longaretti3 di Simone Fornoni
Nessun bergamasco illustre, di quelli che hanno nobilitato o nobilitano da decenni la nostra terra fin quasi a divenire un’immagine di marca del territorio e del suo popolo, ha meno bisogno di essere biografato di Trento Longaretti. Il suo cursus honorum di mostre e opere disseminate ai quattro punti cardinali, dal Palazzo di Vetro dell’Onu a Ginevra al sagrato della parrocchiale di Monasterolo del Castello, tra arte sacra e lettura della quotidianità comunque permeata di temi intimamente religiosi quali la maternità e l’esodo, parla di più e meglio di qualunque abbozzo di riassunto ragionato. La grandezza di un uomo che ha abbracciato un secolo venendone ricambiato – «Mai come in questi giorni ho notato che tutti mi vogliono bene. Se qualcuno mi vuole male, certamente non l’ho ancora conosciuto» – non può essere banalmente affidata a un elenco di fatti e date. Una produzione in cui si ode l’eco dei più disparati generi dell’Arte figurativa con la A maiuscola oppure di nessuno, un «dimenticare a memoria», il metodo fatto proprio dell’allieva Mariella Bettineschi, che «dà gioia e ispira empatìa», per dirla con il critico Carlo Pirovano, due dei destinatari dell’invito al suo compleanno, protagonisti del dialogo a distanza con il maestro (appellativo che non gli piace) ne “Il Concerto”, in proiezione dal 21 all’Accademia Carrara fino al 26 settembre, il giorno prima dell’allestimento della personale presso il Museo Bernareggi.

longaretti4 Il 27 Trento, nono dei dodici figli del fabbro trevigliese Alessandro cui poi sarebbero seguiti Trieste e Vittorio in un climax patriottico degno di un’epoca inesorabilmente sfiorita, spegne cento candeline. «E mi sa che è l’ultima volta che festeggio», aggiunge con l’ironia di chi non ha proprio l’aria di voler lasciare testamenti, anche se l’affetto profondo della sua città è già qualcosa di più d’un semplice lascito, nel senso morale e civile del termine. Per raccontarsi un po’, grazie all’abile e complice regia di Alberto Nacci, ha accettato in punta di piedi, quasi con deferenza, di farsi celebrare dalla pinacoteca a cui ha dato cuore, cervello e anima come nume tutelare e titolare della cattedra di pittura dal 1953 al 1978, formando più generazioni di artisti: «La Carrara è qualcosa di veramente grande, una scuola d’arte e di vita, e io al suo cospetto mi sono sempre sentito un uomo piccolo», le sue parole al vernissage del docu-film in cui si dice di lui per trattare il tema del connubio fra arte e contemporaneità. Longaretti, «da uomo del Novecento», si e ci chiede che cos’abbia a che vedere con un oggi di installazioni, di tecniche miste che ormai prescindono da tavolozza e pennello, di concettuale più che dell’uomo come contenuto e contenitore dell’opera. E il gallerista Giovanni Bonelli, un altro dei convitati al banchetto – per ciascuno, un pensiero, un disegno e tanti interrogativi – frutto dell’artificio del sogno svelato alla figlia Serena nell’ora di documentario nacciano, spiega il legame fra due secoli incarnato dal Professore: «La forma espressiva è un’opzione personale, gli argomenti e i soggetti no. Sono universali, vedi i popoli in fuga dei suoi “Fuggiaschi sotto un cielo minaccioso”».

longaretti2 Forse il più crudamente coevo dei tanti quadri che scorrono nelle sequenze completate da personaggi chiave della storia longarettiana, dal collezionista Nicola Capogrosso («Avrà cento dei miei dipinti, li accatasta o ci ha tappezzato tutta la casa?») al Conservatore dell’Accademia Giovanni Valagussa, che in fondo vuole suggerirci che capolavori come “La Madonna del Latte” del Bergognone non sono poi così distanti dalla sensibilità dell’autore di “Madre con bambino verde a Praga” e “Madre in riva al mare”, passando per l’architetto Gian Maria Labaa, allievo di Longaretti da cui ha ereditato l’amore per il restauro e l’interpretazione del mestiere fuori dagli schemi. “Grande nuvola rossa sul monastero”, “La buona fortuna”, “Natura morta con ramo”, “Natura morta con grigio”. Tra i titoli, il filo conduttore della vicenda dello studente di Brera divenuto una celebrità nella sua terra e altrove senza mai desiderarlo, l’artista che non ha mai reciso le radici con Bergamo pur volendo spalancare le porte alla riflessione su un’attualità che è sempre uguale a se stessa, quella di un’umanità che sogna e tenta di lasciarsi le miserie alle spalle: «Per la mostra al Museo diocesano d’Arte Sacra ho selezionato quarantatré opere, la maggior parte delle quali sono dure, intense, drammatiche, collegate profondamente ai drammi dei nostri giorni». Ed eccoci a “Il Concerto”, che vede Trento, amante della musica tanto da ascoltarla e farsene ispirare quando mette mano alle tele, con la bacchetta in mano dell’orchestra delle voci culturali della città di cui la Carrara, per citare la direttrice Emanuela Daffra, è il primo violino. Nella locandina, il senso di tutto: il Maestro col bastone, di spalle, sulla soglia di una pinacoteca davanti alla quale si sente piccolo nonostante le abbia fatto fare passi da gigante come nessun altro.