di Matteo Bonfanti
C’è un foglio che racconta tanto di Bonomi, del bambino che era, dell’uomo che è oggi. E’ la scheda tecnica che all’inizio del 1988 fanno i dirigenti dell’Oratorio Albino. I dirigenti biancazzurri si sono accorti di avere trovato un talento di valore assoluto, un cucciolo geniale. Quel bimbo dai capelli ricci e ribelli ha nove anni, il fenomenale piede mancino dei predestinati, la classe unita alla fantasia, è fragilino, ma anche talmente dotato che potrebbe già giocare negli esordienti, con calciatori di tre-quattro anni più di lui. Leggendo quelle parole, viene subito in mente la canzone di De Gregori, un capolavoro, “La leva calcistica dell’anno 68”, perché c’è un punto che Nino pare proprio Matteo: “il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero sette”.
Sipario alzato su Matteo Bonomi, l’ultimo numero sette nell’era degli esterni alti, qualcosa che al nostro calcio fisico e pompato serve come il pane perché è la poesia del pallone, che purtroppo sta scomparendo. Godiamoci, quindi, la nostra ala, le azioni uniche che regala ai tifosi della Pradalunghese. Palla in fascia, dribbling mozzafiato, uno-due con l’attaccante, sfera sul fondo, cross telecomandato per la testa dell’ariete di turno, golasso e palla al centro per la felicità di quel trentottenne magro come un chiodo e dalla faccia sognante, la stessa di un bambino unico, il numero sette.
Il bomber fa cagnarra nello spogliatoio e organizza la seratona in discoteca, il fantasista è egocentrico per natura, l’ala ha lo sguardo sognante mentre ripensa al tunnel che ha fatto al terzino avversario. Il ruolo che hai in campo è lo stesso che fai nella vita, lo dice da sempre Vittorio Feltri. Matteo Bonomi arriva in redazione e dà quest’impressione anche lontano dal rettangolo di gioco, la classe quando è leggerezza e poesia. “Le interviste? Non sono le mie cose. Piuttosto andiamo a mangiare un panino che mi racconti un po’ del giornale”. “E dai, ti faccio solo quattro-cinque domande, non una di più, giusto per i tanti estimatori che hai in D, in Eccellenza e in Promozione”.
Intanto perché sei un calciatore. “Per due motivi, la casa dei miei è di fronte al campo dell’oratorio di Albino. Finivo scuola e correvo là, c’era il pallone e mi piaceva un sacco. Poi faccio parte di una famiglia di sportivi, mio papà giocava nella Gavarnese, anche lui mancino, le mie due cugine sono arrivate addirittura nella Serie A di basket femminile, insomma la cosa di muoverci ce l’abbiamo nel sangue”.
Neanche un mese e per voi ci sono i play-off per salire in Eccellenza. Andiamo di percentuali, quanto credi nella tua Pradalunghese? “Intanto l’obiettivo play-off è vicino, ma non ancora raggiunto. Resta che alla promozione della Pradalunghese credo tanto, anzi tantissimo, ci do un settanta per cento di possibilità nonostante le avversarie siano attrezzatissime. Gavarnese, Vertovese e Villongo sono ottime squadre, e se noi giochiamo in modo normale ci tritano, ma se diamo il 110 per cento la spuntiamo noi. Abbiamo dei ragazzi, penso a Speroni e Borlini, che possono fare la differenza negli scontri diretti che andremo ad affrontare, sono calciatori che hanno dalla loro una certa incoscienza, che nel pallone aiuta a tentare la giocata impossibile, a risolvere match equilibratissimi, a realizzare grandi imprese”.
Hai trentotto anni. Il problema del calcio di oggi. “Credo siano i soldi, prima ce ne erano tanti, ora ce ne sono pochi. Succede così che spesso e volentieri finiscono ad allenare o a giocare quelli che possono pagare, che sono ricchi o che portano gli sponsor, quindi inevitabilmente si abbassa il livello tecnico. Poi c’è la regola dei giovani, con i ragazzi di alcune annate che devono essere schierati in campo per forza, anche se molto spesso non sono pronti per una categoria importante. Personalmente sono da sempre contrario alla regola, anche perché i mister che mi hanno schierato l’hanno fatto per merito, non per l’imposizione della Federazione. In ultimo i ragazzi sono molto cambiati, tanti ventenni di oggi sono delle fighette incredibili, che appena sentono una goccia di pioggia non vogliono fare allenamento perché hanno paura di ammalarsi perché non vogliono saltare il venerdì notte a spaccarsi in discoteca. Quelli della mia generazione sono diversi, in campo, felici, anche se diluvia…”.
Capitolo allenatori. Uno che ti ha dato tanto. “Maurizio Braghin, ex giocatore di Serie A, uno incazzoso, ma che non ha paura a dire le cose in faccia. Con lui ho vissuto l’anno più bello della mia carriera, a Vercelli, in Serie C. Giocavamo bene, io facevo l’esterno alto nel 4-3-3, e anche se Vercelli è una città triste, dal clima freddo, io ci sarei rimasto a vivere. La Pro è una società dalla grande storia, dal tifo organizzato, che alla squadra ci tiene un sacco. All’inizio dell’anno gli ultrà mi hanno invitato a bermi una birra con loro. Volevano gli dicessi dove potevamo arrivare. Per me, che arrivavo da esperienze in Serie D, la Pro Vercelli è stato provare il calcio con la C maiuscola, una bella esperienza”.
