di Matteo Bonfanti

Devo molto a Giulio Panza di Cisano Bergamasco. L’ho conosciuto che ero un giornalista alle prime armi, neppure avevo vent’anni, ed ero come si è a quell’età, intento a separare i buoni, quelli che stavano dalla parte della mia barricata, dai cattivi, gli altri al di là del muro. Ero, lo sono anche adesso, di estrema sinistra, Giulio, invece, era il leader maximo della Lega Nord della zona. Scoprendolo, sono cambiato. Sono diventato un uomo, che per me significa andare oltre all’ideologia, valutando il lavoro di un politico non per il partito di appartenenza, ma per le decisioni prese. Di persone splendide ce ne erano, e credo ce ne siano tutt’ora, pure nel Carroccio, così come ci sono comunisti che rubano e che truffano la povera gente infischiandosene del bene collettivo.
Giulio, invece, non se ne frega. Alle persone tiene un casino. Tantissimo ai lombardi. “Nella Lega Nord sono entrato nel 1987 perché era un movimento decisamente rivoluzionario, completamente diverso dai soggetti politici presenti all’epoca. Eravamo impegnati anima e corpo nella politica locale, stavamo ore e ore in mezzo alla gente, cercando di capirne i problemi, la voglia di riscatto che c’era allora e che adesso non c’è più – racconta Giulio mentre siamo al ristorante La Sosta, di fronte a Brivio, immersi nella bellezza del fiume Adda -. Ora la politica è morta, pochissimi s’impegnano in prima persona mentre all’inizio degli anni Novanta c’era tutt’altro spirito. Io e altri carissimi amici decidemmo di dare vita alla sezione di Cisano che in pochi anni diventò un punto di riferimento importante per l’intero movimento. Lavoravamo un sacco, ma sempre col sorriso sulle labbra, divertiti e anche parecchio spiritosi. Spesso quando si ricorda il proprio passato, vengono in mente solo le cose belle. Così se penso al mio periodo all’interno del Carroccio, rivedo le lunghe serate passate con la nostra gente, in strada, tra noi bergamaschi, duri e puri, sempre a lottare per un’Italia migliore”.

Qualche episodio della tua vita nel Carroccio. “Io e Mario Cavallin disegnavamo le tessere del Movimento. Proponevamo a Bossi diversi soggetti grafici. Il Senatur, sigaro spento in bocca, stava alle nostre spalle a ruggirci indicazioni. Aveva sempre un’idea nuova e noi eravamo stremati perché erano le due di notte. Esperienza traumatica, invece, a Roma, come collaboratore del parlamentare di collegio, la mia carissima amica Luciana. Il mio periodo nella Capitale mi portò a capire che sarebbe stato molto difficile cambiare il Paese”.
E poi cos’è successo? Perché ti sei separato dal Carroccio? “Semplicemente perché è capitato che a fine anni Novanta la Lega Nord si è strutturata, diventando un partito simile a tanti altri. Con le famose logiche di potere e le poltrone da assegnare a questo e a quello. Non è più stato il nostro Carroccio, inevitabili quindi i contrasti che hanno portato alla rottura. La sede di Cisano è stata chiusa. La nostra Lega era diventata come i suoi avversari, il movimento era finito. Pazienza…”.

