Luca Battistini, impiegato all’ufficio-qualità della Bonduelle, nonché segretario e co-fondatore della Nova Montello, rappresenta la sintesi suprema del tifoso appassionato e incorreggibile – tanto da averne combinate di cotte e di crude nel nome del suo Milan – e dell’uomo di sport che guarda, dall’alto della competenza acquisita in ambito dilettantistico, con lucidità e freddezza all’appuntamento con la partita. Certamente la componente legata all’età e all’esperienza non può essere sottovalutata, ma fa senz’altro piacere incontrare e conoscere un tifoso che, per quanto frequentatore assiduo di San Siro, non possa prescindere dalla sportività e dal rispetto per l’avversario; caratteristiche che non dovrebbero mai mancare a un dirigente di calcio. Il racconto di Battistini, 40 anni, sposato con tre figli, dei quali due lasciano presagire la stessa fede milanista del padre, parte dalle origini, dal Milan di Marco Van Basten: “I miei primi ricordi risalgono alla Serie B e all’era-Farina, alla domenica sera andavamo a mangiare dalla zia e in compagnia di mio papà Ernesto guardavo “90° minuto”. Ma è dal primo Milan degli olandesi che inizio a prendere coscienza della mia fede rossonera e da quel momento inizio a frequentare San Siro, senza più smettere. A dirla tutta, la mia prima volta allo stadio è a Bergamo, in occasione di Atalanta-Fiorentina, mentre è nei primi Anni Novanta che metto per la prima volta piede al “Meazza”, grazie allo storico Milan Club “La Fiasca” di Costa di Mezzate. Van Basten, più degli stessi olandesi, diventa un grande amore e proprio a quel periodo risalgono le mie prime “follie”, nel nome del Milan. Ricordo di aver raggiunto da solo il campo di Bagnatica in bicicletta, pur di assistere a un’amichevole, mentre ai miei avevo detto che sarei andato all’oratorio, con gli amici. E lì ho stretto pure la mano ad Arrigo Sacchi. Van Basten diventò di fatto un oggetto di culto, tanto che anche oggi nel mio garage c’è un quadretto che lo raffigura, e le partite di allora me le ricordo ancora come fossero accadute ieri: il 3-2 di Napoli (stagione 1987-’88, gol di Van Basten e doppietta di Virdis, n.d.r.); la mia prima volta a San Siro, in un Milan-Cagliari deciso dalla doppietta di Van Basten; i quattro gol, di cui uno in splendida rovesciata, che il “Cigno di Utrecht”  rifilò in Coppa Campioni al Goteborg. Nota a parte per quel Milan-Venezia del ’99, nell’anno del miracoloso scudetto di Zaccheroni. I gol di Guly e Ganz, la parata miracolosa di Abbiati e quell’esultanza di Galliani, in tribuna, destinata a fare la storia: io mi divertii parecchio, molto meno mia moglie Paola che durante la partita si addormentò sulla mia spalla. Ma il Milan cui mi sento più legato è quello di Ancelotti, quello della finale di Manchester per intenderci. Mi sono sempre abbonato alla Champions League e quel cammino che ci fruttò, nella stagione 2002-’03, la vittoria della Coppa è diventato qualcosa di indimenticabile. Ricordo che ai quarti, in occasione del gol decisivo di Inzaghi contro l’Ajax, stavo mangiando del riso freddo e buttai letteralmente tutto in giro, mentre in semifinale, nel doppio derby con l’Inter, sulla parata finale di Abbiati mi dovettero portare via, per la tensione e l’adrenalina che avevo accumulato. Della finale non ne parliamo proprio, anche se mi è dispiaciuto non poter essere a Manchester, a seguire dal vivo i ragazzi: i costi erano troppo elevati e in quei giorni stavo sistemando quella che sarebbe diventata casa mia”.

Il tempo, evidentemente, ha portato più saggezza, ma da quanto lasciano presagire i figli, le dinamiche appaiono destinate a ritornare: “I miei figli, a partire da Emma (9 anni) e Giorgio (3 anni), che sembrano aver ereditato la mia fede milanista, a  differenza di Viola (5 anni), si sono persi il meglio e ogni tanto mi chiedo che cosa sarebbe successo se fossero nati qualche anno prima. Eppure non ne faccio un dramma, perché la squadra, per quanto oggi mediocre, rimane tra le più vincenti al mondo, e deve guardare con fiducia al proprio futuro. Il closing appena effettuato rappresentava una necessità, perché ormai la società non disponeva più di risorse economiche. Ben venga allora l’avvento della nuova proprietà e ben venga anche un ipotetico approdo in Europa League, nonostante che i soldi della tournee facciano parecchio gola. A mio avviso, infatti, disponiamo di alcuni elementi che, per quanto in gamba già adesso, hanno bisogno di dimestichezza in ambito europeo – penso soprattutto a Donnarumma, Locatelli, ma anche lo stesso Bonaventura – in vista di un’esperienza più tangibile, e senza dubbio di maggior valore, quale la Champions League, traguardo che dobbiamo assolutamente raggiungere entro breve. Insomma, non tutto il male vien per nuocere, anche se, da montelliano, oltre che da montellese, mi chiedo dove saremmo in classifica se non si fosse fatto male Bonaventura. Da uno come lui non si prescinde e la sua assenza ha scombussolato un po’ tutti i piani dell’allenatore, il quale a mio avviso è il primo artefice di quanto di buono (non molto, è vero) abbiamo fatto.  La mia Nova Montello? Ha perso la finale play-off col Palosco, riproveremo il salto in Seconda l’anno prossimo. E se ce la faremo festeggeremo  con una bella grigliata col presidente Marco Perletti, tifosissimo atalantino…”.

Nikolas Semperboni

NELLA FOTO – Luca (a sinistra), con la figlia Emma e il papà Ernesto