di Simone Fornoni
Per gli avversari è un despota arrogantello, per il suo ufficio stampa un sindaco iperattivo e alla mano. Lui, invece, ama accreditarsi come l’uomo del cambio di passo. Ma non c’entra niente con l’eroe eponimo di quel raffinato gesto atletico, l’ala destra del Bologna “che tremare il mondo fa” Amedeo Biavati. Nella sua vita precedente, del resto, Giorgio Gori non faceva mica il calciatore, bensì il giornalista e l’imprenditore televisivo. Salvo tornare alla base per buttarsi in politica. Quella locale, per adesso. Dove, in onore al suo slogan, vuole dribblare ostacoli e marcature strette, per passare alla storia come il condottiero di una Bergamo desiderosa di lasciarsi alle spalle le mille difficoltà di una città in profonda trasformazione sociale ed economica.

A volte la fuga sulla fascia gli riesce, vedi annosa questione stadio: basta chiacchiere e diversivi, stop  alle improbabili soluzioni alternative orfane della benché minima linea di credito (in tutti i sensi), sì alla ristrutturazione percassiana e tra un amen la struttura finisce all’incanto, così almeno il Comune si toglie dalle bip un macigno grosso quanto l’intero quartiere. Tante altre, invece, l’inciampo sul terzino nemico è a distanza di mezza falcata, anche se le comparsate elettorali in tribuna d’onore da milanista sotto mentite spoglie e la storiaccia della veranda non gli hanno impedito di prevalere al secondo turno, il 9 giugno di due anni fa, su un nome storico come il primo cittadino uscente Franco Tentorio. La tifoseria atalantina più accesa l’ha anche accusato di aver reclamato interventi forcaioli al Viminale dopo qualche incidente di troppo. Inezie, per chi è abituato a nascondere la palla e a portarsela davanti, dove nessuno può più fregargliela, un attimo dopo. Nella covata di homines novi del piddì, più che ai proclami renziani, il cinquantaseienne (candeline spente il 24 marzo) sfornato dal liceo classico “Sarpi” come ogni buon rampollo della borghesia bergamasca che si rispetti parrebbe abbonato a un certo pragmatismo. Lo stesso che non gli fa apprezzare, per dire, la politica governativa di sangue, sudore e lacrime perpetui per gli enti locali. Non che Bergamo sia granché cambiata, vista la persistenza – ad esempio – di certe sacche di degrado, a dispetto delle intenzioni e delle pie illusioni. Il tempo, galantuomo, ci dirà di più.
Ma, qualunque sia il giudizio come capo di Palazzo Frizzoni su di lui, il marito della bella ed elegante first sciura Cristina Parodi, la telegiornalista moretta con le efelidi che ha tenuto incollate allo schermo due generazioni di spettatori, rivisitando la storia personale di Gori balza all’occhio la sua abilità a smarcarsi per inseguire l’ambizione di essere più avanti di tutti. Alzi la mano chi ne conosce un altro capace di liberarsi della tutela di Vittorio Feltri – Radio Bergamo e Bergamo Oggi – e di Silvio Berlusconi. Da co-fondatore dell’informazione su Canale 5, poi.

Tra una cosa e l’altra, una laurea in architettura e l’interregno come pupillo di Carlo Freccero, altro moghul della tivvù nazionalpopolare, quando Rete 4 era ancora targata Mondadori. Dopo il divorzio dal Cavaliere, ecco la casa di produzione Magnolia, quella che oggi propone MasterChef Italia e ha creato il format dell’Isola dei Famosi. Dal reality show alla realtà di un territorio da amministrare il salto è brusco, a rischio di caduta. A meno di non credere nel cambio di passo.

Milano 19 Maggio 2005 MyBali Festa Markette Giorgio Gori e Cristina Parodi insieme alla festa di Markette © Luca SGRO/GRANATAIMAGES.COM

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