di Simone Fornoni
2005, l’esordio sulla panchina tra i big. In Seconda, che è il limbo, tra il contentino domenicale e le ambizioni, di qualunque bipede dotato di raziocinio voglia mettersi nei panni di quello che sta sulla tolda di comando per indicare la via a urlacci a undici infoiati col pallone tra i piedi. 2010, i playoff vinti e la Promozione conquistata. I tapponi dolomitici della carriera di un seriano di razza ad altissima fedeltà: «Alla mia società e al Banco Popolare, ex Creberg. Ventitré anni con la prima, venti con il datore di lavoro. Mi manca solo una moglie a cui dimostrarne altrettanta, ma devo trovarne una che sopporti la mia passionaccia per il pallone». Se Andrea Foresti è considerato un po’ da tutti il Ferguson nembrese, pardon di Gavarno, più d’un motivo deve pur esserci: «Non è un club, è una famiglia che condivide gioie, dolori e sogni. Il mio vice Denis Mologni è con me da quando allenavamo i Giovanissimi: lui era il maggiorenne, quello che mi portava in giro perché non avevo l’età per guidare. Il diesse Stefano Zanchi è qui da quando si decise di provare il grande salto».
foresti1 L’inizio della Grande Storia, lo spartiacque tra un’anonima parabola da giocatore e l’avventura con le terga sul sedile da sposo felice di una sola causa, è datato 1993: «Mi chiesero subito di prendere in mano i ragazzi, che giocavano sul campo parrocchiale in terra con misure da nove. Si vede che tanto bravo con la palla non ero – ride l’interessato -. Mi sono fatto due giri nel settore giovanile. Poi, nel 2005, dopo qualche annetto con Alessandro Marcassoli in panchina, uno che aveva portato con sé per la prima volta gente da fuori paese, da Orio, il compianto Marino Foini scelse me per l’incarico. E andammo immediatamente in prima, anche se quello con l’abilitazione ad allenare era Ezio Alberti che mi affiancava: le mie rampe di lancio sono sempre state una questione di patente. O di patentino». Un amore ricambiato, quello tra la Gavarnese e il Gemelli del ’76: «Ho due personalità, come si conviene al mio segno zodiacale, e se riconosco di essere un po’ un animale sul campo, fuori sono un pezzo di pane, molto alla mano. Non a caso penso di avere parecchi amici». E nemmeno un nemico, giurin giurello, anche se lungo il provinciale c’è una tensione dialettica da tifo estremo, da Coppi contro Bartali, o da cane e gatto come sembrerebbe dimostrare lo scazzo a cinque dal gong nel recente derby casalingo con la Pradalunghese: «La rivalità con Pierluigi Zambelli? L’ha creata lui, forse, dicendo durante il campionato scorso che se fosse stato al mio posto la mia squadra avrebbe occupato sicuramente il vertice. Ignoro il perché, c’è stata sempre grande stima reciproca. Quella domenica s’incazzò per un fallo su Cerea e disse che erano cose come quelle che creavano tensione: gli risposi tranquillo che era un anno che a far polemica era lui, l’arbitro ci ha visti e ci ha cacciati. Ormai ci assomigliamo: dopo tanto girovagare, anche Gigi adesso s’è fermato nel suo paese».
foresti2 Profeta in patria, il Foresti, lo è da tempo immemore e ci tiene a non uscire dalla parte. Un piccolo Fergie, nemmeno tanto piccolo, perché il trasporto che ci sa mettere spesso deraglia dai binari della serenità personale di uomo di sport pronto a vivere la sfida anche quando ormai è finita da un pezzo: «La notte della vigilia non dormo perché ho dubbi sulla formazione o sulla tattica, la sera dopo la partita idem, perché sono ancora arrabbiato per la sconfitta o pieno di adrenalina per la vittoria: non ci si fa mai il callo, somatizzo maluccio». Al posto del rosso dei Red Devils, nel suo petto, pulsa un cuore tutto arancioverdenero: «Foini, all’epoca della promozione in Prima, mi chiese, ‘E adesso cosa vogliamo fare?’. Il nostro segreto, qui, è di aver ricominciato sempre da zero, senza porci limiti. È così anche ora con Franco Longhi, altro superdirigente storico». Della piccola comunità, in seno al suo miracolo calcistico, nonostante la gran voglia di campanile, sono rimasti contati sulle dita di una mano: «Stefano Pulcini, il capitano, Theo Yankey che ci abita fin da piccolo e io. Del resto Gavarno fa milleduecento anime, del vivaio abbiamo solo la Juniores e per la scuola calcio sono due anni che collaboriamo con l’oratorio di Nembro». Sant’Andrea da Nembro, pardon Gavarno, ha un paio di altri santini locali a riempirgli i ricordi e anche il presente, i bomber delle due scalate al piano di sopra, 2005 e 2010: «Walter Ghilardi, il calciatore bergamasco più longevo, è un’istituzione per il calcio nembrese. Fabio Caglioni è quello che ci ha fatto fare il salto di qualità consentendoci di salvarci nella prima annata in questa categoria. Ha mantenuto per chissà quanto una ventina di gol di media». Ma nella memoria, divisa tra la testa e quella cosa rossastra che batte per quella bizzarra evasione del weekend con la sfera e i tacchetti, in cima a tutto c’è qualcosa di irripetibile, visto cogli occhi di oggi: «Le due amichevoli con l’Atalanta. La prima, il 16 gennaio 2008, cadde proprio nel giorno in cui Ivan Ruggeri si sentì male: l’atmosfera era irreale, venne giù un acquazzone pazzesco. La stagione dopo i ragazzi di Delneri ci onorarono ancora della loro presenza, in quei test in provincia che si facevano il giovedì, ma c’erano le seconde linee. Onorammo così due amici del paese prematuramente scomparsi: a Gavarno l’Atalanta è molto più d’una fede». Parola di Andrea Foresti, il Sir Alex de Gaàren, l’antidivo del calcio bergamasco che alle sue passioni non sa dire di no e nemmeno ci prova.