, pensavo che a Zingonia c’era lei ad aspettarmi e tornavo felice”.

cutronairuito Parole bellissime che raccontano un amore unico, che dura ininterrottamente da più di quarant’anni. Come il legame fortissimo che Filippo Cutrona ha con il calcio, la sua grande passione. “Da bambino giocavo e mi piaceva un sacco, ero un buon terzino, avevo una tecnica discreta, facevo su e giù dalla fascia. Che non mi ha fatto fare carriera è stato il mio fisico: ero troppo basso e per questo sono stato scartato in un provino per il Catania. Ma il pallone è comunque rimasto un mio pallino e già all’inizio degli anni Ottanta ero tornato nell’ambiente, qui a Zingonia. Prima di diventare presidente del Verdello, ho fatto un po’ di tutto, accompagnatore, poi diesse, quindi amministratore e direttore generale. Tengo nel cuore il mio periodo al fianco di Enzo Ballabio, allora numero uno dell’As Zingonia, un grande club. Lavorare con lui era meraviglioso perché ai suoi collaboratori dava carta bianca. Io, che ero il diggì, ci mettevo l’anima, facendo anche il mercato d’estate. Periodo divertentissimo e ringrazio Ballabio, un grande imprenditore e una bravissima persona. Del calcio amo i rapporti che si creano, le amicizie indissolubili. Ho cominciato l’esperienza da dirigente nel 1984, appunto nell’As Zingonia, gestita allora da Colombo, costituita dal figlio di Zingone, e sono ancora in contatto con i giocatori che frequentavo allora. Li chiamo ragazzi, anche ora, che alcuni di loro sono diventati nonni”.

Ora sei presidente del Verdello, una delle società più importanti del calcio bergamasco. Che tipo di presidente sei? “Molto simile all’uomo che sono sul lavoro. Credo che un capo debba scegliere i propri collaboratori con intelligenza, affidarsi a persone vere, che non ti mentono, che non hanno il male dell’ipocrisia. E poi farsi consigliare, ascoltandone le idee, valutandole senza pregiudizi, facendole proprie e portandole avanti con forza quando sono valide. Bisogna, insomma, lasciare spazio a chi ti è accanto in un progetto. Per quanto riguarda il calcio, posso dire che non sono uno Zamparini, lo dimostra la mia storia come presidente del Verdello. Sono il contrario di un mangia-allenatori, in quattordici anni ho avuto due allenatori, per sette Nado Bonaldi, per sette Alberto Luzzana, il nostro attuale mister. Con entrambi ho e ho avuto un rapporto all’insegna del rispetto. A riprova che io la formazione che scende in campo la so solo a inizio partita. Come giusto intervengo solo quando le cose vanno male, ad esempio nel 2011-2012, nella nostra prima stagione di Eccellenza. Avevamo undici punti a fine andata, ci siamo messi e abbiamo ribaltato la squadra, cambiando più o meno tutti i giocatori. E anche in quest’ultima annata, che eravamo in zona retrocessione, abbiamo lavorato duro per invertire il trend, ingaggiando calciatori più adatti al nostro progetto, come ad esempio Fabio Spampatti, bomber che ci ha fatto risalire in classifica e salvarci senza problemi”.

cutronacoppa Sei uno dei presidenti più stimati nella Bergamasca. Lo dice anche Flavio Oberti, massimo dirigente dello Scanzo neopromosso in Serie D, che ha parlato di te come di un esempio, uno dei pochi uomini di parola nel nostro sgangherato mondo del pallone. Cosa ti senti di consigliare a chi non ha la tua esperienza e si trova a capo di un club calcistico? “Intanto di ricordarsi sempre che il pallone è un gioco, per carità bellissimo, ma che non deve rovinarti vita. Ne ho visti tanti dilapidare patrimoni per conquistare un campionato e questo non va fatto perché le priorità devono essere sempre altre, la propria famiglia e la propria azienda. E il problema non sono solo i soldi, ma pure il tempo. Penso alla Serie D, se arrivassimo a quel traguardo, credo che lascerei la presidenza del Verdello. Ma non per i costi, che so che i nostri sponsor ci aiuterebbero, ma perché l’impegno al campo aumenterebbe in modo esponenziale, facendomi trascurare le altre cose importanti nella mia vita”.
Sei tifoso? “Dell’Inter, una squadra che riempie di gioia, ma pure di rabbia”.
Potessi scegliere due campioni nerazzurri del passato per il tuo Verdello, chi ingaggeresti? “Giacinto Facchetti, un campione dentro e fuori dal campo, e Sandro Mazzola, tecnicamente mostruoso”.
Sei cambiato negli anni? “Certamente. Da bambino ero un tipino tranquillo, da ragazzo ero molto convinto e diretto. Ora mi sento più riflessivo”.
Credi in Dio? “Sì, sono cattolico, ma più di tutto penso che nella vita tanto dipenda dal destino, saper prendere le occasioni che ti capitano davanti agli occhi”.
Tu e la politica. “Non sono un disfattista, di quelli che dicono che tutto va male. E penso che ultimamente i nostri parlamentari qualcosina stiano facendo, di certo servirebbe più coraggio, che significa non avere paura di andare contro alle tanti lobby che ci sono nel nostro Paese e che lo bloccano per tutelare i propri interessi. La politica non ha la forza di fare la necessaria pulizia al proprio interno e questo credo sia il problema maggiore. Siamo un popolo dalle potenzialità straordinarie, ma ci buttiamo via. Dovremmo smetterla”.

