l'aquila2 di Matteo Bonfanti
Una settimana fa il mio costante viaggio al termine della notte mi ha portato a L’Aquila, in Abruzzo. Ci sono andato col mio solito viso, avevo negli occhi l’azzurro della speranza perché pensavo di correre verso la nostra Berlino, una città ricostruita, dalla pelle splendida: nuova di zecca e luccicante come le stelle. Me ne sono andato la mattina, pieno di pensieri, mille, forse ancora di più, quante le macerie e le lacrime che ci ho visto. Mi sono restate addosso, ne scrivo per cercare di separarmene, perdonatemi se non sono lucido, è l’angoscia di far parte di un Paese dove ci sono un sacco di persone che stanno male male mentre gli altri fanno festa, in spiaggia, con lo spritz.

l'aquila4 A sette anni dal terremoto del 6 aprile 2009 L’Aquila fa paura. E’ spettrale, pare Consonno, un gigantesco paese fantasma. Ero con mia moglie e coi miei bambini, stavamo tutti e quattro a piedi nudi per ascoltare il rumore della terra. Siamo entrati in una casa del centro, sventrata, i libri impolverati, le siringhe come tappeto, il sentimento che la vita lì non valga più nulla. Ci siamo spaventati e dalla via centrale ci siamo spostati nella zona rossa, chiusa per metà da un cancello di ferro che non stava dritto. Abbiamo fatto quasi un chilometro incontrando solo una gelateria e un baretto, ovviamente vuoti.
Dove sono gli aquilani? Probabilmente qualcuno in ferie, visto che è agosto, sicuramente parecchi stanno nelle casette prefabbricate costruite nell’hinterland un annetto dopo il sisma dall’allora governo Berlusconi. Diceva una signora, sessantasette anni, lo sguardo zeppo di lacrime nel tendone adibito a chiesa parrocchiale nella New Town di Bazzano: “La mia casa è ancora a pezzi, da sei anni mi dicono che presto la rimetteranno a posto, ma io non ci credo più. Andare dallo psicologo non mi è servito per trovare un poco di speranza. So che morirò qui, come la mia amica che sto aspettando per fare insieme due preghiere. Ha novantatre anni, quest’inverno ha avuto indietro il suo appartamento e gli ha detto che potevano tenerselo, un po’ perché è passato troppo tempo, tanto perché a L’Aquila hanno rimesso in piedi un edificio su cinquanta. E non c’è niente, né la farmacia, né il supermercato. Neppure qui, un dormitorio dimenticato da Dio, dove però c’è che siamo in centinaia, qualcuno s’incontra sempre e ci si fa forza a vicenda”.

l'aquila3 Dodici miliardi di euro già spesi, un buco nero costato a noi contribuenti più della costosissima ricostruzione in Irpinia, che aveva fatto tremila vittime e sventrato cento paesi. A questi soldi vanno aggiunti gli aiuti privati da ogni parte d’Italia, persino quelli degli ultrà dell’Atalanta, da sempre vicini al movimento rugbistico abruzzese. E’ servito questo fiume di denaro a migliorare l’esistenza alla popolazione? La risposta in un uomo intento a parcheggiare l’auto di fronte alle macerie della Casa dello Studente. “Si sono arricchiti i politici, quelli che ora sono indagati per corruzione negli appalti. A noi hanno fatto pagare qualsiasi cosa, luce, gas, senza sconti. E dire che molti di noi avevano perso il lavoro. Non c’è stata nessuna pietà. E’ un incubo infinito”.
Il terremoto, i trecentonove abitanti morti, lo shock, l’assurdo spostamento di massa al mare, le casette fatte alla cazzo, la lentissima ricostruzione e a macchia, senza un senso preciso, l’impressione che Rovazzi abbia scritto la hit dell’estate pensando ai nostri politici, “col trattore in tangenziale, andiamo a comandare, in ciabatte nel locale, andiamo a comandare, a farsi selfie con il cane, andiamo a comandare”. Mai, invece, dove servirebbe.