marino4 di Simone Fornoni
Il 13 settembre ne compie 57. E se li merita, gli auguri. Ha segnato 40 volte tra C1 e Serie A (Coppa Italia esclusa) con la maglia nerazzurra addosso, sulle 73 totali (idem) di un bel carrierino. Ma una volta passato dall’altra parte della barricata, oltre alle brevi esperienze di Mantova e Tritium, più le giovanili di Atalanta, Frassati Ranica e Milan, di mestieri ben remunerati o in vista, nisba. Eppure al suo mondo ha regalato molto di più che nude cifre. Marino Magrin conserva l’immagine di un genuino uomo di sport che sul campo viaggiava alla stragrande perché alla tecnica cristallina accoppiava un cuore infinito. E tirava la bomba, su gentile richiesta della Curva Nord: da fermo, coi palloni volatili di oggi, avrebbe anche potuto incendiarli. La passione pura piantata su due gambe e un fisico di fil di ferro. Qualità sufficienti al trasferimento alla Juve, nell’estate del 1987, capace di fruttare alle casse del compianto Cesare Bortolotti 2 miliardi e 800 milioni del vecchio conio.

marino2 Una plusvalenza forse seconda solo ad Hasse Jeppson, svedesone pescato dal dirigente Luigi Tentorio (papà di Franco, ex sindaco di Bergamo) per 35 milioni nell’autunno del ’51 e rivenduto a 105 al Napoli del comandante Achille Lauro dopo un’annata da 22 reti. Le segnava anche Marino, quello che “tira la bomba” e lui puntualmente eseguiva, con la sassata destra secca e precisa. In bianconero, nonostante i sette attrezzi di cuoio alle spalle del portiere di turno, capitò nella stagione sfigatina di Rino Marchesi e nella prima delle due di Dino Zoff, saltando quella dell’abbinata Coppa Italia-Uefa per andarsene a fine parabola al Verona, dove il 7 gennaio del ’90 infilò un rigore contro la Dea: «Il rigorista era Iorio ma si rifiuta. Allora mi sono preso la responsabilità. E ho fatto gol, in porta c’era Ferron. Per fortuna poi l’Atalanta ha pareggiato (con Bresciani, NdR)», come riferito dall’interessato ad Alberto Porfidia di Bergamonews alla vigilia dell’ultimo scontro fra le due sue ex squadre, il 2 febbraio scorso.
C’erano anche Prytz e Fanna nell’Hellas di Bagnoli. E lui era un 10 classico, inteso come mezzala di punta o suggeritore appollaiato tra le linee, anche se qui da noi è noto per aver indossato la 8 e soprattutto la 9, perché il numero da regista d’attacco ce l’aveva il tornante di destra Donadoni, essendo la 7 di Stromberg. O, poco prima, la 7 Agostinelli e la più nobile Glenn, il Capitano per antonomasia. La corrispondenza tra ruolo e maglia non esisteva nemmeno con la numerazione progressiva da 1 a 11. Un must, nelle formazioni asimmetriche di un’epoca romantica ma appesantita dalle difesacce che menavano di brutto e la sfangavano, dai soli due punti per vittoria e dal retropassaggio al portiere che la poteva prendere con le mani scarnificando a morte il tempo effettivo. Tra i centrocampisti offensivi, al top alla periferia dell’impero c’era il ragazzo di Borso del Grappa, cresciuto nel Bassano Virtus, svezzato nel Montebelluna e piovuto dai cieli di Mantova su quelli di Bergamo nell’annus horribilis della C1. Due giri di corsa con Ottavio Bianchi, quello della promozione dalla cadetteria e altri tre con Nedo Sonetti al vertice del professionismo, la chicca della finale della Coccarda perso col Napoli da retrocessi: «Una cavalcata entusiasmante dalla C, compagni come Vavassori e De Bernardi, due veneti come Claudio Foscarini e Domenico Moro che in A non ci andarono mai – il racconto, nella primavera di un quadrienno fa, in un’intervista andata persa per estinzione della testata. Succede… -. Mai stato un regista puro e nemmeno il capocannoniere di squadra: nel 1983/84 ero a quota 13 insieme a Pacione, che poi mandai in gol due volte. Tornassi indietro forse non lo rifarei».

marinomagrin Attratto da Madama, la Signora scudetti, ne ebbe quel paragone ingrato e uno strappo al quadricipite che consentì a Ian Rush, il gallese coi baffi che in Italia s’era scordato dei trentelli stagionali di Liverpool, di superarlo (7 a 5) nella casella dei marcatori. Ma il black & white ce l’aveva nel destino, al pari del nerazzurro che gli pulsa dentro: «A Torino segnai il mio primo gol in A, il 23 settembre del 1984, il penalty del 3-1 e pazienza se ce ne fecero altri due. Al Comunale di Bergamo, invece, dalla bandierina, il 27 gennaio 1985: traiettoria arcuata e Bodini scavalcato. Briaschi riuscì a pareggiare». Bergamasco onorario da decenni, un figlio – Michele – con una parabola da semipro, ospite fisso del Tennis Vip di Cividino, Magrin deve parecchia della sua straordinaria popolarità all’inno ufficiale vecchia maniera: “Forza Atalanta, dai, spingi più forte che puoi”. «Un’idea del Club Amici della Val Gandino, un buon successo discografico di cui fui l’autore e l’esecutore. Sarà per il ritornello “alè-oh-oh” che è rimasto nel cuore dei tifosi». Come te, caro Marino, eroe di un calcio ancora vivissimo solo nei ricordi di chi è approdato agli anta.