di Matteo Bonfanti
Quarantacinque anni  passati nel calcio. Flavio Oberti,  numero uno della rivelazione Scanzorosciate, squadra spettacolo, vincitrice del girone B d’Eccellenza, ora in Serie D, ci racconta una vita nel pallone. Campionati straordinari, inaspettate retrocessioni, mister emergenti, amati, difesi, esonerati. E i suoi calciatori: gli attaccanti capaci di vincere da soli, i medianacci tutto cuore, i difensori leggendari, i super portieri di retroguardie finite negli annali. E, soprattutto, le partite: gli indimenticabili trionfi in Coppa, sempre ai calci di rigore.
I meravigliosi successi in campionato: all’ultima giornata, all’ultimo sussulto, sudati, stramaledettamente sofferti ma per questo ancora più belli. Nel libro dei ricordi ci sono anche le sconfitte che non ti aspetti, quelle che aprono la crisi e fanno cadere Oberti nel totale sconforto. Per poi farlo ripartire un attimo dopo con un entusiasmo, una voglia, una caparbietà, una cocciutaggine che sono le sue migliori qualità e i suoi peggiori difetti nel calcio come sul lavoro.

Flavio Oberti ripercorre la sua carriera e con lo scorrere dei minuti ci rendiamo conto che dal particolare siamo passati al generale: ogni sua frase dipinge un’epoca della nostra provincia. E da dove inizia la folle passione? Ovviamente dall’Atalanta, il primo amore di gran parte dei massimi dirigenti del nostro florido movimento dilettantistico. «Ricordo tutto come fosse ieri, invece sono passati più di quarant’anni: Atalanta-Ternana 1-0, gol di Vernacchia, la mia prima volta allo stadio di Bergamo, in Curva Sud, mano nella mano con mio papà, operaio alla Dalmine. Da lì m’innamoro dei nerazzurri e, grazie al signor Angelo Bertuletti che mi accompagna con il suo Garelli, inizio ad andare a tutte le partite interne. Qualche anno dopo vado anche in trasferta, col Club Amici. E sono viaggi che porto nel mio cuore. A Perugia, con l’Atalanta che subisce la squadra di Castagner e Sollier per tutto il match, a Roma contro la Lazio, a Novara, con i Commandos che saltavano sulle tribune di legno e sembrava che dovesse venire giù l’intero stadio. Poi a Genova, negli spareggi; in Belgio, in casa del Malines, nella famosa semifinale di Coppa. Nel primo periodo seguo talmente tanto i nerazzurri che divento una sorta di mascotte, con il presidente Achille Bortolotti che più di una volta mi porta con i calciatori al Moderno e mi fa sedere al suo fianco. A 17 anni, con altri amici, fondiamo a Scanzo l’Atalanta Club Eu Superstar, con Eu che sta per Eugenia, la titolare del bar dove ha sede il nostro gruppo di cui io sono il presidente. Mia mamma è molto brava con la macchina da cucire e io la convinco a fare i nostri striscioni e le nostre bandiere. Sono bellissimi, sono il nostro vanto».

Dall’Atalanta allo Scanzo, a quanti anni passi dai colori nerazzurri a quelli giallorossi? «A 19. Roberto Pezzotta, segretario e factotum della società del nostro paese, mi chiede di impegnarmi nello Scanzo. Vuole passare la mano e cerca ragazzi volenterosi. Siamo in due, io ho il compito di fare l’aiuto del segretario. Passa un mese, i ruoli s’invertono e io divento il segretario. Da lì inizia la mia carriera di dirigente. Come ora, faccio un po’ di tutto: anche il magazziniere, il ds, l’addetto al campo. Nella società m’impegno a trecentosessanta gradi, dedicando al club ogni mio momento libero. Proprio come adesso».

