di Matteo Bonfanti
Decennio fantastico proprio come uno dei suoi maggiori interpreti, Leonardo Mazzoleni Bonaldi, il più conosciuto del folto gruppo dei nostri allenatori bergamaschi, persona squisita, simpatica e dall’intelligenza non comune. Classe 1951, ha iniziato ad allenare nel 1967, primo impiego nelle giovanili del Verdello. Poi una decina di altre squadre, sempre il meglio del nostro pallone provinciale, Trevigliese e Ponte San Pietro su tutte e, tra i professionisti, tanta Atalanta dove ha cresciuto parecchi campioni che hanno fatto la storia nerazzurra.
Ora Nado è il responsabile organizzativo dei corsi destinati a chi intraprende la carriera di mister, forse il mestiere più difficile di tutti, di certo il più affascinante. E nessuno più di lui può darci l’idea di cosa fossero gli anni Ottanta sul rettangolo di gioco. «Rispetto ad ora era più divertente, più a misura d’uomo ed erano tempi in cui la parola data dai presidenti era sacra. Non c’erano gli stranieri e i dilettanti erano quindi il naturale serbatoio dei club professionistici: chi faceva bene in Promozione, andava in C e, se era forte anche lì, poteva finire addirittura in Serie A. E poi non erano ancora state scritte alcune regole che hanno profondamente cambiato il pallone: parlo di quella dei giovani e di quella che fa svincolare tutti i big a fine stagione».
Poche frasi di mister Bonaldi che, una volta approfondite, sarebbero la naturale prefazione di un libro di trecento pagine, un best seller sulle librerie di ogni calciatore.  Ma noi non siamo scrittori, ma giornalisti. Quindi concentriamoci su pochi argomenti, partendo, ovviamente, dalla storia di mister Bonaldi che nel campionato 1979-1980 era un bravissimo tecnico sulla panchina degli allievi della Trevigliese, società in orbita Atalanta. «Ero giovane e allenare i ragazzi mi è sempre piaciuto tantissimo. Ho cominciato a Verdello, avevo diciassette anni, dirottato dal campo alla panchina perché coi piedi non ero tanto capace, ma riuscivo a farmi seguire dal gruppo, a convincere tutti a dare il massimo dal primo all’ultimo minuto. Stagione dopo stagione sono arrivato alla Trevigliese che era allora uno dei club più importanti dell’intera Bergamasca e giocavamo alla pari, spesso vincendo, contro Milan e Inter che, come noi, avevano gli Allievi di Fascia A. Sulla panchina della prima squadra c’era Bresciani, il Mago di Lallio, un’istituzione per qualunque mister. I biancazzurri erano in Promozione, ma era una di quelle annate storte, erano tra gli ultimi, il rischio era retrocedere».
Quindi il presidentissimo Ambrogio Mazza decide che è venuto il momento di dare la famosa scossa e sceglie il suo giovane astro, appunto Nado Bonaldi, esonerando il Mago di Lallio. «Sì e fu un girone di ritorno esaltante, dove conquistammo qualcosa come otto vittorie di fila, salvandoci alla grande. Finisce il campionato e io vado a riconsegnare il mio mandato al massimo dirigente che, spiazzandomi, mi riconferma al timone. Accetto, ma con una clausola importante: ho appena 28 anni, quindi voglio una squadra giovane, senza vecchi in squadra che magari sono più grandi di me e sono difficili da gestire. Vengo accontentato e nel 1980-1981 restiamo in testa dall’inizio alla fine. Noi primi con 44 punti, frutto di 18 vittorie, 8 pareggi e 4 sconfitte, il Leffe secondo con 41 punti».
