zambe5 di Nikolas Semperboni
Da Leffe a Pradalunga, con un DNA che rimanda chiaramente all’ambizione, e alla spregiudicatezza, di una valle di successo, come la Valseriana. Eppure la storia di Pierluigi Zambelli, per tutti “Gigi”, classe ’56 nonché pensionato d’oro del nostro calcio, si trasforma in un vorticoso valzer di panchine, e di vittorie, che finisce per abbracciare altre tre province, oltre a quella bergamasca. Provincia bresciana (Palazzolo); milanese (Caratese) e cremonese (Rivoltana): chiaramente un motivo di vanto, in una realtà appiattita, tendente al “Volemose bene, siamo tutti amici!”, quale quella orobica. La nomea del “Gigi” si associa rapidamente a quella di una famiglia, per l’appunto seriana, capace di valicare persino i confini nazionali, per le gesta compiute sia in ambito imprenditoriale che in ambito sportivo: la famiglia Radici, nella quale Zambelli trova due impareggiabili interlocutori in Maurizio e Nicola. Zambelli lavora per loro, assumendo i gradi del responsabile della centrale elettrica di Ubiale Clanezzo – “La tecnologia mi ha salvato. Se in piena notte ti svegli perché è successo qualcosa di serio alla centrale, con un clic da casa metti a posto tutto” – ma soprattutto è nella squadra di calcio di famiglia che Zambelli mette…radici. L’inizio è ordinario, da giocatore, compagno di Sandro Salvioni e agli ordini dell’ex atalantino Sandro Gibellini, e una carriera condizionata da un infortunio che lo costringe al ritiro all’età di 27 anni. Prende allora in mano il settore giovanile della squadra seriana. Erano i primi Anni Ottanta, il preludio del “Miracolo Leffe”, e alla chiamata di Maurizio Radici non si può certo dire di no. Con il sodalizio che cambia tanto nome (da Virtus a Leffe) quanto il “padrone del vapore”, con la famiglia Radici, coadiuvata da Gianfranco Andreoletti, subentrata a Pezzoli, prende forma una nuova avveniristica creatura, autentico fiore all’occhiello per tutto il calcio bergamasco, in grado di scalare i campionati e, soprattutto, insegnare calcio. Zambelli ne diventa un punto di riferimento irrinunciabile, e sotto la sua ala protettiva muovono i primi passi sul rettangolo di gioco campioni in erba del calibro di Bonazzi, Mignani e Bertoncelli, capaci di raggiungere la quota del professionismo. Vuoi per l’indubbia stoffa dell’abile condottiero, vuoi per la fortuna, vuoi per l’innata scaltrezza combinata alla lungimiranza, “Gigi” si impone alla ribalta per i 17 anni trascorsi al servizio del settore giovanile del club seriano, con la ciliegina di una parentesi in C2, al cospetto di una squadra da salvare, e con una dote che racconta di due titoli italiani conquistati, in tre anni, con la formazione Berretti. I nomi si raccontano da soli: Rustico, Bernardi, Marchesi, Gibellini, Facchetti, oltre allo sfortunato Leo Gritti, tuttora in coma dopo un malore occorso nel 2012 durante un torneo estivo.