Mettiamo per un attimo da parte il pallone e parliamo della tua gioventù. «I miei due genitori, morti entrambi in giovane età, sono state due persone bellissime. Mio papà faceva l’operaio alla Dalmine ed era l’unico nostro sostentamento e mia mamma, casalinga con tre figli. Nonostante non navigassimo nell’oro, loro per noi hanno sempre voluto il meglio. Volevano che studiassi, mio padre, socialista, sognava per me una laurea in scienze politiche e una carriera da parlamentare. Io invece m’iscrivo ai Geometri e il primo anno vengo promosso. Ma cresce in me il desiderio di dare una mano economicamente alla mia famiglia. Lascio la scuola e vado a lavorare, promettendo al mio titolare che non mi sarei iscritto alle serali. Invece mio zio, diplomatico all’ONU al rientro da una missione, mi convince a rimettermi sui libri. Mi regala un Ciao ed io a ottobre, in ritardo, torno al Quarenghi. Comincio a fare lo studente-lavoratore, cosa che ho fatto per tutte le superiori. Mi diplomo nel 1982 e dopo qualche anno trovo il lavoro della mia vita. Oggi sono il dirigente di un’ottima un’azienda e chi lavora con me, la domenica sera, s’informa su come ha giocato la mia squadra. Vogliono sapere come sarà l’umore del capo il lunedì mattina».

Torniamo al calcio, esattamente alla stagione agonistica 1981-1982, la tua prima da dirigente giallorosso. «Pensandoci ora sembra impossibile che senza cellulare riuscissimo ad organizzare una squadra di calcio. Avevo una vecchia Olivetti per fare tutto, chiamavo i giocatori da casa, con mia mamma che mi riprendeva per le bollette che ci arrivavano. Il presidente dello Scanzo, Gianmarco Cucchi, attuale presidente onorario, persona a cui devo tantissimo, si fidava di me, così io, fin da subito, gli consigliavo i calciatori da prendere. Facevamo tutto in economia, senza grandi risorse, ma era tutto molto bello, anche più di adesso. Ricordo, e mi viene da ridere, le telefonate alla Federazione per risolvere i nostri problemi. Pareva di chiamare la  Gestapo, tanto erano severi».

Che calcio era? «Diversissimo dal nostro. In casa Scanzo i soldi erano davvero pochi, i giocatori che prendevano tanto, guadagnavano tremila lire ogni punto che faceva la squadra. Se si considera che una pizza costava duemila lire, è come se oggi un calciatore prendesse quindici euro a partita. Fino al 1986 la mia passione verso lo Scanzo è andata di pari passo con quella che nutrivo per l’Atalanta. Anche perché avevo un accordo con il presidente Cucchi che mi lasciava libero quando i nerazzurri giocavano in casa. Se c’era la partita a Bergamo, correvo al Comunale, altrimenti seguivo lo Scanzo».

Quando inizi a dedicarti solo allo Scanzo? «Nella stagione 1987-1988. Da lì smetto con l’Atalanta, anche se resterà nel mio cuore (vado, infatti, ancora a vederla ogni volta che il calcio dilettanti è in sosta e m’informo sempre sul risultato dei nerazzurri)  perché la società giallorossa impegna ormai ogni minuto del mio tempo libero. In quella stagione facciamo un ottimo campionato, chiudiamo al quinto posto e per via dell’introduzione del campionato d’Eccellenza, e il conseguente allargamento dei gironi, veniamo ripescati in Prima. L’anno seguente però retrocediamo, perdendo di misura lo spareggio salvezza a Levate contro il Villa d’Almé. Bisogna fare qualcosa per invertire la rotta, io convinco Elvezio Bertocchi, il nostro capitano, a smettere col calcio giocato e a diventare il nostro allenatore. Lui accetta e a Scanzo inizia un’epoca che culminerà con una storica ed esaltante vittoria del campionato di Seconda nella stagione 1993-1994. Di quella magica annata ricordo le 15 partite consecutive senza sconfitte, con tredici vittoria di fila. Nell’ultima e decisiva sfida di campionato battiamo in casa 3-0 i ragazzi del Pedrengo, condannandoli ad un’amara discesa in Terza categoria».

Da segretario, diesse, diggì e factotum, Flavio Oberti diventa il presidente dello Scanzorosciate. «Avviene nel giugno del 1996, nel segno della continuità, visto che affiancavo Cucchi al vertice della società già da una quindicina d’anni. Fino alla stagione 1998-1999 facciamo una serie di campionati striminziti, con salvezze sempre raggiunte più o meno nelle ultime giornate. Nel maggio del 1999 in me accade qualcosa: restiamo in categoria grazie a un bel 2-1 a Coccaglio. Lì, però, io dico: basta sofferenze. E, con l’aiuto di qualche amico benevolo, allestiamo una squadra migliore, di vertice».

