di Nikolas Semperboni
Per me che lavoro come educatore nelle scuole, il 2016 andato agli archivi, oltre a regalarmi una realtà bellissima e ricca di persone cordiali quale la “Manzoni” del quartiere Villaggio degli Sposi, ha suggerito in me un dubbio quasi amletico, a metà tra il paradosso e il turbamento deontologico: è possibile lavorare a scuola, tra bambini così piccoli, coltivando allo stesso tempo una passione di vecchia data come il calcio dilettantistico, così poco erudito e spesso meschino? Preso atto di un bipolarismo ormai imperante, ho deciso di affidarmi a uno stimato collega, per svelare suddetto arcano, con la consapevolezza che il soggetto in questione non fosse propriamente l’ultimo arrivato.
clarisaltra Tratto estremo godimento dall’intercettare ogni lunedì, al termine delle lezioni, Ivan Claris, o se vogliamo “Maestro Ivan”, per discutere e confrontare risultati, classifiche e opinioni su mezzo mondo dilettantistico, decido di compiere il grande passo proponendogli un’esclusivissima intervista. Insegnante durante il giorno, ma al di fuori delle mura scolastiche autentica leggenda vivente del nostro calcio, Claris contempla diversi tipi di dilemma. Maestro o insegnante: “A me essere chiamato in un modo o in un altro non pesa. Ma resta la svalutazione, per chi lavora alle elementari, perché alle superiori il tipo di persona che trovi davanti è un altro e cambia il tipo di approccio”. E poi, la versione Dottor Jekyll e mister Hyde: “Condivido il turbamento, al mattino ti comporti un modo, alla sera in un altro. Io sono tutto questo, del resto dopo sei ore di scuola vuoi andare al campo per sfogarti”. E infine, giocatore o allenatore? Tiene banco il Claris allenatore, alla luce dei patemi riguardanti un Trealbe a caccia della salvezza in Seconda categoria. Tuttavia, nel racconto della vita sportiva di questo Higuita de noaltri – “ma il mio modello supremo era Nello Malizia. Higuita mi assomiglia nello stile di gioco e nella capigliatura, ma a ben vedere è lui che ha preso da me” – si fa pressoché costante la propensione al ritorno. Il ritorno sul campo. Il ritorno da saracinesca nemmeno poi troppo usurata, a dispetto del dato anagrafico. Una mansione che nasce proprio in centro città, con il calcio di strada offerto da vicolo San Lazzaro, ma che offre lo spunto di maggior spessore in Valle Seriana, tra Leffe e Gandino. “Sono cresciuto in una generazione da “pane e pallone” – apre Ivan – e in un contesto, tutt’altro che semplice, dove la porta era il garage e il campo era la strada. Vicolo San Lazzaro (a due passi da Piazza Pontida, n.d.r.) era una “zona rossa”, pericolosa da girarci tra delinquenti e prostitute e frequentata da personaggi che te li raccomando, come “Il Cinese” o “Il Miki”. Eppure è lì che mi sono fatto le ossa e le spalle dure, così da affrontare quell’ambiente e, più in generale, tutte le problematiche della vita. Il contesto non offriva granché e allora giocavamo tutto il giorno a pallone, all’Oratorio Immacolata di via Greppi, e posso garantire che, aldilà di una piccola parentesi da terzino sinistro dettata da problemi alle ginocchia legati alla crescita, ho sempre fatto il portiere”.
claris2 La prima squadra a godere delle prestazioni di Ivan Claris è l’Oratorio San Tomaso e gli esiti si fanno subito superlativi: “Ho vinto il campionato provinciale nei Pulcini e negli Esordienti e la compagnia era di tutto rispetto, se consideriamo Antonio Obbedio (vincitore di una Coppa Italia di Serie C con la maglia dell’Alzano Virescit, n.d.r.), Corrado Cortesi (ex Virescit e Leffe, e una comparsata in Serie B con il Brescia, n.d.r.) e un altro portiere di valore come Rovelli, poi finito all’Atalanta. Io stesso raggiungo, dopo i due anni al San Tomaso, Zingonia e l’Atalanta, ma non parlerei di “sogni nel cassetto” o di “orizzonti di gloria”, perché a quei tempi, che fossi a giocare nella squadra del quartiere o nell’Atalanta, non mi cambiava molto, perché a me interessava solo giocare.
