Gli addii delle leggende lasciano sempre un incolmabile, nostalgico vuoto negli animi di chi, durante gli anni, se ne affeziona, siano essi tifosi, addetti ai lavori o semplicemente appassionati di calcio. Al di là della maglia, dei colori e delle bandiere, tanto affascinanti in questo sport quanto occasionalmente superabili, esistono nomi e carriere sempre e comunque capaci di amalgamare i vari frammenti campanilistici in un totale e inevitabile amore. Tutto ciò può indubbiamente andare a dipingere il perfetto ritratto di Stefano Salandra, in una serie di molteplici tinte che circondano il fenomeno valdimagnino di quel comprovato alone di raffinata classe, trascinante personalità e spietata freddezza. Classe 1980, nativo di Capizzone, Salandra fa parte di quella ristretta cerchia di attaccanti capaci di decidere il destino degli incontri con una sola giocata, sia essa un gol, una penetrazione o un assist. Se le sue caratteristiche da un lato richiamano, con forza, la lezione inzaghiana dell’uomo d’area, spietato e cinico sotto porta, dall’altro lato, tuttavia, non sovrascrivono quelle abilità di assistman e leader indiscusso così pronunciate da renderlo un calciatore spaventosamente completo. E le reti, più di 250 in serie D, senza dubbio lo testimoniano. Snocciolarne la carriera significa stendergli il tappeto rosso verso l’Olimpo del calcio semiprofessionistico: giovanili dell’Atalanta fino alla Primavera, poi protagonista tra D e C1 con Prato, Oggiono, Albinoleffe, Meda, Biellese e soprattutto Colognese, Pontisola e Ciserano. Chi sa lasciare il segno, e non si intende solo tecnicamente, non può essere dimenticato.

 

Cambiano le maglie, mutano i colori e di conseguenza le dinamiche, rimangono però i rapporti, soprattutto se derivanti da un legame forte, capace di incidere, e di farlo concretamente. Parlando un po’ con quegli amici e compagni di squadra che hanno avuto la fortuna di rappresentare un particolare capitolo della ventennale carriera di Salandra, ne emerge la figura di un ragazzo comune, esaltato non tanto per la sua palpabile classe, quasi fosse scontato farlo, bensì per quella generosità, cordialità e simpatia che elevano, in un certo senso, lo Stefano uomo al di sopra del Salandra calciatore e capitano. Proprio questi amici ed ex compagni di squadra, sabato pomeriggio, al comunale di Sant’Omobono Terme, hanno voluto rendere il meritato omaggio a chi, sostanzialmente, ha dato tanto, tutto, a loro e, in particolare, al calcio bergamasco. Una partita d’addio, insieme, in un clima inevitabilmente festoso, tra birra, risate e gol; ovviamente il bomber non ha mancato, nemmeno stavolta, di confermarsi tale firmando il maggior numero di reti dell’incontro. Un 8 contro 8, bianchi contro colorati, e un pareggio finale, come giusto che sia. A Stefano è stata consegnata una maglia bianca, con la data di sabato scritta davanti e col cognome e l’immancabile numero 9 dietro; tutti gli altri indossavano, invece, divise vecchie, di decenni e anni fa, quelle romanticamente larghe e cadenti per intenderci. Il tema ricercato con queste tenute era quello del ritiro e dell’ex calciatore, mirato ad esaltare, con leggera nostalgia mista ad ironia, la fine di quella poesia in movimento scritta dai numeri, dalle giocate e dai ricordi del “Cobra di Capizzone”. L’addio di Salandra al calcio giocato può in qualche modo allinearsi agli addii dei grandi campioni; al di là della dimensione, dell’eco e della categoria, resta la leggenda, il mito, il ricordo. Tale è quello di Totti per il popolo giallorosso, di Del Piero per quello bianconero, di Zanetti per quello nerazzurro e di Maldini per quello rossonero, tale sarà anche quello di Salandra per il popolo bergamasco e per l’intero mondo del calcio semiprofessionistico.

 

INTERVISTE – Ancora emozionato per la sorpresa, ma sempre gentile e disponibile, queste le parole del protagonista della giornata, Stefano Salandra. “Io non mi aspettavo niente, non so chi abbia organizzato tutto, ovviamente fa piacere ed è bellissimo vedere molti ragazzi con cui ho giocato e con cui ho condiviso i ricordi più belli della mia carriera. Avrò tempo di pensare e analizzare tutto, ora sono contento. Negli anni ho raccolto tanto dai miei errori e ho sempre saputo sfruttare le mie caratteristiche. Al di là dei discorsi tecnici, sono onorato di aver incontrato tante persone e i rapporti continueranno sicuramente anche al di fuori dell’ambito calcistico. I ricordi sono tantissimi, purtroppo ce ne sono anche di brutti ma fanno parte anch’essi di tutto ciò che in una carriera lunga vent’anni può succedere.

Quello che è stato Stefano Salandra per i compagni emerge dalle parole di Federico Risi, uno dei tanti amici che sabato scorso sono scesi in campo a fianco di Salandra. “Oltre a quello che ha fatto vedere in campo, Stefano è stato un compagno straordinario. Peccato che tanti non siano potuti venire oggi, ma penso che ciò che abbia fatto la differenza nella sua carriera non sia stato tanto quello che ha fatto sul terreno di gioco, che è oggettivo e indiscutibile, ma quello che ha fatto fuori per noi e continua a fare anche adesso.”

 

Andrea Brumana