A soli 29 anni mister Nado Bonaldi approda in Interregionale, il semiprofessionismo, qualcosa che adesso sarebbe paragonabile a un’ottima Serie D. Che esperienza è stata? «Bellissima. E ho in mente tanti episodi che fanno capire molto bene che tipo di pallone fosse, di un’altra epoca. Andiamo a Sondrio, squadra ostica, forte, combattiva. Segniamo e loro attaccano. Al 90′ l’arbitro dà un rigore ai valtellinesi, Bonetti, il mio portiere, lo para, e inizia a bestemmiare, una, due, tre volte. Dietro alla porta c’è un signore che si annota tutto. Finisce la partita e quell’uomo ci raggiunge a metà campo, è della Polizia Ferroviaria che sta arrivando per arrestare il nostro numero uno, colpevole, appunto, di ingiurie rivolte al cielo. E io passo l’intera notte in commissariato…».
Altra trasferta, altra storia da ricordare. «Nel nostro girone, il B, quell’anno c’era il Chievo che si chiamava Paluani. Avevano un campo che si affacciava sul fiume e due giocatori dalla simpatia unica, i fratelli Fasoli. Giocavano col coltello tra i denti, picchiando duro i nostri attaccanti, ed avevano un trucchetto: quando gli scaligeri erano in difficoltà, i Fasoli buttavano la palla in acqua, per rifiatare e per perdere un po’ di tempo. Poi, al triplice fischio, si trasformavano, diventavano gli amici perfetti con cui passare la serata. E organizzavano una tavolata improvvisata con pane, salame e… fisarmonica. I Fasoli avevano questa passione, suonavano. Quindi a Verona c’era già una sorta di terzo tempo, un post partita allegrissimo».
Dopo Treviglio, l’Atalanta. Mister Bonaldi viene chiamato dai dirigenti nerazzurri per allenare le giovanili della Dea. «La metà dei miei anni Ottanta li ho passati lì, accanto a Previtali e Pizzaballa, due persone straordinarie, competenti e appassionate. Ovviamente era tutto diverso, ma perché vivevamo in un altro mondo. Più che allenatori, eravamo dei secondi padri, figure importanti che accompagnavano la crescita dei ragazzi che avevamo in squadra. Io, ad esempio, andavo a parlare con i maestri e con i professori. E se un mio giocatore a scuola non s’impegnava e prendeva troppe insufficienze, stava in panchina e non c’erano storie. Più che il calciatore eravamo impegnati a costruire l’uomo che doveva essere anche ordinato, con i capelli corti. Va detto che i ragazzi erano più portati, più tecnici, più abili col pallone. Non c’era il computer, non c’era la televisione che trasmette cartoni animati o film o partite ventiquattro ore al giorno. C’era solo il calcio, interminabili match di quattro-cinque-sei ore al giorno, all’oratorio o al campo, in strada, dappertutto. Capite bene che se uno ha il pallone tra i piedi per tutto quel tempo si affina e riesce a fare cose incredibili, quelle che oggi riescono solo ai grandi campioni: il tacco, il dribbling secco, il palleggio».
Bonaldi arriva all’Atalanta e porta un grande cambiamento. «L’innovazione è stata l’introduzione del preparatore atletico anche per le formazioni del settore giovanile. Quando sono arrivato ce ne era solo uno e si occupava della prima squadra. Dopo poco ho capito che era una figura importante anche per i bambini e per i ragazzi. Con me sono arrivati Rota, Longaretti e Parretti che ora fa il procuratore. Era laureato Isef. Arrivava dalla Virescit, la sua carriera nel mondo professionistico è iniziata lì».
Torniamo per un attimo al calcio dilettanti. Era un pallone ricco o povero? «Era giusto. Non c’erano rimborsi esorbitanti. Nelle categorie più alte, in Promozione come in Interregionale, si prendeva un terzo del proprio stipendio. Io che lavoravo nell’azienda di famiglia guadagnavo settecentomilalire al mese che all’epoca era tanto. Col pallone ne portavo a casa altri trecentomila, ma ero l’allenatore, la figura più pagata all’interno della prima squadra. I soldi promessi dai presidenti erano certamente molto meno rispetto alle cifre che si sentono oggi, ma erano sicuri. I massimi dirigenti arrivavano il 20 di ogni mese, erano sempre puntualissimi».