claris Diciamo che la parentesi nerazzurra s’è chiusa a modo mio, dopo poco tempo, e qui entra in gioco quella “testa calda” che mi ha accompagnato per alcuni tratti della mia carriera”. Ma si sa, chiusa una porta, può aprirsi un portone e a 16 anni ecco la chiamata del Leffe, con tanto di primo contratto stipulato alla presenza del diesse Algarotti e di Maurizio Radici. Dopo un anno di gavetta, il salto tra i grandi prende forma con l’andirivieni tra Berretti e Prima squadra e un portiere dal radioso avvenire come Claris può giovarsi ancora una volta di compagni destinati a fare la storia del calcio bergamasco: Gianni Cefis, protagonista in Serie B con l’Hellas Verona nonché attuale allenatore del Brusaporto, Giacomo Ferrari, ieri bomber ultracelebrato e oggi vice di Delpiano alla Pro Sesto, e, soprattutto, Beppe Signori, per ben tre volte re del gol in Serie A con la Lazio dei primi Anni Novanta. I tre condividono con Claris lo stesso destino: barcamenarsi tra Berretti e Prima squadra finendo per portare in paradiso una formazione, tanto di prospettiva, quanto pronta a fare la storia fin da subito. “Chiudemmo il campionato secondi dietro l’Inter e davanti ad Atalanta e Milan – ricorda Claris – e ci guadagnammo il diritto di disputare la fase finale, che si concluse amaramente con la sconfitta di Jesi. Fu un’esperienza senza eguali, che mi permise di entrare nel giro delle Nazionali giovanili. Feci due comparsate a Coverciano, ma poi si sa come funzionano (male) le cose nel calcio. “Se giochi, ti convochiamo ancora” mi dicevano, ma, nonostante l’ormai assodata retrocessione, con la Prima squadra non misi mai piede in campo e il treno sfumò. Il ricordo della Serie C mi fa ancora oggi un po’ arrabbiare, perché mi porta a concludere che io le guerre le ho sempre fatte al contrario. Davanti a me c’era Tiziano Pitergi, portiere senza dubbio esperto, mentre io ero giovane e non volevano rischiarmi. Potevano eccome buttarmi nella mischia, ma l’attesa si rivelò struggente per me, che certo avevo la mia testa e non potevo condividere i metodi dell’allenatore di allora, Luigino Vallongo. Se con “Dodo” Maestroni andò tutto a meraviglia, con Vallongo (giocatore atalantino nel ’70-’71, n.d.r.) i rapporti precipitarono e lo stesso accadde l’anno dopo, quando in Interregionale fummo guidati da Sandro Gibellini. In Interregionale, l’idillio durò mezza stagione, poi venne fuori la mia “testa calda” e allibito dalla presunta assenza di proposte dal mercato mi inventai un’offerta dalla Voluntas Osio, in Prima categoria. Mi offrii alla Voluntas ma l’interesse di realtà molto più quotate c’era eccome, a partire dalla Brembillese. I dirigenti del Leffe lo sapevano ma non mi avevano detto niente, e una volta saputolo ho sbattuto la porta”.
clarisefiglio Consumato l’addio al Leffe della famiglia Radici, comincia una fase più girovaga, ma dopo le felici parentesi di Osio – “Vincemmo il campionato di Prima e mi alternavo in porta con Olivo Foglieni, il “Ragno Nero” (oggi presidente del Ciserano, n.d.r.) – e di Petosino, arriva la chiamata di Tonino Bosio, anch’egli prossimo a chiudere con il Leffe e pronto a indire un nuovo corso in quel di Gandino, all’insegna dell’ambizione e del “Miracolo Gandinese”. “Bosio mi prospettò il riassemblamento dell’allora Berretti del Leffe – spiega “Maestro Ivan” – calata in una Seconda categoria e senza gli elementi più rappresentativi, che nel frattempo avevano fatto carriera. Era comunque una Gandinese costruita per vincere e le aspettative furono rispettate appieno. Il primo anno, con Grassi allenatore, fu dedicato alle prove generali, con un titolo che sfumò a Gorle all’ultima giornata, per colpa di un rigore sbagliato, ma al secondo anno arrivò Paolo Gustinetti e in tre anni arrivarono altrettanti salti di categoria. Eravamo imbattibili, ma figurati se di mezzo non ci si mette qualcosa pronto a guastare la festa. Vincemmo in Promozione, ma proprio quando ci apprestavamo a festeggiare il salto in Interregionale, la Federazione si inventò l’Eccellenza”. Il magico triennio rappresenta