giuliookdue A Celana, nella tua stupenda casa, c’è una bandiera della Lega Nord in bella vista. Voterai per Salvini? “Ma, di sicuro so chi non voterò, quanto a Matteo dipenderà se farà quanto dice. Devo dire che dal punto di vista politico mi interessa molto anche quello che si sta muovendo nella destra sociale movimentista. Poi l’affetto verso il Carroccio c’è ancora. Ho incontrato Salvini recentemente, quando abbiamo manifestato contro l’idea di far diventare il famoso collegio di Caprino un centro profughi. L’ho guardato e gli ho detto subito quale fosse il problema tra noi due: “Io sono tifoso dell’Atalanta, tu di quella squadraccia che è il Milan…”. Si è messo a ridere e poi ci siamo messi a chiacchierare seriamente. E’ un ragazzo in gamba, comunicativo, così come a livello locale penso che Daniele Belotti abbia sempre lavorato con impegno. Se devo fargli un appunto, forse Daniele ha poco coraggio. Resta, comunque, che il periodo nella Lega Nord con lui segretario provinciale e io dirigente è stato eccezionale, poi abbiamo avuto i nostri screzi, attualmente il nostro rapporto è discreto anche perché condividiamo un folle amore…”.
L’Atalanta, l’altra tua grande passione. “Sì, una malattia di famiglia che condivido con mio fratello Tullio che ha dieci anni più di me e che mi ha portato la prima volta allo stadio. La ricordo: Atalanta-Mantova, una partita magica, nel 1970. Vittoria nerazzurra e accesso agli spareggi per andare in Serie A. Tantissime emozioni, che rivivo quando vado al Comunale a vedere la Dea oppure quando seguo i nerazzurri in trasferta, ovviamente se la sfida è vicina, a Torino, a Milano o a Genova. Entro allo stadio e cambio umore, mi dimentico qualsiasi problema. Legati alla squadra bergamasca, ho tanti ricordi memorabili, su tutti quelli della mitica semifinale di Coppa delle Coppe contro il Malines, qui e in Belgio, poi gli oltre cento pullman per Genova, le mille avventure col club di Cisano e l’anno dello squadrone con Inzaghi, Lentini, Morfeo e Pisani, forse la Dea più bella di sempre. Oggi amo i nerazzurri quando giocano con lo spirito di Raimondi, il mio calciatore preferito, uno che ci mette il cuore, che la maglia se la sente tatuata sulla pelle, uno de Berghem. Amo la Dea, ma non mi piace il calcio moderno. Penso si sia perso qualcosa, il mondo del pallone è diventato meno affascinante”.
Per il club di Zingonia hai anche lavorato. “Si, ho disegnato le azioni della società e sono orgoglioso di avere una piccola quota dell’Atalanta Bergamasca Calcio”.

giuliookquattro Parlo dell’Atalanta Point, un tuo grande progetto diventato realtà. Ce lo racconti? “Certamente. Il pallino mi è venuto all’inizio degli anni Novanta, all’epoca della prima presidenza Percassi. Incontrai Antonio e Giuseppe che sposarono subito il mio progetto: uno store sul modello inglese dove i tifosi potessero trovare la maglietta dell’Atalanta, introvabile all’epoca perché non c’era ancora il merchandising. Se volevi la casacca originale, dovevi lottare con gli altri tifosi all’ultima giornata di campionato, quando i calciatori la regalavano durante l’invasione di campo. Non se ne fece nulla perché dopo pochi mesi Percassi lasciò la presidenza nerazzurra. Qualche anno dopo il mio amico Marco Cornali mi chiamò per chiedermi se avevo ancora voglia di dar vita all’Atalanta Point. Incontrai Gianni Sommariva e in due minuti decidemmo di partire. Fu un successo. In stretta collaborazione con la Asics, vendevamo di tutto. Oltre a quanto riguardava la divisa della squadra, affiancai la linea “da passeggio”, ma anche quaderni e materiale per la scuola. Creai l’Atalanta Style e l’Atalanta Scool. Mediamente il negozio di via XX Settembre era molto visitato con punte di duemila tifosi il sabato pomeriggio. Disegnavo i prodotti con gli occhi del tifoso e non potevo sbagliare. Organizzavamo eventi e creammo il francobollo dell’Atalanta grazie alla preziosa collaborazione con Mirko Tremaglia”.

