di Simone Fornoni
Con noi bergamaschi la città che ci ha cullato in fasce è poco mamma e parecchio matrigna. Ci vizia, ci coccola e dopo due minuti ecco lo schiaffone o la pedata nel sedere per toglierci l’illusione di poter essere profeti in patria. Figuriamoci, da quartierone di serve di ballatoio qual è, quanto può essere ospitale coi forestieri. Ad esempio nel caso di Francesca Soli, salita dall’Emilia con la prospettiva dell’affidamento dei fotoservizi di una testata importante e mazzolata, nel volgere di un inverno, alle soglie del contratto. Ma tra il Brembo e il Serio c’è tornata da trionfatrice. Liberata del peso dello svilimento professionale e anche dei chili (quaranta) di troppo, somatizzazione di un benservito vissuto come una sconfitta. Perché la ragazza di Castelnuovo Rangone, centro del modenese che sa di insaccati e lambrusco, ha trovato l’amicizia dei Runners Bergamo, società di punta di quel podismo dilettantistico che ne ha segnato il riscatto personale: non più solo click, anche traguardi d’asfalto. Col sorriso in faccia di chi ha vinto la sfida delle sfide dopo aver perso il posto.

francescasoli4 In una delle peregrinazioni con scarpette e pettorina, l’incontro con Giovanni Cologni che le ha fatto ritrovare un legame spezzato crudelmente solo due anni prima. 15 marzo 2012, lavoro a pallino. 13 aprile 2014, l’inizio di un nuovo connubio con Bergamo. L’affetto del club cittadino, la storia con Andrea Carratta, che sta in Valseriana e fa il trail. Guarda un po’ i corsi e i ricorsi di un’esistenza. L’odio che si tramuta in amore, in una seconda chance evidentemente scritta nel destino con una terra di molti gioppini e troppi brighella. Tutto ricomincia con la mezza maratona di Genova, antesignana di quella intera, la sua prima volta in uno sport scelto per ripartire con tutta se stessa, conclusa a Reggio Emilia il 14 dicembre dello stesso anno. Quei quarantaduechilometricentonovantacinque metri in cinque ore, trentasei minuti e quarantacinque secondi. Un percorso alla ricerca dell’io sfanculato e perduto che ha raccontato, con prosa briosa e penna felice rivelatrici di una cultura umanistica a misura d’uomo, di gambe e di cuore, in “O la corsa o la vita”, presentato nella sua tappa bergamasca grazie allo sforzo organizzativo proprio dei Runners all’oratorio di Urgnano. Per Francesca essersi messa a correre, sull’esempio dell’ultramaratoneta Ciro Di Palma, conosciuto per un’intervista al fu SportReggio.it, ha significato rimettersi in carreggiata. Nel catturare grandi momenti di calcio, basket (ah, la Grissin Bon di Kaukenas, Diener e Aradori, il suo preferito anche se non lo ammette), volley (ex giocatrice) e rugby è sempre stata bravissima, basta vedere il suo profilo face. Deve anche spararci il copyright bello in grande, in mezzo alle foto, sennò gli Harry Potter dell’informazione in rete gliele fottono a mani basse.

francescasoli2 Ma non c’è solo un obiettivo a bordo campo grande come un cannone. Ci sono soprattutto un sacco di amici pescati ovunque. Perché le centinaia e centinaia di chilometri tra sbuffi, alzatacce, tappasciate, lacrime, doloretti assortiti, crisi da penultimo chilometro, medaglie ed endorfine liberate dall’organismo come se piovesse, alla fine, altro non sono che una metafora della vita come andrebbe vissuta. Nella pienezza dei sentimenti, con la fatica ripagata da un obiettivo fortemente voluto. E accorciando la via che porta al prossimo, mica come quel tisico solitario di Kafka che si sforzava di renderla contorta per non imboccarla mai. Qualunque sia, basta che a deciderla siamo noi. La Frency ce l’ha fatta. Forse perché è modenese come quell’Enzo Ferrari che, a Enzo Biagi, disse: “Si corre per un’ansia di superamento umano”. Bella lì, Sceriffo. Hai una degna erede, anche senza motore. Una bergamasca nata per caso a Sassuolo il 17 marzo 1979.