senza dubbio il momento-apripista per il matrimonio consumato tra la Gandinese e Ivan Claris, il quale risalta da inamovibile saracinesca per ben 14 stagioni. Non tutte d’un fiato, ma con alcuni arrivederci intercorsi: “Venne la parentesi alla Fiorente, altra squadra fortissima nella quale si distinsero i vari Sigoli, Viero, “Turfeo” Turani, Garbelli e Ivan Pesenti. Poi ci fu la chiamata dell’Ardens Cene, con cui vinsi il campionato di Seconda. Alla Trevigliese trascorsi solo mezza stagione, mentre a Caprino furono due gli anni di militanza. Ma immancabilmente tornava il desiderio di tornare a Gandino, finché a 40 anni suonati, preso atto che avrei fatto il secondo, salutai e non tornai mai più. Rimane il ricordo di una piazza tanto vincente quanto attenta all’aspetto umano, personificato da quella grande persona che è Tonino Bosio. Come dimenticare le cene del venerdì nella sua casa sul Monte Farno, corredate da interminabili partite a carte? Ci trattava come un padre tratta i suoi figli, del resto lui è il ritratto della passione sportiva, con tutti quegli anni che ha trascorso da presidente a Gandino”. Il resto è storia più recente, ma se, da un lato, gli aspetti legati al lavoro e alla famiglia si fanno preponderanti, con un figlio Mattia (attuale portiere del Casazza, n.d.r.) intento a seguire le orme del padre – “Nacque terzino, ma furono due anni sprecati, perché anche lui aveva il portiere nel Dna. Lui è più alto e più bravo tecnicamente, ma manca nel temperamento – dall’altro torna immancabilmente il ruggito del leone mai domo: Ivan vuole sempre giocare. “Trascorsi due anni a Casazza – racconta il nostro Higuita – poi venne una stagione a metà tra Amici Mapello e Brembate Sopra. Qui sembrava finita la mia carriera e invece venne uno scorcio al Città di Dalmine, culminato nel salto di categoria, e si fece largo l’idea di allenare. Da Almè arrivò la chiamata dell’allora presidente Rota, che mi affidò prima la squadra juniores e, l’anno successivo, la prima squadra. Chiudemmo il campionato secondi e vincemmo i playoff, ma l’anno in Prima fu disastroso dal punto di vista dei risultati e retrocedemmo subito. Si badi che ho detto i risultati, perché il gioco era di buona fattura e puntualmente mi suggeriva di ritornare in campo. Sono convinto che con una punta in più e con me in porta, ci saremmo salvati”.
Stesso copione a Treviolo, sul blasonato contesto suggerito da un Trealbe alle prese con il nuovo corso: “Fabrizio Fucili, diesse del Trealbe nonché amico d’infanzia, mi prospettò il ritorno in campo, per guidare una formazione giovane ma pronta a ben figurare in Terza. Nel giro di tre anni, è arrivato il salto in Seconda, ma la storia di oggi racconta di una salvezza da conquistare con le unghie con i denti”. La veste del condottiero è tutta da definire. Cattaneo, protagonista dalla panchina nel salto di categoria operato dai blaugrana, ha lasciato, ma Claris, a ben vedere, allenatore tout court non si sente ancora: “Un direttore a cui sono particolarmente legato, Beppe Nicoli, mi diceva sempre: “Prima o poi, il salto del fosso lo devi fare”. Eppure io questo momento non lo sento ancora. Sarà pure una roba biologica, ma quando vedo che le cose sul campo non funzionano, o quando provo a insegnare il gesto ai portieri del settore giovanile, sta roba biologica non la sento e non la vedo. Ai ragazzi lo dico sempre: “O torno a giocare, o cominciate a vincere”. E io sono convinto che qualche partita me la giocherò ancora. Tanto la formazione la decide il mister”. Bipolarismo. Nello stile che compete a Ivan Claris.

Nome: Ivan Claris
Data di nascita: 03-07-1967
Professione: Insegnante
Famiglia: la moglie Melissa, i figli Mattia (21 anni) e Gaia (16 anni)
La Top 11. Portiere (di riserva): Tiziano Pitergi. Difensori: Stefano Ghilardi, Marco Sorte, Sergio Baroni. Centrocampisti: Roberto Garbelli, Danilo Trovesi, Raffaele Salvatoni, Matteo Corallini. Attaccanti: Fabio Cominelli, Dario Grigis, Roberto Ambrosini. Allenatore: Paolo Gustinetti. Direttore sportivo: Giuseppe Nicoli. Presidente: Tonino Bosio