L’Atalanta Point andava così forte che ti chiamarono in Giappone. “L’Asics era entusiasta perché eravamo la seconda squadra in Italia ad avere uno store di un certo livello. C’era il Milan e c’eravamo noi. L’azienda nipponica mi chiamò a spiegare il nostro progetto, che loro volevano proporre a tutti i club che fornivano. Fu un viaggio fantastico, ero accompagnato niente meno che da Dario Zanotto che gestiva le sponsorizzazioni di Diego Armando Maradona. Al meeting dove ero ospite feci sobbalzare i partecipanti quando mi rivolsi alla geisha, ovviamente carinissima, che mi seguiva dappertutto: “What’s your name? Your telephone number?”, mi sentirono i capoccia della Asics e si sbellicarono. Mi chiamavano “fan manager”, ascoltavano sbalorditi le mie idee che erano parecchie, affascinati dall’Atalanta Style. Con loro lavorai sulla divisa ufficiale, quella sponsorizzata Ortobell, la maglia nerazzurra e quella bianca, due tra le più amate dai tifosi. Accanto a me i fratelli Bellina, due persone squisite e appassionate. Nel periodo dell’Atalanta Point lavoravo a stretto contatto con Stefania Sommariva e Beppe Marotta, attuale amministratore delegato della Juventus, un vero e proprio maestro di vita”.

giuliookdieciCosa ne pensi dell’attuale Atalanta Store a Orio al Serio? “E’ freddo, senza passione”.
La Lega Nord, l’Atalanta Point e il ruolo alle case Aler. “Dimentichi la Pro Loco e il ruolo di consigliere comunale…”.
Hai avuto un’esistenza frenetica. “In ogni cosa che faccio ci metto l’anima, la passione. Sono fatto così. Sono stato nominato commissario straordinario dell’Aler nel 1996 e ci sono rimasto otto anni. E’ stata un’esperienza entusiasmante perché io da ragazzo vivevo nelle case popolari. Ne conoscevo pregi e difetti, mi sentivo come se un operaio fosse diventato amministratore della propria azienda. Fin dall’inizio ho lavorato per cambiare il rapporto tra azienda e utenti, che per me non erano dei rompiballe, ma dei veri e propri clienti, da trattare coi guanti. Le soddisfazioni più grandi quando venivano a trovarmi in ufficio. Ricordo, una volta, la visita di un’anziana signora di Costa Volpino. Continuava a chiamarmi “dottor Panza”. Io la fermavo, “non sono laureato”, ma lei non ci sentiva: “dottor Panza, ci sarebbe questo…”, “dottor Panza, bisognerebbe…”, “dottor Panza, servirebbe…”. Io la ascoltavo attentamente, spiegandole le soluzioni che avevo in mente. Finito il colloquio, ormai sulla porta, la signora mi disse: “Lei per me è il dottor Panza perché tiene a noi”. Ed è una frase che mi tengo nel cuore. Così come ho grande affetto per l’allora direttore dell’Aler, uno di giù, di Avellino. L’ho conosciuto ed ero diffidente perché da attivista della Lega Nord non nutrivo stima verso i meridionali, così come io, lumbard, non andavo a genio a lui. Lavorandoci accanto ho scoperto una persona intelligente, in gamba, disponibile. Insieme abbiamo amministrato tredicimila alloggi con grande successo anche grazie all’aiuto di cinquantaquattro collaboratori, nell’ultimo periodo di splendore della case Aler. Siamo diventati amici e da poco ci diamo del tu, giusto, dottor Manzi?”.

Pur avendo ricoperto ruoli amministrativi, sei un creativo. A riprova il tuo calendario, straordinario. “Lo regalo alle persone che stimo. E’ il mio modesto contributo all’informazione libera. Ogni data ha gli avvenimenti che mi piace ricordare. Prendiamo ad esempio il 12 settembre, una data importante. In America, è il 1913, nasce Jesse Owens; a Roma nel 1964 viene alla luce Paola Turci, un’artista che porterei volentieri a cena. E quella data è anche il mio compleanno. Il mio calendario divide: piace, ma fa anche arrabbiare. E va bene così”.