zambe4 Terminata la felice avventura al “Martinelli”, Zambelli si butta a capofitto nel dilettantismo orobico, centrando al primo colpo uno dei trofei più ambiti: la Coppa Italia d’Eccellenza, sulla panchina della Stezzanese, nel 1998. Il diesse è Enrico Vecchi, mentre si distinguono nei panni dei baldi giovanotti dal radioso avvenire un certo Giorgio Pesenti e un certo Marco Capelli. Gente destinata a far parlare di sé, accanto a fuoriclasse indiscussi del calibro di Maffeis, Taramelli, Brembilla, Zonca, oltre a tre autentici emblemi di quel miracolo sportivo: Guercilena, Facchinetti e Castellani. L’apice del godimento è raggiunto, e un tecnico in chiara rampa di lancio non si fa sfuggire l’occasione per iniziare il suo girovagare contando assiduamente sui tanti giovani sbocciati nel segno dei suoi magistrali diktat. Sono in molti a seguire l’affezionato mister in quel di Palazzolo. Zambelli varca così il confine ma quello che succede in una piazza storicamente ballerina e imprevedibile ha dell’incredibile. La squadra bresciana, ma dai tanti bergamaschi in organico, chiude in testa il girone di andata, ma il diesse Stefano Chiari opta per un clamoroso esonero dell’allenatore. Gli esiti sono drammatici, perché il ritorno si trasforma in un calvario, e la salvezza è acciuffata per il rotto della cuffia. Da Palazzolo si torna in provincia, e i risultati tornano a lievitare paurosamente, benedicendo le performances del neonato Trealbe. Prosegue la crescita dei tanti elementi ex Stezzanese, che accompagnano le gesta di due nomi nuovi come Andrea Perico e Pierfilippo Savoldi, e il titolo di Promozione è bello che in saccoccia. Per il carismatico “Gigi” giunge il momento di cimentarsi nel banco di prova supremo, chiamato Serie D. Due anni strepitosi alla Bergamasca Zanica, dove confluiscono giovani lanciati da Alzano Virescit e Leffe, allora nei pro-, e dunque smaniosi di trovare la meritata vetrina. Poi di nuovo Palazzolo e dopo ancora Nuova Albano, con un altro epilogo-thrilling, con una sconfitta all’ultima giornata che costa il titolo. Ma del resto, il presidente Bergamelli è in procinto di passare al Pergocrema. A seguire, il primo, e unico, approdo, nella provincia milanese, in coincidenza con la parentesi di Carate Brianza, alla Caratese. Nel mezzo, un’altra tormentata avventura tra i dilettanti, in un’altra piazza dagli scossoni facili, come Grumello: la Grumellese è prima ma Diego Belotti non ci sta e dà il benservito all’allenatore. Dopo la Caratese, Zambelli diventa l’inossidabile timoniere di un’altra squadra votata a stupire, e chiamata a scalare classifiche e categorie, vale a dire il Caravaggio del presidente Mombrini. Squadra di prospettiva ma ricca di talento, cui vanno concessi tempo e pazienza, tanto che i nomi di quell’epopea finiscono per risultare anche oggi sulla cresta dell’onda: Nicolò Crotti, Okyere Gullit, i fratelli Arena, i difensori Anesa e Zucchinali. Zambelli chiede di non restare solo, in sede di lavoro sul campo, ma l’innesto di un diesse affermato e naturalmente ingombrante come Buizza finisce per portare a galla insanabili divergenze. “O me o lui – va dicendo mister Zambelli – qui c’è da pensare positivo, perché la qualità c’è, e il gruppo anche. L’arrivo di Buizza? Un elefante nella cristalleria”. Ma al dunque se ne vanno tutti e due.

