di Matteo Bonfanti

Non me ne vogliano le splendide femministe che ho sempre scelto per accompagnarmi nella mia felice vita, donne senza un filo di trucco, perennemente in tuta e scarpe da tennis, manco le aspettasse qualcuno per correre insieme i cento metri con la fissa di abbattere il record di Usain Bolt. Quelle che “te la do, ma solo se ti concentri, non stai a pensare alle unghie nere della nonna Pina e alle altre minchiate che popolano il tuo cervello bacato e vieni in tempo zero, me lo prometti? Guarda, ho appena tre minuti che ho un sacco di roba da fare: il presidio fuori dal Comune per i tre curdi assassinati in Kamchaka, che lo sai pure tu che sono state le multinazionali del petrolio, poi stiamo tutti lì che raccogliamo le firme per il referendum contro l’estrazione del nichel a Steccato di Cutro, quindi stasera faccio un salto a danza, che settimana prossima organizziamo il flash mob in centro. Dimentico il compleanno di mio papà, che fa il festone con cinque reduci dell’anno Sessantotto. Son fighissimi, vegani dal 1982, dei precursori. Cristo, ho pure l’erba da andare a prendere”. E io son lì, muto e divanato, pacifico, ma nel dubbio: lo tiro o non lo tiro fuori? La mia testa dice “anche no”, lui, quello che vive con me, tra le mie gambe, ma che fa i fatti suoi e che ha sempre voglia, insomma il famoso Cattivo, mi implora: “Dai, fammi uscire, vediamo quel che succede”. Mi convince: si fa. Alla cazzo, mezzi nudi, in stile gara e senza il contorno di coccole di cui ho bisogno per non premere l’immaginario pulsante che c’è nei sogni di mio padre: quello che una volta che vieni, lo schiacci e la mandi all’inferno. Vabbè, vengo. Lei va a sostenere i curdi, io mi ridivanizzo, accendo la tv, vedo una troiata, sentendo che qualcosa mi muore dentro.

donatella12 Non me ne vogliano, dicevo, le donne della mia esistenza, che non ho mai visto coi tacchi, che mi invitano a mangiare dal cinese di via Moroni e che vedrò con la gonna (nera) solo quando me ne andrò, al mio funerale, bellissime e in ritardo, magari per la prima volta col rossetto. Dico (e già mi sento in colpa perché mia mamma ha fatto il Sessantotto, il Settantasette, il Social Forum e, giusto sabato pomeriggio, gli Elefanti per la Pace alla scuola elementare di Valgreghentino) che pure io, sinistro convinto, sono attratto dall’altra parte del mondo femminile, la donna donna della canzone di Vecchioni, il meraviglioso pulcino che è la Tereza di Kundera, lo scrittore che più amo, felicemente perduto nell’identica insostenibile leggerezza dell’essere che sento addosso da quando sono nato.
Non me ne vogliano, penso mentre sono in Fiera a intervistare Donatella Tiraboschi, la bravissima responsabile della comunicazione di quella gigantesca scatola di vetri e di moquette che sta in via Lunga, un’ottima collega, firma prestigiosa sia dell’Eco che del Corriere della Sera, capace pure di raccontare bene il ciclismo, che è il tallone di Achille di noi giornalisti, che sul Giro d’Italia o sul Tour de France cadiamo ogni volta come pere e scriviamo frasi a caso perché non conosciamo la fatica, sicché spariamo minchiate.

donatella8 Le chiedo della sua vita, tra l’altro avventurosa, di quelle fitte di colpi di scena, e finisco a parlarle d’amore. E Donatella mi coccola, affascinante e cucciola, grande e piccola, distante e complice, uguale a come immagino Tereza se non fosse in un libro, ma esistesse davvero, adesso e in carne e ossa: “Se vuoi essere il principe azzurro della tua donna devi riuscire a esserne l’amante, il fidanzato, ma pure il padre e il fratello. Si deve sentire protetta e deve sentire che stravedi per lei ogni volta che siete accanto. Che, poi, Matteo, non diventare matto perché la vita è solo un gioco delle parti. Noi femmine potremmo benissimo fare a meno di voi. Ma voi amate davvero solo quando vi sentiti utili, altrimenti andate via. Per tenervi vicini dobbiamo fare le gatte morte, fingerci perse e insicure, prive della nostra sicurezza, anche annullarci, se necessario”.

donatella4 Immaginatemi, conosco una persona da dieci minuti e mi apre un universo mai toccato: il mondo delle femmine femmine che la mia generazione militante non ha mai visto manco col binocolo. Ed è stata una scelta, le donne donne le abbiamo disprezzate perché noi eravamo i figli dei figli dei fiori, per di più cresciuti nel grunge, che è il punk e il “cazzo mene di come ti metti lì, risparmia due soldi per la chitarra e per farti un viaggio in Messico”. “La mia passione sono le scarpe col tacco – mi guarda celestiale Donatella, curatissima, mentre osserva la mia chioma tagliata ad minchiam da mia moglie Costanza una sera che eravamo scemi e bevuti fradici -. Ho anche una collezione di cappelli”.
Donatella, sei felice? “Sì, sono innamorata e quando accade ti senti la persona migliore del mondo”.
Come sei nell’amore? “Casinista, dolce e appassionata”.

