di Simone Fornoni

mastrovito1Vive da anni a New York ed è sui cataloghi di mezzo orbe terracqueo, ma è rimasto legatissimo a Bergamo e all’Atalanta. Curando non a caso insieme alla Curva Pisani, di cui è una sorta di habitué, la coreografia e il famoso mega striscione con la gigantografia degli eroi di Coppa Italia del 1963. Dettaglio svelato da più di un inquisito nel processone del pm Carmen Pugliese. Nella variegata produzione di Andrea Mastrovito, però, complice la soffiata malandrina dei frati di stanza al Papa Giovanni XXIII, il pezzo più pregiato è la composizione in vetro retroverniciato con acciaio e foglie d’oro dietro l’altare della chiesa dell’ospedale nuovo. O meglio, la parte centrale: il Cristo in Croce. Per disegnare il volto della seconda persona della Trinità, Dio che s’è fatto Uomo per scontare i peccati di tutti, l’orobico che ha fatto fortuna oltreoceano si sarebbe ispirato al Bocia. Uno che di peccatucci da stadio se ne intende.
Apriti cielo. Il dorso locale del Corriere della Sera nel marzo scorso ci ha montato su una breve epopea a puntate. A cui lo stesso Mastrovito s’è prestato con la più classica delle “telefoniche”, tra una mezza ammissione – sì, sono curvaiolo, nei miei lavori mi baso su volti conosciuti – e un diplomatico “lascio che la gente la pensi come vuole: se nascono leggende intorno alla mia opera io sono contento”. Pronti, via: la deificazione vera o presunta del capotifoso Galimberti Claudio, colui che perfino secondo i teoremi giudiziari avrebbe dato la spintarella decisiva ai Ruggeri per indurli a lasciare campo libero ai Percassi, nel giro di un amen scuote l’intera provincia. Che s’interroga tra il serio e il faceto sui perché e sui percome. Ignorando, forse, che il trentottenne avvezzo alla spola tra la terra natìa e il mondo nuovo è un nome che conta e non certo da ieri. È dai primi del secolo, anche se chi non mastica la materia (ovvero la schiacciante maggioranza silenziosa) non lo sa, che l’artista degli ultras rincorre una prospettiva allargata volta a incorporare gli spettatori stessi nell’opera d’arte utilizzando linguaggi e materiali senza pregiudizi. Grafite su statue di marmo, a volte fatte a pezzettini. Collage su tela con strati di cut-out e sagome dipinte, ispirati a tecniche di stampa linoleografica. Tecnica mista su carta e VHS in teca di plexiglas. Installazioni e frottage ambientali, di cui aveva dato ampia dimostrazione con “At the End of the Line” alla Gamec nella primavera del 2014: a terra un disegno calpestabile su carta con il calco grafico di un centinaio di lapidi, a significare la memoria della vita vissuta; sulla parete frontale, una grande opera di sculture e un disegno a muro di 36 metri, a rappresentare il destino dopo la morte; nel terzo spazio, videoanimazione ottenuta con migliaia di disegni sul concetto di anima.

mastrovito2Emblema della mostra, l’immagine di una ragazza appesa a un filo e ad una pietra, metafora della condizione umana, leggera e gravosa insieme.Delle esposizioni e dei premi in tanti anni di una carriera ancora in sboccio dirà di più e meglio il suo sito, www.andreamastrovito.com. Ma mica si tratta di uno che si limita a far parlare di sé. Il buon Andrea, l’atalantino sfegatato tanto da fare della sua passione una forma espressiva, da fiero esponente di una stirpe che cova “sota la sender brasca” prendendo fuoco quando meno te l’aspetti, non ha peli sulla lingua se deve muovere critiche alle scelte altrui. Tipo quando Spazio Bergamo di Expo, all’inizio dello scorso autunno, ospitò il suo mosaico su compensato di cento metri quadri con i monumenti e i personaggi della storia della città (compresi il Papa Buono e Glenn Stromberg) e la Camera di Commercio pensò bene di piazzare davanti al padiglione figuranti vestiti da Gioppino, Margì, Brighella, Arlecchino e un paio di burattinai:  “Ma chi ce li ha messi? In centinaia di discussioni e migliaia di mail non erano mai venuti fuori”, sbottò il nostro. Cui non piacciono il folklore e la commedia dell’arte, ma il calcio nell’arte eccome. La prova provata? L’altro suo capolavoro che va per la maggiore, all’Istituto di Cultura Italiana di New York. Una parete con la prima pagina (in polvere di tempera) di un quotidiano sul referendum costituzionale del 1946, una sfera di cuoio di quelle dei bei tempi andati sul parquet: titolo, “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul pallone”. Dagli torto.