Sei un talento dalla classe immensa, e non lo diciamo solo io, ma chiunque in questi vent’anni ha visto almeno una tua partita. Come mai non hai mai fatto il grande salto? “Mi è capitato di perdere qualche treno, a volte per scelta, perché stavo troppo bene nel club dov’ero. Mi è successo ad esempio quando vestivo la maglia della Bergamasca, a Zanica, arriva la chiamata del Pavia, il professionismo, e io rifiuto il trasferimento. Altre volte ho avuto un po’ di sfortuna. Gregucci, un allenatore con cui mi sono sempre trovato bene, che mi ha inventato interno di centrocampo, finisce sulla panchina del Venezia e mi chiama. Si trova ad allenare una colonia di giocatori argentini, mi dice “lasciami un attimo per sistemare un po’ la situazione e poi ci accordiamo”. Io sono a Calcio, in D, mi trovo bene, ma l’idea del professionismo mi convince. Aspetto, a fine agosto Gregucci mi dice di raggiungerlo, io ho l’influenza, la febbre alta, col vomito e tutto il resto. E perdo il treno”.
Hai giocato con grandissimi talenti. Il tuo personale Top Undici, ovviamente con te in campo e il mister dei sogni. “In panchina metto due grandi mister, Braghin e Gregucci, modulo 4-3-3 che è quello in cui mi trovo meglio. In porta Coser, difesa da destra a sinistra con Pigoni, Quaglia, Labriola e Solimeno. A centrocampo Calvi a far girare la squadra, con Iori e Valoti a chiudere, in attacco io, Hubner o Giacomino Ferrari al centro, e Ghisalberti dall’altra parte, un giocatore fortissimo che è pure un grande amico”.
Tanti talenti in campo sono dei veri rompicoglioni. Tu che tipo sei? “Un rompicoglioni… Sfinisco l’arbitro a furia di proteste, mi viene da sempre. Con i compagni parlo tanto, li sprono a buttare il cuore oltre l’ostacolo. In certi momenti della partita serve tanto”.
Sei soprattutto quello che fa l’assist, ma in carriera hai segnato moltissimo, quasi centocinquanta gol. Ti dà più goduria un passaggio geniale o una rete indimenticabile? “Scelta difficile, ma scelgo l’assist. Da bambino e da ragazzo era diverso, a riprova la partita che tengo nel cuore, finale del Trofeo Ciatto al Comunale, emozione indescrivibile con la maglia dell’Albinese, io che la risolvo segnando in rovesciata. Semplicemente bellissimo”.
Che tipo sei, sei un fantasista anche nella vita? “Sì, c’è una corrispondenza tra il ruolo che faccio in campo. Sono una persona a cui piace sognare, tantissimo con la mia bambina che ha due anni e mezzo. Per lavoro giro molto, quando torno a casa mi metto con lei e con mia moglie sul divano. Giochiamo, ridiamo, ci godiamo i nostri momenti. Nello spogliatoio sono, ovviamente, più scatenato. Mi piace far casino, è una delle parti migliori del calcio, scherzare e prendersi in giro con i compagni. Amo questo sport e lo consiglio ai bambini soprattutto per questo motivo, nelle squadre si creano amicizie fortissime, indistruttibili. Penso a un mio compleanno di qualche anno fa. Sono a mangiare da Bonazzi, a Gandino. Improvvisamente compaiono tutti i ragazzi della Pro Vercelli. Penso ai chilometri che si sono fatti per arrivare a festeggiarmi in Val Seriana, un posto che nessuno di loro sapeva manco dove fosse. E’ qualcosa di stupendo…”.
Per noi di Bergamo & Sport tu sei il fantastico protagonista dell’inaspettata promozione dello Scanzo in Serie D. Partivate da outsider, ci avete regalato una cavalcata meravigliosa. I segreti di quell’indimenticabile gruppo. “Tanti ragazzi in gamba, bravi e determinati. Io, Facchinetti e Pellegris ci trovavamo a occhi chiusi, Stroppa e Madaschi erano infaticabili, Regazzoni e Agostinelli super. Tutta la rosa era formata da grandi giocatori che sono uomini incredibili. Poi il mister, stimo molto Valenti, è un tecnico alla Astolfi, entrambi curano straordinariamente la fase difensiva, nell’idea primo non prenderlo, poi tanto un gol lo si fa”.
Fai ancora la differenza, ma hai trentotto anni. Pensi mai a quando smetterai? “Ovviamente, anche se adesso sto bene, e voglio giocare ancora. In futuro non so, in questi anni ho allenato i ragazzi e sono sempre state esperienze che mi hanno arricchito, oltre che divertito. Penso soprattutto alla squadra esordienti a Scanzo o nel settore giovanile dell’AlzanoCene, al fianco di Corrado Presti e Dimitri Mazzola, due maestri. Altrettanto affascinante è il lavoro del direttore sportivo, la costruzione di una rosa vincente, qualcosa comunque di difficilissimo, ma che un giorno mi piacerebbe tentare. Adesso penso a giocare, quando sentirò che è arrivato il momento di appendere le scarpe al chiodo, valuterò una nuova esperienza nel mondo del pallone, che ha tanti difetti, ma che, comunque, adoro”.
Una persona del nostro calcio che stimi tantissimo. “Marco Scaburri, l’ex presidente della Grumellese, un uomo straordinario”.
C’è un nuovo Bonomi tra i giovani d’oro del pallone orobico? “Non so, mi ha impressionato Felipe Clemente, stellina del Ponteranica proveniente dal settore giovanile dell’Atalanta. Ha un dribbling straordinario e vede un sacco la porta”.
Ringraziamo Matteo del suo tempo, una mezzora di bellissime chiacchiere, bisognerebbe avere più tempo perché, come avete letto, l’ala è cresciuta, è diventata un uomo, un tipo molto in gamba e qualche domanda c’è restata in gola. Poco male, ci ripromettiamo di vederci a giugno, magari a farci raccontare della Pradalunghese in Eccellenza…