donatella5 Donatella è aria, probabilmente porta con sé un segno di nuvole lunghe e rosa al tramonto, e gioca con me al Monopoli dell’universo e il cuore, ma non per scelta sua, solo perché continuo a chiederglielo. E’ piacevole, ma sarei ingiusto a dipingerla come l’emblema dell’insostenibile leggerezza dell’essere che sento di avere bisogno in un venerdì pomeriggio in cui non sono amato abbastanza dalle donne dell’anima mia che mi chiamano a ogni ora inchiodandomi a terra con le tasse da pagare, i figli lasciati al parco, i parenti da andare a trovare.
Donatella non è solo Tereza, è tanto altro. E’ anche una collega che stimo, una delle poche giornaliste che non faccio fatica a leggere. La prima volta che mi sono imbattuto in un suo articolo mi sono detto è brava brava, scrive semplice e scorrevole, le frasi le vengono in mente, le mette giù e le fa diventare pane. Beata lei, che invece io sto sempre a fare e disfare, a battere e levare, in una fatica boia che a volte mi fa persino venire la febbre. Ma sono qui, non mollo.

donatella6 E allora sipario sulla scrittura, la passione che unisce me e Donatella. “A sette anni le prime poesie, da lì le cronache di qualsiasi cosa vedessi in televisione. A dieci anni un’Olivetti regalata da mio papà, ritrovata anni dopo insieme ai miei quaderni di quando ero bambina, una bimba che si appassionava alle gare di sci. Nel 1975, appena quattordicenne, i primi articoli per L’Eco di Bergamo, trafiletti sulla partita di Terza categoria che mi mandavano a vedere. Penso di essere stata la prima donna a seguire lo sport per il quotidiano di viale Papa Giovanni”.
Donatella e il ciclismo. “Mi piace perché lo sento come il vero sport, che nella sua accezione più pura è la fatica e il bisogno di superare i propri limiti. Il calcio non è così. Per questo se mi chiedessero di scegliere tra seguire un Tour de France o un intero campionato di Serie A, non avrei dubbi ad andare un mese in Francia. Legata alle due ruote c’è la mia amicizia con Ildo Serantoni, un grande giornalista, un uomo destinato al lavoro in banca per via di una testa da contabile, e che invece è diventato uno dei maggiori cronisti di ciclismo in Italia”.
Donatella e il calcio. “Un gioco meraviglioso. E poi per me il pallone è Pietro Serina, genio e sregolatezza, il collega che è riuscito a farmi capire il fuorigioco”.
I giornalisti che tieni nel cuore. “Ildo e Pietro, Amanzio Possenti che mi ha fatto iniziare, Fabio Finazzi e Riccardo Nisoli a cui devo moltissimo e Anna Gandolfi”.

donatella3 Capitolo Bergamo. “E’ un rapporto di amore e odio, vado a momenti, adesso è più preponderante il sentimento positivo. Ma ci sono stati periodi che avrei voluto scappare via da questa nostra città così provinciale. Mi sentivo soffocata e sognavo l’America, New York oppure m’immaginavo in Francia, a Parigi. Otto anni fa sono venuta a vivere in città, l’ho scelta perché ho sentito le Mura come un cordone ombelicale, il luogo delle mie amicizie, quelle che durano da sempre, cominciate da bambina. Amo Bergamo, solo vorrei fosse più aperta e più viva e credo sia un desiderio che hanno in tanti”.
La Fiera, il nostro gioiello. “Sono entrata nel 2003 mentre stava nascendo e in tutti noi c’era grande speranza. E’ il mio lavoro, è passione e gioia”.
Di Donatella più di tutto mi colpisce la voce. E’ bellissima, musicale, sinuosa, sensuale, senza fretta. Pare di stare ad ascoltare il mare. Potrebbe dire le peggio cose, tipo “cazzo, figa, porca puttana, diocristo”, trasformandole in miele. Le chiedo o non le chiedo di fare questa prova? Ci penso un attimo, ma poi scelgo che c’è un limite ai miei deliri da giovane Holden e cambio domanda. Finiamo a parlare dello zio Luis. “C’è in me qualcosa di lui, il sogno americano, la voglia di conoscere, di andare. Era nato nell’Ohio, era figlio di immigrati. Qui da noi faceva l’albergatore, era un uomo straordinario, col dono di vedere più avanti”.

Vado, che è ora, che sono le cinque del pomeriggio e ho voglia della mia donna, solo per una volta leggermente diversa, la mia lei con qualcosa di Donatella: la gonna, il rimmel, un cappello grande e di paglia, le scarpe delle grandi occasioni, il bisogno di essere protetta, accudita. Sono ottimista, chiamerò il mio amore anche se beccarla al telefono sarà la solita impresa. Farò i miei soliti trentatre tentativi tra cellulare, Facebook e What’s App, e verso le sette riuscirò a parlarle. Le dirò che desidero una notte speciale, a occuparmi di lei, in un ristorantone e vestita elegante. So già la risposta: “Dai, ma facciamo a razzo, un’oretta. E poi i tacchi non li metto, che mi fanno male ai piedi e divento troppo alta rispetto a te che sei basso e tarchiato e faresti ridere, sembreresti un nanetto del circo. Ci pensiamo… Ho un’altra idea: e se ci facessimo una corsetta al parco? Prendo due panini da Wilmer?”.