di Giacomo Mayer
Negli anni Settanta il 14 era un numero inusuale da portare sulla maglia. Fu concesso solo ad un giocatore: Johan Cruijff, scomparso a 68 anni, avrebbe compiuto i 69 il prossimo 25 aprile, pochi giorni fa. Anzi quel 14 lo impose. La rocca dell’Olimpo ha spazio e tempo solo per gli dei del calcio che sono pochissimi: Alfredo Di Stefano, Juan Alberto Schiaffino, Pèle, Diego Armando Maradona e, appunto, Johan Cruijff. L’unico dio del calcio nato in Europa, che ha saputo coniugare il “calcio totale” sia al Nord, ad Amsterdam con la maglia dell’Ajax, sia al sud, nella Spagna ancora franchista con i blaugrana del Barcellona. Ma su quella rocca olimpica il genio olandese siede su un altro scranno: quello degli allenatori. E anche in quel rigoglioso giardino ha un posto unico, quello di rivoluzionario del gioco del calcio. Perché nessuno è stato come lui. Gli altri dei del calcio quando dal campo si sono seduti in panchina a dirigere club o rappresentative nazionali sono stati un fallimento: ci ricordiamo ancora di Maradona, ct dell’Argentina ai mondiali in Sudafrica, con le corna e il rosario tra le mani.
Gianni Brera lo definì il Pelè bianco. Non aveva un ruolo preciso, infatti, seguendo le idee di Rinus Michels divenne un emblema di un gioco senza rigidità, dove schemi, movimenti e, appunto, ruoli, erano interscambiabili. Un esempio: il portiere della nazionale olandese e dell’Ajax Jongbloed con le mani era un colabrodo ma con i piedi era inarrivabile, in pratica giocava da libero. E oggi ci si meraviglia di Neuer. Non sappiamo se sia stata un’invenzione di Cruijff. Ecco se vogliamo codificare il suo ruolo al calcio odierno, diciamo che era un “falso” nove, un trequartista di movimento. Ambidestro, forte ed elegante, volava in mezzo al campo come un farfalla imprendibile. Impostava il gioco ma finalizzava a velocità supersonica. Secondo Gianni Mura “era un incrocio tra Nureyev e Beep Beep, l’eleganza del gesto e l’alta velocità”. Sul breve il suo scatto era micidiale. I difensori raccoglievano solo polvere. Con la maglia dell’Ajax vinse tre volte la Coppa dei Campioni e otto campionati, due con la maglia del Feyenoord, con quella del Barcellona quattro volte la Liga e una Coppa dei Campioni come allenatore (1992,  finale con la Samp di Vialli e Mancini) e tre Palloni d’Oro.

Nel bel mezzo dell’era sessantottina Johan Cruijff rappresentò, nel rigido e reazionario mondo del calcio, la rivoluzione. In tutti i sensi. Non solo, appunto, col gioco dell’Ajax e della nazionale olandese ma anche negli usi e costumi. Nel ’74 ai mondiali in Germania gli orange si presentarono nel ritiro della nazionale con moglie, fidanzate e famiglie comprese. Capelli lunghi, atteggiamenti strafottenti e anche arroganti. Proprio come i Rollling Stones.
Dopo l’Olanda, la Spagna. Era stato ceduto al Real Madrid ma si ribellò: “Le scelte di vita le decido io” e passò al Barcellona quando la Catalogna era il simbolo dell’antifranchismo militante. Del resto a Cruijff non sono mai piaciuti i dittatori, né Franco né i generali argentini. Approdato al Barcellona ne risollevò le sorti dopo anni di crisi. E infatti vinse il titolo nel ’74 dopo quattordici anni di astinenza del club catalano. E il Barcellona di oggi è grande e imbattibile grazie alle idee di Johan Cruijff. Inventò la “cantera”, tutti i ragazzi, dai più piccoli alle riserve, devono giocare come la prima squadra. Schemi e movimenti a memoria. Ha detto: “Nel gioco del calcio la distanza massima che un giocatore deve percorrere deve essere di dieci metri”.

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