Tanti i motivi di riflessione, altrettante le domande, straordinarie le risposte di mister Bonaldi. Alcune, per motivi di spazio, ce le teniamo per noi. Concludiamo quindi l’intervista all’allenatore di Verdello con quattro quesiti per capire se il calcio era meglio negli anni Ottanta o è più bello adesso, nel 2016.
Le regole, quella dei giovani così come lo svincolo, non c’erano. Negli anni Ottanta erano tutte squadre formate da vecchi? «Assolutamente no. Come detto, a Treviglio ho vinto il campionato di Promozione con un gruppo giovanissimo. Nella mia carriera da allenatore ho fatto esordire tanti ragazzi del settore giovanile. Ricordo Maggi, centravanti del vivaio. Lo chiamo tra i grandi e gioca una partita perfetta. Promosso, diventa immediatamente titolare, risultando a fine stagione uno dei nostri pezzi pregiati. La regola non serve. Bisognerebbe, invece, avere più coraggio e schierare i giovani fin da subito, in tutte le categorie, anche in Serie A. Con loro ci vuole più pazienza perché magari sbagliano le prime sfide, ma dopo regalano alla squadra freschezza e voglia di emergere. Noi, parlo dei mister della mia generazione, li facevamo giocare prendendoci anche dei rischi. Ora capita raramente. Quanto allo svincolo trovo che abbia cambiato profondamente il nostro pallone. Quando ero sulla panchina del Ponte San Pietro, finiva il campionato e il giorno dopo il presidente Mario Bresciani veniva da me a chiedermi chi fossero i cinque da mettere sul mercato. Li vendeva e quei soldi lo aiutavano ad avere un bilancio sano e un gruzzolo da reinvestire. Ora i club non lo possono fare».
Come si giocava quando ancora non c’era la zona?  «Si dice facessimo tutti il catenaccio invece a ben guardare giocavamo più offensivi anche di chi adesso si affida al 4-3-3. Perché in campo c’erano sempre cinque giocatori d’attacco: il 7 che era l’ala destra, il tornante e andava sul fondo a crossare, l’8 e il 10 che erano le due mezzali, l’11 che stava a sinistra e non aveva neppure il compito di tornare e il 9, il centravanti, la boa, in area per novanta minuti. Poi è vero che era un calcio più grintoso, perché il terzino sinistro, il numero 3 non doveva superare il centrocampo e il suo compito era incollarsi alla seconda punta avversaria, e c’erano il libero, il famoso 6, lo stopper che era il 5, e il mediano che era il 4, che badavano più che altro a fermare gli avversari, con le buone o con le cattive, ma comunque di gol se ne facevano tanti e le partite erano spettacolari».
Era meglio o peggio? «Era tutto più facile. Non c’erano gli stranieri, che non sono un male, ma sono troppi. La percentuale è altissima e per i nostri giovani, soprattutto per quelli bravi, è un problema. I nostri ragazzi pagano la concorrenza: giocano poco e questo non li porta a maturare calcisticamente. Gli allenatori erano diversi, erano i primi responsabili della crescita. Il sabato, ad esempio, io telefonavo a tutti. Dovevo sapere dove fossero, dovevo essere sicuro fossero restati a casa perché il giorno dopo c’era la partita che era una cosa seria, importantissima. Non c’erano i genitori ossessivi di adesso. Papà e mamma avevano altri pensieri. La squadra del proprio figlio, il minutaggio del bambino rispetto a quello dei compagni non interessavano. E c’erano gli oratori dove il pallone la faceva da padrone assoluto».
Cosa bisogna recuperare dagli anni Ottanta per far rifiorire il nostro calcio che appare in un lento, ma inesorabile declino? «L’attività sportiva deve tornare al centro della vita di ogni ragazzo. E in questo senso la scuola può e deve fare tanto».

bonaldi4

bonaldi1