Dal passato dello Scanzo agli ultimi anni. «Nell’estate del 1999 arriva a Scanzo mister Tassis, persona a cui sono ancora oggi molto legato, e con lui accarezziamo l’idea di essere pronti al grande salto in Promozione. Ci proviamo nelle tre stagioni successive, ma il passaggio di categoria non avviene nonostante dei campionati condotti sempre nelle prime posizioni.  Nella stagione 2002-2003 sulla panchina giallorossa lancio Giugnetti,  mio amico d’infanzia. Con lui puntiamo a salire, tutti mi danno del matto per la scelta azzardata, invece, a sorpresa, entriamo nel periodo del calcio champagne: squadra sempre all’attacco, grazie ad alcune grandissime individualità. Parlo di Zanchi, attuale ds della Gavarnese, simile per movimenti e senso del gol a Pippo Inzaghi; di Briegel Ghilardi che non ha bisogno di presentazioni; e di Michele Cucchi. Lo Scanzo sembra allenato da Zeman e vola sia in campionato che in Coppa, con alcuni risultati incredibili: il 9-1 rifilato nei quarti di finale al Dubino, il 5-2 nella semifinale di ritorno al Fontanella di Fontana, Premoli e Marazzi che all’andata ci aveva battuto 3 a 2 a Scanzo ed era già sicuro di approdare in finale. In campionato finiamo secondi dietro la Cividatese con due possibilità per salire: i play-off, introdotti proprio in quella stagione, e la finale di Coppa con l’Inveruno. Ne succedono di ogni, la domenica della sfida play-off col Valcalepio io ho la comunione di mio figlio e mister Giugnetti ha la cresima della figlia: un bel guaio, insomma. Riesco a convincere la Federazione e gli avversari a spostare la partita di qualche ora, dalle 15.30 del pomeriggio alle 17. Arrivo a fine primo tempo dopo aver rischiato il ritiro della patente e riesco a vedere il gol decisivo di Zanchi. Passa una settimana e andiamo a giocarci tutto a Pontoglio, con Baretti che mi consiglia di non fare troppi calcoli e cercare di vincere sul campo perché c’è un errore nel regolamento. Il Pontoglio, infatti, con due pareggi e due vittorie ai rigori avrebbe totalizzato quattro punti. Come noi se avessimo pareggiato, che però ne avevamo vinta una al 90′, sul campo e dunque più meritevoli. Per fortuna vinciamo meritatamente 2-1, gol per noi di Cucchi (pallonetto da 40 metri) e di Brighel Ghilardi e, per loro, di Gigio Brambilla al 90° su rigore. Saliamo in Promozione. Grande festa la sera a Scanzo con fiumi di Bacardi e Coca Cola».

E la Coppa? «Portiamo a Scanzo anche quella, grazie a Caglioni che para tre calci di rigore dopo i supplementari di una sfida tiratissima, sempre all’insegna dell’equilibrio contro l’Inveruno, con noi in dieci per settanta minuti. Altra festa indimenticabile, con trecento tifosi giallorossi al seguito. 2003 anno memorabile, con la straordinaria accoppiata play-off e Coppa».

Flavio Oberti è un fiume in piena. Racconta migliaia di aneddoti, verrebbe voglia di scrivere un libro. Ma in internet non si può scrivere articoli lunghi chilometri. Per forza di cose dobbiamo sintetizzare e fare delle scelte e raccontarvi in poche righe i due anni dello Scanzo in esilio a Villa di Serio, (l’impianto giallorosso non è infatti omologato per la Promozione) e il ritorno nel gennaio del 2005 nello stadio del paese, finalmente a norma. E poi alcune stagioni difficili, come quella 2006-2007, in cui i giallorossi di Oberti nonostante un’ottima squadra scendono addirittura in Prima. Si arriva al 2007-2008, altra annata da ricordare per tanti motivi con Grigis allenatore. Da incorniciare il secondo trionfo in Coppa Lombardia, a Cambiago, questa volta contro la Sovicese: 2-2 al termine dei 120 regolamentari, poi super Regazzoni neutralizza due penalty e lo Scanzo, a meno di un anno dalla caduta in Prima, il primo maggio è di nuovo in Promozione. «Nel 2008-2009 facciamo una squadra per salvarci. Ma con il passare delle domeniche ci accorgiamo che è un’altra annata magica. Mister Grigis imposta la squadra con il 4-4-2: grande difesa e davanti Suardi e Carrara, un giovane che vede la porta e che chiuderà in doppia cifra (straordinario rapporto tra qualità-prezzo al costo di uno scooter: un miracolo). Chiudiamo l’andata a 29 punti, duellando per il primo posto contro la corazzata Curno, la grande favorita. Il finale è tutto da raccontare, l’ultima sfida è proprio tra noi e loro, a Scanzorosciate. Noi, che abbiamo due punti di vantaggio, abbiamo a disposizione due risultati su tre. Lo stadio è pieno, la coreografia è straordinaria, io torno il sabato da Sharm (e immaginatevi come sono stato quella settimana in vacanza, ma era programmata da tempi non sospetti). La partita è indimenticabile: Carrara ci porta in vantaggio, poi si rompe il crociato. Si fa male anche Suardi, l’altro nostro gioiellino, e rimaniamo in dieci. Il Curno attacca, preme, pareggia con Gambirasio, ma ormai è tardi: lo Scanzo vince il campionato di Promozione e sale, per la prima volta, in Eccellenza. Il successo è storico e inimmaginabile».

