matteorossi2 «La Provincia, intesa come aggregazione di Comuni, funziona solo se alle deleghe corrispondono risorse adeguate». C’è voluta la prima intervista ufficiale dell’anno nuovo del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, delegato al turismo di via Tasso, per dare il senso compiuto della patata bollente in mano a Matteo Rossi, il biografato number one del 2017 di questo sito sempre alla caccia di eroi di casa nostra. Definizione che calza come un guanto a uno che dal 28 settembre 2014 è al vertice di un’Istituzione ridotta a consesso di volontari da dopolavoro dalle leggi 56 e 190 di quell’anno, sull’onda rottamatrice di un altro Matteo famoso, quel Renzi rottamatosi da solo col referendum. Optando per il sì il 4 dicembre gli italiani avrebbero abolito la parola Province dalla Costituzione, ma per eliminarle sarebbe servita una legge ordinaria. Invece il Bomba è tornato a casina, a Rignano sull’Arno, mentre Rossi è ancora lì dove l’avevano eletto i consigli comunali. Perché i cittadini, destinatari dei servizi alla perenne ricerca di copertura finanziaria per la falce di cui sopra, da più di due anni non possono più scegliersi né i rappresentanti nel consiglio provinciale – affiancato però dall’assemblea dei sindaci, sai che affare – né tantomeno il Presidente, che resta in carica un quadriennio, il doppio dell’assemblea.
matteorossi1 Roba da non raccapezzarcisi nemmeno a volersi sforzare. Sarà che il sottoscritto, rapito da un argomento semiserio come il balù, non segue più la politica. Quando lo faceva, per il defunto free press “Il Bergamo”, gli toccò la sorpresa della riscoperta dell’antico compagno di ginnasio (21 novembre 1976 per l’anagrafe) al “Sarpi”, che poi era trasmigrato alle magistrali e chissà dov’era andato a parare. Perso di vista negli anni novanta da allegro mattacchione, ciuffo biondo e faccia finto-angelica ancora glabra un po’ da schiaffi, dedito a scherzi da prete tipo la guerra dei cancellini o il lancio dalla finestra della sacca (altrui) coi ricambi per l’ora di educazione fisica, e ritrovato nell’afosetta primavera del 2007 da segretario cittadino uscente dei Democratici di Sinistra. Carica lasciata ad Alberto Vergalli dopo un mega dibattito all’auditorium della Malpensata tra le anime bergamasche di un partito che di lì a poco sarebbe confluito nel Pd. In precedenza, 2001-2004, era stato capo della segreteria provinciale della Sinistra Giovanile; nel 2007, alle soglie del centrosinistra unificato, ultimo giro di corsa da responsabile per il territorio. Nel cursus honorum, anche il decennio (2004-2014) nel consiglio comunale di Bonate Sopra, il suo paese, con un quinquennio pieno (fino al 2009) da assessore alle politiche giovanili e alla partecipazione, più altri lustrini da mogul della politica locale, in ANCI Lombardia (vicepresidente referato alle riforme, all’e-government e ai finanziamenti Ue). E sì che i ricordi rimandano al simpaticone sarpino pentitosi in fretta che pareva prendere la vita alla leggera.
Eppure lui, di tanti che sono passati nel tritacarne delle illusioni in Città Alta, ha saputo percorrere la sua strada fino a diventarne qualcuno. Ha messo su famiglia, moglie e due figli, e gli capita di svernare nella terra della sua dolce metà: «Ciao a tutti, io parto per la Norvegia», il messaggio facebook del 22 dicembre, due giorni dopo l’ultima convocazione dell’assemblea consiliare nel palazzone di Bergamo bassa diviso cogli uffici e la Prefettura, trentaquattro giorni prima della prossima. Ha pure scritto un libro impegnato, in linea con la tesi universitaria: “Il terrorismo dimenticato: Bergamo 1975-1985”. Non è antipatico ad anima viva né protrebbe esserlo, nonostante incidenti di percorso come il patteggiamento a sei mesi (pena sospesa) del 18 novembre 2014, che gli evitò la decadenza dal mandato, per via di sette firme irregolari (due morti, varie ed eventuali) del Partito Pensionati autenticate per le Regionali del 2010. Forse perché, grane dell’Ente a parte (vedi la partecipata Abm, scampata al fallimento), che gli rendono gravoso il compito, è un omone dall’animo gentile e premuroso: l’emergenza coperte per i senzatetto in stazione a Bergamo dopo il Capodanno l’ha lanciata lui. Nell’estate 2015 dei profughi senza sosta alzò la voce senza buonismi e falsi pietismi contro lo scaricamento prefettizio degli stessi nelle palestre. E nel 2008, in vista delle primarie bergamasche del nascituro Partito Democratico, aveva invitato i suoi, diessini uscenti e forse un pochino nostalgici, a sparpagliarsi liberamente in tutte le liste, mescolandosi in letizia a gente di parrocchietta come da trazione orobica doc. Il tipetto è una persona non seriosa, perché la barba non gli ha nascosto minimamente il sorriso da studentello che fu, ma serissima: ha decenni di educatore (1997-2001, Città del Sole e Alchimia: mondo coop) alle spalle, è dottore in scienze politiche e insegna diritto, economia e storia. Testimonianza di quella che ai superficialoni potrebbe sembrare una metaformosi e a conti fatti è soltanto un’evoluzione, da ragazzo faceva il portiere nelle giovanili del Bonate Sopra per poi trasformarsi in punta di peso nei campionati amatoriali. Visto, sentito e subìto, dovendolo marcare a uomo, nel famigerato torneo Wet Life a Stezzano qualche annetto fa, quando la squadra del Pd, che aveva i numeri scritti a pennarello sulla schiena, stracciò quella di Bergamo & Sport. Da allora, la paura dei contrasti è sempre viva, anche al cospetto degli anzianotti del martedì e giovedì sera alla Bombonera di Orio.
Simone Fornoni