Facciamo un passo indietro. Che tipo di bambino eri? “Irrequieto, mai fermo e cresciuto in fretta. Ho perso mio padre prima che nascessi, mia mamma se ne è andata che avevo sedici anni. In quel momento, forse il più doloroso della mia vita, sono dovuto diventare un uomo. Iniziavo i primi passi nella Cisanese ma dopo pochissimo lasciai il calcio, mollai tutto e cominciai a lavorare. Assunto alla Pozzoni, la più grande azienda di Cisano Bergamasco. Sono entrato da ragazzino, facendo il mestiere più umile: stampavo le bozze, usavo i caratteri mobili, tornavo a casa che ero nero, sporco dalla testa ai piedi. Alla Pozzoni ho passato quasi trent’anni e devo molto a questa famiglia alla quale sono e rimarrò sempre grato. Ho fatto di tutto, conoscendo la ditta nei minimi particolari, diventando un ottimo commerciale, con un portafoglio clienti molto importante. Anche se avrei preferito insegnare, fare il venditore mi è sempre piaciuto: si sta in giro, a contatto con la gente. Poi ho lasciato perché avevo voglia di cambiare. Ho aperto un’agenzia di stampa e di comunicazione. Realizzo stampati di estrema qualità (bellissimi, ndr) e una svariata serie di prodotti per diverse aziende. La mia missione è quella di valorizzare i loro prodotti, presentandoli nel modo migliore. Sono molto legato al Cotonificio Albini, tra i più importanti al mondo, azienda che mi ha fatto innamorare del tessuto che emoziona. Mi dicono che sono caro, ma subito aggiungono, anche molto bravo. E quando vedo da Pitti o a Londra o a New York o a Milano le mie fatiche, devo dire che godo”.

La lista delle tue priorità. “Mio figlio Alessandro, che ha tredici anni ed è un bel tipo. Però non è appassionato di calcio, non ha nemmeno una squadra del cuore. Suona la chitarra, adora la musica. Ad accomunarci è la curiosità, le cose belle e le prese di posizioni decise. Alessandro è il motivo che mi fa rimanere in Italia, un Paese in metastasi per via di una classe dirigente inetta. Mio figlio è il primo pensiero della mia giornata e anche l’ultimo. Sono un genitore apprensivo e va bene così.  Alesssandro vive con la mamma e questo mi pesa, forse perché non ho mai conosciuto mio papà ed è una presenza che mi è mancata. Poi tra le cose a cui tengo di più ci sono sicuramente la mia famiglia, la mia terra e la mia squadra, l’Atalanta. E meno male che anche a Silvia, la mia compagna, piace la Dea”.

