di Stefano Nava
Oggi voglio raccontare una grande storia, non una storia di sport e record, ma una storia di umanità che mi ha toccato nel profondo e che segnerà per sempre la mia vita.
Martedì 7 novembre, infatti, mi sono ricoverato agli Spedali Civili di Brescia nel reparto di Ortopedia e Traumatologia Pediatrica, uno dei reparti di interesse nazionale per quanto riguarda la cura delle più comuni forme di affezione ortopediche dell’infanzia anche se i campi di interesse abbracciano in particolare alcune patologie dell’apparato locomotore come ad esempio il piede torto congenito, il torcicollo miogeno, la scoliosi idiopatica, l’osteogenesi imperfetta, il piede piatto e le paralisi cerebrali infantili. Proprio quest’ultima è la patologia di cui io soffro e che nel mondo colpisce 17.000.000 di persone nel mondo e molti casi si sono riscontrati anche nella zona di Bergamo e provincia. Nel 70-80 per cento dei casi la forma di paralisi cerebrale infantile è “spastica”, ossia la forma più comune. Anche l’osteogenesi imperfetta ha una stima di 1 persona su 10.000 e 1 persona su 20.000. A differenza delle paralisi celebrali questa malattia può portare anche alla morte ma tutto dipende dalla forma di gravità che viene riscontrata nella persona.

Entrato in reparto, fui accolto da personale che con grande professionalità e umanità mi ha assistito in tutto e per tutto, non solo perché è loro dovere ma anche perché la loro vocazione pediatrica li porta ad un contatto empatico con il paziente, sia per incoraggiarlo che per fargli vincere le paure che, giustamente, lo assalgono nei momenti più duri. Già la notte tra il 7 e l’8, il giorno dell’intervento atteso per oltre un anno, mi sono seduto al tavolo della mia stanza e nella mia mente si rincorrevano pensieri strani, pensieri di insuccesso e di una vita condannata alla sedia a rotelle. Anche di morte, in alcuni istanti.

Arriva così il giorno dell’intervento. Sono le 10,30 quando lascio la mia stanza sulla barella che mi conduce verso alle sale operatorie pediatriche al terzo piano. Durante il tragitto, forse frastornato dalle quindici gocce di Valium che mi erano state somministrate per calmarmi senza successo, mi sono sentito come un condannato a morte che veniva portato verso il patibolo. Non era così, ma l’ansia mi aveva preso in maniera sempre più forte e così, davanti alla porta d’ingresso delle sale ho avuto il pensiero più brutto che uno possa avere: farla finita. Voler morire per non soffrire, voler morire per togliere ai propri cari e a chi mi vuole bene un peso difficile da sostenere, nel caso le cose fossero andate diversamente da come sono andate. L’intervento chirurgico, effettuato dai dottor Piercarlo Brunelli e Mirco Tassi, ha avuto esito positivo e così, dopo il risveglio post operatorio, fui riportato in camera mia. La settimana passò con un calare d’umore incredibile anche se tutti gli infermieri, le OSS, i medici e gli infermieri della sala gessi hanno cercato di rianimare quello stato di profonda prostrazione con una grande umanità e sensibilità che mi ha toccato nel profondo, visto che ora sono un adulto e certe dinamiche sono in grado di comprenderle.

A chiusura di questo piccola storia di vita vissuta vorrei, con grande riconoscenza, ringraziare coloro che mi sono stati vicino in questa sfida che la vita mi ha messo davanti. Ringrazio quindi il dottor Piercarlo Brunelli, un luminare nell’ambito ortopedico pediatrico e primario del reparto e così anche i suoi colleghi dottor Giampaolo Olappi, dottoressa Raffaella Rosa e dottor Mirco Tassi; la coordinatrice dottoressa Sara Visani, un angelo nel primo giorno di degenza che ha saputo farmi sentire “a casa” anche in un reparto ospedaliero; gli infermieri professionali come Veronica Volpe, Mariangela Varì, Elisabetta Samuelli (a cui devo moltissimo in termini di umanità per quanto ha fatto), Graziella Arzaroli, Rafaella Martini, Ciro Scarano, Massimo Bertoni per il grande tatto dimostrato nei miei momenti più difficili a riprova dell’eccellente preparazione alla quale sono stati preparati in anni di studio; le simpatiche OSS che si sono rivelate delle “seconde madri” per tutti i pazienti ricoverati e le loro famiglie come ad esempio Elena Pelizzari che con le sue battute in dialetto bresciano ha saputo strapparmi un sorriso; Monica Orti che con la sua disponibilità ad ogni mio trillo di campanello ha reso più leggera la mia degenza; Alessandra Grano, che con la sua dolcezza (“cuore” era il suo vezzeggiativo materno preferito) e la fermezza nei momenti giusti mi ha saputo farmi “crescere” e comprendere come nella vita bisogna lottare per prendere a morsi le difficoltà. Una sera, infatti, dopo avermi chiamato per l’ennesima volta “cuore” (ormai è rimasto impresso nella mia mente) mi ha detto con decisione: “Farsi prendere dall’ansia come stai facendo non va bene. Ora fai dei respiri profondi. Guarda che siamo noi i primi dottori di noi stessi e tu, che sei grande, devi imparare a reagire e non buttarti giù”. Beh, grazie Alessandra perché queste parole diventeranno d’ora in avanti il mio mantra per affrontare le nuove sfide che mi attendono.

Infine, non per ultima perché meno importante, vorrei ringraziare un altro ‘angelo’ del reparto, un’infermiera della sala gessi che la mattina della prima medicazione nella quale mi fu aperto parzialmente il gesso per sgonfiare le mie dita del piede destro, si rivolse a me come una mamma con il proprio figlio: “Avere paura è normale. Se hai paura del taglia gessi, cercherò di fare il più piano possibile. Tutta l’ansia che stai vivendo è normale perché un po’ è data anche dalle medicine che ti stanno somministrando. Ora dammi la mano e stai tranquillo. Anzi, facciamo subito così non ci pensi più”. Quest’infermiera è Chiara Gardoni, una persona molto materna nello spirito con cui i bambini si trovano bene perché con il suo sguardo dolcissimo, amplificato dagli occhiali che tiene quasi sulla punta del naso, riesce a trasmettere serenità anche nel momento più duro, quello del dolore fisico e psicologico dovuto alla vibrazione della lama del taglia gessi, al contatto della garza con la ferita, all’estrazione dei ferri dal piede. Ti sostiene fino alla fine e mantiene sempre le promesse che fa. Insomma, la mamma che tutti vorremmo avere al nostro fianco per il resto della vita si trova a Brescia, nella sala gessi dell’Ortopedia dei bambini.

Questa è la grande storia che ho voluto raccontare, una grande storia di umanità di un grande traguardo come il mio cambiamento a cui mi sono sottoposto, un cambiamento che mi vedrà camminare meglio e che mi donerà maggiore autonomia. Non una storia di sport, di record, di prodezze, ma una storia che mi ha segnato e che sempre ricorderò con grande affetto perché quando ricevi tanta umanità gratuita e non imposta dal ruolo professionale, allora sai di essere arrivato in Paradiso anche se attraverso la sofferenza di un’operazione.