cutronaradio La terra della tua anima. “Sono due. La prima è Castel di Iudica, che è il mio luogo di nascita, il mio paesello, dove torno ogni estate. Poi c’è Zingonia, il posto dove ho scelto di vivere, e che amo perché mi ha accolto e che sogno diventi un comune a se stante. Sono legatissimo alla frazione fondata da Zingone nel 1969. Io, come tantissimi altri immigrati, sono arrivato nel 1971 ed era tutto nuovo e tra noi abitanti si sono instaurati legami di forte solidarietà, proprio perché venivamo tutti da fuori. Zingonia è il mio presente, ma è anche il periodo spensierato della mia giovinezza, quando finivo di lavorare e andavo a ballare al Kit Kat, cantando le canzoni di Lucio Battisti. All’epoca ero diventato molto amico dei ragazzi che suonavano lì, il complesso “Le piccole ore”. Erano fantastici, mi piace ricordarli. In questo momento la mia Zingonia è in un momento difficile, di degrado. E io vorrei ci impegnassimo tutti per migliorarla, per renderla più sicura e più serena. Sto coinvolgendo i vecchi amici, organizzeremo alcuni eventi, il primo già a metà giugno, una partita di pallone che sarà soprattutto una bella festa”.

cutronabar Eri un ragazzo povero della Sicilia rurale, sei uno dei grandi imprenditori della Bergamasca, la zona più produttiva dell’Italia settentrionale. Com’è accaduto? “E’ una lunga storia cominciata nel 1971, come detto per via di un mio zio arrivato a Zingonia per lavoro. Siamo venuti su al Nord un sabato e il lunedì già lavoravo, assunto nel reparto di legatoria della Sate, una grande litografia, e quello che prendevo qui in tre mesi, giù l’avrei guadagnato in cinque anni. Sempre a Zingonia i miei hanno trovato impiego in una fabbrica di panettoni. A 21 anni, quando sono tornato dal militare, ho capito che il lavoro da dipendente non faceva più per me, soprattutto perché non riuscivo più a stare ore e ore chiuso in un capannone. Ho investito tutti i miei risparmi in un bar, il Bar Pozzo di Verdello, dove abbiamo messo in piedi una delle prime radio private della zona, Radio Queen, finita male per colpa del mio socio, che una sera ha fatto sparire tutta la strumentazione per trasmettere”.
Dal Bar Pozzo all’Autostrasporti Cutrona. “Guidare mi è sempre piaciuto e pure stare in giro perché ho un carattere avventuroso, che ama vedere posti nuovi. Fino al 1989 ero solo in azienda, poi ho assunto altre persone e la ditta si è via via allargata, arrivando ad avere venti autotreni in giro sia in Italia che in Europa”.

cutronatrasporti Sempre in movimento e nel 1990 ecco l’Alpina. “Avevo iniziato a lavorare per l’aeroporto di Orio al Serio, che allora era piccolo, diversissimo da adesso. E poi c’era che avevo smesso di guidare perché l’azienda era diventata troppo grande e serviva che restassi in ufficio ad occuparmi dell’organizzazione degli autotrasportatori. Sentivo che era arrivato il momento di cambiare e mi sono buttato in questa avventura, appunto l’Alpina, poi diventata nel 1993 l’Alpina Service. Siamo partiti occupandoci di facchinaggio e movimentazione dei mezzi aeroportuali. L’incontro con Ilario Testa, persona straordinaria come gli altri dirigenti della Sacbo, e, soprattutto, l’arrivo di Ryanair a Orio, nell’agosto del 2002, ci hanno fatto crescere esponenzialmente. Ora siamo una grande azienda, operiamo in sei aeroporti: Bergamo, Verona, Torino, Bologna, Venezia e Milano Malpensa. Facciamo un po’ tutto: dal check in all’imbarco, ai bagagli, fino alle pulizie degli aerei e alle merci. Sono nostre, ad esempio, le scalette per far scendere i passeggeri dagli aeroplani”.
Il momento peggiore della tua vita. “L’8 maggio del 2015, il giorno del mio grave incidente in auto, un frontale in autostrada, drammatico. Io mi sono fratturato la caviglia, l’altra persona è morta sul colpo. Ho avuto la fortuna di non vedere quell’uomo senza vita. Ma è stata un’esperienza sconvolgente”.
Un consiglio a un ragazzo senza lavoro e senza speranza, che sta leggendo la tua vita. “Credere in se stesso, nelle proprie idee, senza averne paura”.
Sei felice? “Tanto. Mi sento realizzato perché sento che quello che ho, è quello che voglio. Mi piacciono le persone che ho intorno, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli, i miei cognati. Sono circondato da persone fantastiche”.
I tuoi sogni. “Il desiderio è che ogni cosa della mia vita continuasse ad andare avanti così, senza intoppi. Spero che la mia famiglia resti un punto di riferimento per chi ne fa parte e per chi ne farà parte, intendo le generazioni future. Quanto alla mia impresa vorrei che si consolidasse e che continuasse a dare certezze e sicurezze ai miei dipendenti”.
Un ringraziamento. “Dovrei ringraziare tantissime persone, la lista sarebbe davvero troppo lunga…”.