clarisdi Simone Fornoni
Sentite un po’ cosa dicono del neo player-manager, un numero uno e non solo per quello che ha scritto sulla schiena. «Ivan? Lo chiamavano l’Higuita dei poveri. Se si fosse avvicinato al calcio in un’epoca più recente, adesso sarebbe in serie A, con la gente che gira. Una volta c’era molta più concorrenza»«L’anno scorso ci ha salvato parecchie volte coi suoi voli, fisicamente sa rispettarsi, inizia a riscaldarsi un quarto d’ora prima degli altri: è asciutto ma muscoloso e dall’agilità straordinaria». Claris, il mister fresco di nomina del Trealbe, pardon della Giovanile Trealbe come recita la ragione sociale, raccontato da chi lo conosce meglio delle sue tasche e da chi ha imparato ad apprezzarlo. I due Fabrizio: Fucili, il compagno di viaggio di tutta una vita, diesse dei blaugrana di Treviolo; Cologni, l’altissimo dirigente che di fronte al penultimo posto nel girone A di Seconda s’è assunto con tutto lo staff l’onere della decisione di promuovere in panca un monumento del calcio bergamasco: «Una svolta concordata con l’allenatore Luigi Cattaneo, qui siamo tutti amici e agiamo per il bene della squadra».

claris1Ed ecco un ruolo tutt’altro che inedito per l’eterno ragazzo innamorato del pallone. L’aveva già fatto ad Almè, tra Seconda e Prima, nel biennio 2012-2014. Sulla carta d’identità c’è scritto 3 luglio 1967. Più che l’aspirante sosia, «per la fisionomia, per la coda di cavallo, per la personalità» del portiere del Nacional Medellin e della nazionale colombiana di Pacho Maturana, parrebbe un emulo di Lamberto Boranga, il classe quarantadue ex Fiorentina e Cesena che fino ai primi anni duemila qualche ritorno in campo l’ha sempre infilato qua e là. Una longevità che ha dell’incredibile: «Il suo segreto? Grinta, forza di volontà, passione e classe: da uno così i giovani hanno solo da imparare – spiega Cologni -. Personalmente lo frequento da soli cinque anni e posso dire che è un portento in primis sul piano umano: umile, disponibile, alla mano. A quarantanove anni toglie la palla dall’incrocio con la mano di richiamo senza sforzo apparente. E il figlio Mattia gioca a Casazza, buon sangue non mente». Sulle origini del mito, basta chiedere a Fucili: «Ho tre anni di più e sono nato in via Moroni, lui in vicolo San Lazzaro. È l’unico vero amico che ho. Abbiamo tirato i primi calci all’oratorio dell’Immacolata di via Greppi, poi lui ha iniziato a fare sul serio nell’Oratorio San Tomaso. Quindi settore giovanile dell’Atalanta e poi Leffe, dove ha giocato fino alla C2, allenato da Luigino Vallongo, ex giocatore nerazzurro, insieme ai vari Gatti, Pezzoli, Cefis, Mosele, Facheris ed Esposito». La vita spesso va così, riserva sorprese, e a un certo punto il guantìpede normolineo dal pizzetto infinito, che adesso abita al Villaggio degli Sposi, si ritrova in Seconda Categoria con la Gandinese, la sua pelle per quattordici stagioni con ben tre avantindré durante una parabola da giramondo: «Da noi a Treviolo si trova bene, anche perché fa il preparatore dei portieri di tutte le squadre dall’inizio della stagione, dopo averne trascorse due solo con la prima squadra, gli Juniores e gli Allievi».

claris2Vinti tutti i campionati dilettantistici fino alla Promozione a Gandino, regalatosi esperienze sempre nuove e affascinanti, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di averlo visto tuffarsi tra i pali o uscirne con sprezzo del pericolo (Albinese, Fiorente Colognola, Trevigliese, Virtus Petosino, Caprino, Brusaporto, Ardens Cene, Casazza e Città di Dalmine), nella scorsa primavera il buon Claris ha coronato il sogno delle persone semplici: «Il Trealbe ha vinto la Terza e lui ha festeggiato l’evento come un trionfo, perché era l’unica cosa che gli mancava a livello dilettantistico», sorride Cologni. Ora il titolare è uno dei tanti in organico che potrebbero essere figli suoi, un ’93, Mirko D’Arrigo. Ma va bene così, perché c’è quella tolda di comando da onorare, da nostromo chiamato in corso d’opera a tamponare le falle nello scafo. Da numero uno. E non solo per la cifra che fin da bambino gli fa compagnia, stampata sul retro di una divisa che sarà planata sull’erba dell’intera provincia chissà quante migliaia di volte, per salvare altrettanti gol fatti.