zambe3 Al capitolo-pazzie, “Gigi” si fa ingolosire dal progetto intavolato dalla Rivoltana, e il suo incedere si trasforma in un autentico show. Con il benestare del fidato diesse Bruno Sesani (“poco chiacchierato ma tanto capace”), Zambelli innesta bomber Matteo Sala: “Uno che mi si addice parecchio e che caratterialmente mi assomiglia molto, perché è il giocatore più sincero che abbia mai trovato. Nel bene e nel male”. Ritrova Bernardi e si fa mettere nel girone dei bergamaschi, seminando una concorrenza che ben conosce. L’anno successivo, lancia da allenatore Luca Castellani, suo ex giocatore ai tempi della Stezzanese dei miracoli, garantendo una comoda via di uscita per sé e una successione di valore per la società abduana. E’ qui che Zambelli che abbandona la “pancia”, e l’istinto, optando per guide tecniche, e modalità di gestione, più ragionate. Perché nel frattempo il calcio non è più la sola ragione di vita, ma accompagnerà lo scodinzolante mondo della “Witty Dog Hotel”; la pensione per cani, allestita nelle campagne di Scanzo, che allo stesso tempo vale da El Dorado per la pensione di Zambelli. E non ce ne abbia per l’accostamento. Insomma, il sale in zucca al nostro “Gigi” non è mai mancato, ma ciò non toglie che la vita possa continuare a raccontare scatti di lucida follia. Due nomi su tutti: Madone e Pierpaolo Piastra. Il nuovo presidente del Madone cerca nel bel mezzo di roboanti proclami una solida guida, in grado di tradurre in fatti l’indubbia ambizione blaugrana. Il direttore Nicoli avvicina Zambelli, e il matrimonio è bello che combinato. E qui, tanto per restare in tema di campagna, i “galletti nel pollaio” si sprecano. L’allenatore è Sergio Samperisi, e la gara diventa a chi la sa più lunga. Chiosa Zambelli: “Quella di Piastra la potrei definire una tenera megalomania. Un bel sacramento. Tutti sparlavano di lui, ma la sua voglia di fare mi colpì immediatamente. E i patti furono rispettati fin da subito. Mi fidavo di Samperisi, che resta tuttora un ottimo conoscitore di calcio, oltre che collega di lavoro, ma fin da subito emersero dei contrasti legati alla presenza di suo figlio Jacopo, e al relativo allestimento della rosa. Inizialmente Jacopo disse di no al progetto, e con me chi dice di no una volta resta fuori per sempre. Me lo ritrovai una sera al campo a stagione già iniziata, e subito rassegnai le dimissioni al presidente. Dopo alcuni incontri chiarificatori, finì per saltare l’allenatore, e il Madone continuò il suo cammino con Consonni al comando. Un allenatore deve capire di non poter stare sempre in cima, ma vive inevitabilmente di momenti più difficili, legati anche al momento dello spogliatoio. Non si può pensare di essere sempre stimati, e di stare sempre all’apice del successo”. Il Madone vince il campionato e sale in Prima categoria, ma i guai non sono affatto terminati. Torna sulla scena il diesse Buizza, e Zambelli non fatica a fiutare la malparata, con una gestione dei campi, e dei rapporti in seno alla polisportiva, tutta da verificare. “Quando fai fatica a trovare un accordo con gli altri, un primo passo utile può essere quello di far parlare gli altri. Con me bastano e avanzano due bottiglie di vino, per trovare con un addetto ai campi un punto di incontro”.

zambe2 Salutato un Madone avviato al crepuscolo, Zambelli sente l’irresistibile richiamo del suo “paesello”, e della Pradalunghese di Fiammarelli. Con un ruolo esterno alla società vince il campionato di Seconda, ripartendo da collaudate certezze, come D’Adda e Mazzoleni, compagni nell’avventura di Madone, Birolini e, ovviamente, Bernardi. L’anno dopo è sconfitta ai playoff con la Sebinia, e con la stagione successiva prende forma quella che l’uomo di Cornale non esita a definire: “Una delle squadre più forti di sempre, per la categoria”. Vestono il biancorosso i vari Cerea, Bosis e Speroni, e se da un lato la squadra non fatica a guadagnarsi la ribalta non manca nemmeno una nota di rammarico, legata all’esonero di mister Bernardi: “Bernardi tutt’oggi