Seguono una retrocessione immediata e strana («chiudere a 36 punti e finire in Promozione senza fare i play-out penso sia un record»), l’immediata risalita in Eccellenza l’anno dopo con mister Ferraris e la miglior difesa italiana dalla A alla Terza («14 gol subiti e ben 16 vittorie ottenute con il minimo scarto»), quindi una salvezza tranquilla dopo una partenza scoppiettante e due successi contro la corazzata Villa d’Almé. Poi la grande avventura: la fusione con i Diavoli Rossi di Antonello Algeri per dar vita allo Scanzopedrengo, che, pur dando sempre spettacolo, non sale mai in Serie D, l’obiettivo dell’unione d’intenti. Allora riecco lo Scanzorosciate. Che nel 2016-2017, forte dell’approdo di campioni del calibro di bomber Pellegris e di Bonomi, si sta giocando l’approdo tra i semiprofessionisti in un testa a testa esaltante con un’altra grande compagine bergamasca, il Villa d’Almé.

Altre due domande. E’ migliorato o peggiorato il mondo del pallone? “Ho conosciuto in passato e conosco tutt’ora addetti ai lavori che meritano solo grande rispetto, uomini con cui quando ti stringevi la mano era “tutto”. Parlo, ad esempio, di Natalino Lorenzi e di Pietro Biava. Posso citarne tanti altri: Cattaneo, Innocenti, Cutrona, Bassani, Comotti, D’Adda, Bosio, il povero Foini della Gavarnese, e non me ne vogliano quelli che dimentico… Di contro aumentano sempre di più gli arrivisti, persone che di calcio capiscono ben poco, e che arrivano in un club, cavalcano l’onda, fanno e disfano a piacere. Entrano a gamba tesa,  poi alla minima problematica  sbattono la porta ed escono lasciando un sacco di macerie. Questi nuovi  personaggi sono racchiusi in più figure: avvenenti presidenti, intriganti direttori sportivi con attitudini spiccate all’ipnosi dei loro massimi dirigenti, allenatori con possibilità economiche.  Questi personaggi di cui  oramai è pieno zeppo il mondo dei dilettanti (e in quello dei professionisti è ancora peggio),  se ne infischiano di tutto e di tutti, calpestano diritti e doveri, si rimangiano gli accordi e fanno parte del pallone solo per la loro gloria”.

Come vive Flavio Oberti il calcio di adesso, quello dei social network? “Sicuramente hanno portato un miglioramento. Pensate a  Whats App:  puoi fare i gruppi,  diffondere le notizie e i comunicati,  avvisare i calciatori in tempo reale. Idem  Facebook, che io però non ho per un sano principio, quello di voler vivere  in tutti i sensi,  senza spettegolare su tutto attaccato a un computer. Due parole su Quanto fa, nato come un’idea geniale per dare in diretta i risultati si sta rivelando un autentico veicolo di maleducazione, con persone che insultano, s’insultano e si permettono di dire qualsiasi cosa anche se non sanno niente. Ed è un peccato”.

Flavio Oberti ci saluta, ringraziando la sua famiglia. «Mia moglie Elvira con cui condivido da sempre la passione per il pallone. Mi sopporta quando sono in ansia, prima della partita, e dopo, magari arrabbiato per via di una sconfitta. I miei splendidi figli Stefano e Giulia. Stare vicino al presidente di una squadra di calcio come me non è facile, i miei famigliari però ci riescono benissimo, facendomi vivere e sentire bene».