giuliook1 Sei originario di Cisano, ma vivi a Caprino. Cosa fai quando c’è il derbissimo di Eccellenza tra due delle migliori squadre del nostro calcio provinciale? “Tifo per il pareggio. Ho la Cisanese nel cuore anche perché legata a quei colori c’è la mia amicizia con Roberto Donadoni, una persona che parla poco, ma vale parecchio. Ma sono anche vicino al Caprino per via di una promessa fatta al presidente Austoni. Anni fa gli dissi che avrei portato un grosso sponsor, la Metano Nord della famiglia Barzaghi, miei clienti da vent’anni. Ho mantenuto la parola data e proprio in questi giorni, esattamente il 14 aprile, ci sarà l’amichevole di lusso tra la squadra di mister Raggi e l’Hellas Verona, altro club sostenuto dalla Metano Nord”.
Altri progetti? “Da quanche anno collaboro con l’associazione Terra di San Marco per portare la nostra amata Bergamo tra i patrimoni dell’Unesco”.
Sia per l’impegno nella Lega Nord che per via dell’Atalanta Point hai conosciuto parecchie persone famose. Chi ti è rimasto più impresso? “Sicuramente Beppe Marotta, un uomo carismatico, disponibile, preparato, concreto. Gli lanciavo le mie idee e ne parlavamo. Era piacevolissimo. Ricordo quando ho disegnato il biglietto di ingresso allo stadio perché quello che c’era prima non mi piaceva. Preparai il bozzetto, sullo sfondo le mura di Città Alta, e gli dico: “Deve essere il biglietto da visita dell’Atalanta e di Bergamo”. Lui, entusiasta: “Grande, Giulio”. E via con la stampa. Tra le tante persone incontrate nella mia vita meritano una citazione Daniele Pesenti, uomo generoso ed eccezionale in tutto, Mario Pozzoni, proprietario della Mondadori Verona, Marco Rossi di Trenta Polenta e Marco Cornali, caro amico e raffinato gioielliere. Riguardo al Carroccio, Bossi mi ha sempre colpito, ad ogni incontro. Aveva un carisma eccezionale, unico. Poi Giacomo Stucchi, l’onorevole. Ci siamo conosciuti che era un ragazzino, aveva diciotto anni. Vidi in lui “talento” ed ebbi ragione. Poi, come non ricordare, Vito Gnutti e Roberto Castelli, due gentlemen”.

Tre persone meravigliose. “Giorgio Almirante, un uomo dallo sguardo paterno; Giampiero Boniperti, incontrato nei vecchi uffici della Juventus, una persona che ti mette a tuo agio; Roberto Maroni, compivo quarantun’anni e mi offrì la cena, piacevole e divertente, un grande”.
Sei un essere politico, da sempre. E uno dei tuoi crucci è l’immigrazione, ora al centro del dibattito sia in Italia che in Europa. Cosa ne pensi? “Credo che nell’epoca della globalizzazione l’integrazione tra popoli diversi sia ovvia, oltre che necessaria. Ma solo con chi vuole integrarsi. Ai musulmani non interessa. Cosa ci divide? Guardiamo per esempio alle donne, che nel mondo islamico sono sottomesse per via di una religione volutamente maschilista e che le relega ad un ruolo che è pari allo zero. Ho visitato più volte il Medio Oriente e puntualmente ne torno schifato. Là è sempre peggio. Con chi sottomette le donne, con chi non rispetta la cultura, la civiltà e la religione altrui, l’integrazione non è possibile. E gli ultimi tragici fatti di cronaca stanno lì a confermarlo”.

giuliooktre Con Giulio ci sarebbe da chiacchierare per giorni, perché ha avuto una vita avventurosa ed è una persona profonda, ironica e divertente. Ed è stato in giro per il mondo, persino a Cuba, la terra del nemico (“un paradiso che spero che gli americani non distruggano”). Visito la sua splendida casa, una cascina ristrutturata a Celana, frazione di Caprino Bergamasco. E gli faccio l’ultima domanda perché sono le cinque del pomeriggio e se non torno in redazione mi danno per disperso.
Sipario quindi sull’ultimo quesito: diventi premier, cosa fai? “Intanto ridiscuterei i Patti Lateranensi e la forma di Europa che ci hanno imposto, cambiandola perché deve tutelare i popoli, non gli interessi delle banche. Poi mi occuperei di persona delle politiche sociali e culturali, con un ministero apposito, quello delle identità territoriale, diverso dall’istruzione. Sul modello di come facevamo noi della Lega dura e pura degli inizi, quando eravamo più a sinistra dei comunisti. Di quell’esperienza politica i ragazzotti che stanno ora al governo non ne sanno niente”.

giuliookseiCon al potere Renzi e la sua cricca di ministre inquisite, viene da sperare che Giulio decida di scendere in politica. Ma non lo farà, perché al governo ci finisce sempre la gente peggiore. Quelli bravi lavorano quattordici ore al giorno per mantenere gli arraffoni che stanno a Roma. Un peccato. Ma prima o poi cambierà.