possiede le doti più idonee per fare l’allenatore, ma allora pagò un eccesso di prudenza, che finì per scontrarsi con l’ambizione di un presidente che voleva vincere a tutti i costi”. Fiammarelli affida l’incarico di allenatore a Zambelli, e da novembre la formazione seriana dà il la a una portentosa ascesa, che culmina nel “Double”, coppa più campionato. Così commenta il nuovo profeta in patria: “Vincere nel tuo paese è sicuramente la cosa più importante, ed emozionante. Abbiamo raggiunto uno storico traguardo per la società, e questa forse è la gioia più grande che mi ha regalato la carriera da allenatore. Certo ci sono state tante avventure in un signor palcoscenico come la Serie D, ma quando a Pradalunga vince la squadra vince davvero tutto il “paesello””. Con un presente che racconta di un approdo ormai sostanziale ai playoff di Promozione – “Ma con pochi mirati innesti a dicembre avremmo potuto anche vincere il titolo” – si affaccia, un po’ minacciosamente, l’idea del ritiro definitivo dal calcio. Di mezzo, una pensione da vivere in versione-pendolare, sulla tratta Scanzo-Fuerteventura: “Lo “Witty Dog Hotel” procede, tra pensioni dedicate ai cani e un allevamento per tre razze, Labrador, Bassotto e Jack Russell, mentre nelle Canarie, al seguito di un agronomo e di alcuni amici, abbiamo predisposto cinquanta serre per la coltivazione delle fragole. Naturalmente per comandare anche lì (e ride, n.d.r.). L’idea è di fare sei mesi da una parte e sei mesi dall’altra. Il calcio? Uno che dopo lungo girovagare riesce a portare così in alto la società del proprio paese, difficilmente può chiedere di più, e di meglio, alla propria carriera. Mi mancherebbe solo da fare il presidente, ma un conto è fare il presidente con i propri soldi e un conto è farlo con i soldi degli altri. A me fare il “presidente povero” non mi interessa. A Pradalunga stanno messi bene, con Fiammarelli pronto a puntare sempre più in alto, e che mi ricorda tanto Maurizio Radici, dall’alto di idee molto chiare. E questo nel calcio succede di rado, soprattutto quando di mezzo ci sono le seconde linee, quei personaggi che determinano il 2-3% del capitale sociale, e vogliono determinare le scelte dell’allenatore. Ecco, io ho sempre faticato con i dirigenti, mentre con i giocatori è tutta un’altra storia. Basta un po’ di empatia, qualche accorgimento, e le partite si trasformano in un capolavoro. Semplicemente grazie a loro”. E il bilancio di una carriera vorticosa, vissuta con il piglio dei nomadi tanto opportunisti quanto fantasiosi e ricchi di creatività, è bello che servito: “A Leffe, nei primi 15 anni della carriera, il top, con una società, seconda soltanto all’Atalanta, che non ha mai fatto mancare nulla. Poi il vuoto, nel senso che per allenare tra i dilettanti, o in Serie D, servirebbe almeno un paracadute, e invece tocca sempre arrangiarsi. Ma il calcio più bello l’ho visto esprimere al mio Trealbe, con quel 3-3-1-3, che ci fruttò 22 vittorie in 30 incontri. Savoldi alle spalle di Toblini, Perico e Leo Gritti: semplicemente per vincere. Una società-modello nel calcio di oggi? Vedo tante somiglianze nel Leffe di allora nella Feralpì Salò del diesse Olli. Comanda uno solo, in 5-6 fanno i dirigenti, un progetto chiaro e preciso. Sono convinto che presto la troveremo in Serie B. Lì mi vedrei bene. Ma dopo Pradalunga, basta calcio”. Ma, aggiungiamo noi, sarà vero?

Nome: Pierluigi Zambelli
Data di nascita: 13 marzo 1956
Professione: Responsabile di centrale elettrica; pensionato; allevatore di razze canine; orticoltore.
Famiglia: un figlio, Daniele Zambelli, attuale responsabile del settore giovanile della Pradalunghese.
La top 11. Portiere: Achille Coser. Difensori: Giuseppe Facchinetti, Franco Nesi, Marco Capelli, Igor Bertoncelli. Centrocampisti: Roberto Bonazzi, Giacomo Mignani, Luca Locatelli. Attaccanti: Paolo Bernardi, Matteo Sala, Filippo Inzaghi. Allenatore: Sandro Gibellini (con Zambelli diesse). Diesse: Bruno Sesani (con Zambelli allenatore). Presidente: Pierpaolo Piastra.