Premetto un paio di cose, che per me sono importanti. Intanto di arte non ci capisco una mazza, ma proprio niente, a scuola ero il peggiore di tutti, poi, da ottimista tarato quale sono, in seconda media mi sono messo d’impegno credendo che disegnare fosse un po’ come suonare la chitarra: se ti metti, con ordine, ogni pomeriggio, alla fine della fiera qualcosa ti esce. Ok, ok, non diventi né Picasso né Jimi Hendrix, ma le tue opere non fanno più così schifo a chi le vede o ai pochi che le ascoltano. 
Così, verso i tredici anni, stavo lì, sulla scrivania di casa mia, disegnavo per ore con la bic blu o nera, facevo più che altro stelline, cuoricini, orsetti e pesciolini, che alle superiori, scoppiato l’ormone, mi sono venuti anche utili nelle lettere d’amore che scrivevo a Francesca, il mio amore del Liceo, pensierini e disegnini di rara bruttezza, ma che lei, che era già all’epoca molto colta e che mi amava tanto, apprezzava ripagandomi con baci appassionati. Poi però un pomeriggio, dopo una mia missiva di tre fogli di protocollo, tutti corredati dagli scarabocchi in questione, tra noi il gelo: “Madonna Matti, che brutti quei pesci che fai. E dire che scrivi pure bene, ma con quei segnacci incasini tutto. Metti ansia”. Ascoltato il consiglio, ho smesso, non sono diventato un pittore, ma un giornalista. Quel giorno la mia verve decorativa si è esaurita sempre e per sempre. Con lei una curiosità artistica mai avuta davvero, frequentata un po’ così, in sofferenza, fingendo interesse, perché negli anni Novanta faceva figo occuparsene, sparando giudizi a casaccio su artisti indie o indiani d’America. 
La seconda premessa è che mia mamma, che ha insegnato tantissimi anni all’Artistico di Lecco, con consistenti e insistenti ricatti monetari mi obbligava a partecipare alle innumerevoli gite scolastiche che organizzava, massacranti tour tra una mostra e l’altra, spesso di artisti sconosciuti, sempre minimalisti, a Milano, a Bologna o a Parma. Il problema non erano gli autori, quasi sempre spiantati amici suoi, la cosa tragica era che in quelle giornate si camminava per ore, lunghe marcette agli ordini della professoressa Campagni, appunto mia madre, camminate strazianti che a me facevano venire un sacco male ai piedi. Più ancora della mia incapacità, credo che la mia mancata passione verso quadri e sculture, dipenda dal fatto che li associo a un forte dolore alle gambe provato ogni volta con mia mamma e le sue classi. A riprova che se vedo un’opera, anche un’installazione o un murales di qualche mio amico, mi prende un forte fastidio ai muscoli, una sorta di formicolio, e devo smettere di star lì a guardare e farmi un giro in giro per sgranchirmi quell’attimino.
Così lungo tutto questo ventennio, fino a domenica, quando sono andato a vedere i lavori di Irene Sarti, che è una mia amica artistona, oltre che una ragazza assai simpatica. Tra i suoi quadri, donne bellissime che paiono muoversi e raccontare la propria storia ballando su tele grandi e irriverenti, per la prima volta mi sono sentito bene, privo insomma di quel male alle gambe che mi prende quando qualcuno mi obbliga ad accompagnarlo a una mostra. Non so una beata mazza del valore artistico dei quadri di Ire, non ho nessuna competenza in merito, ma guardandoli, i colori che ci sono, i sorrisi e i bronci, gli occhi disegnati, le labbra dipinte, ho avvertito una sensazione di piacere sia agli occhi che all’anima. Tutte queste parole per dirvi che se siete persone per nulla artistiche come chi scrive, non per colpa vostra, ma per i traumi inflitti dalle vostre ex o dai vostri genitori, potete riconciliarvi con l’arte e superare il vostro dramma personale andando alla mostra in corso a Stezzano, Spazio Liberty 28, in via Bergamo 2, dove per un paio di settimane ci sono una decina di Sarti, che meritano. E magari incontrate pure lei, Irene, che è una persona intelligente, talentuosa e parecchio ironica, come da noi ne sono rimaste poche.

Matteo Bonfanti