di Simone Fornoni
raggi2 «A diciott’anni ero in C1 alla Ternana, in cui sono cresciuto. Poi due anni ad Arezzo, in B. Tra i compagni un certo Stefano Colantuono, uno molto fisico, puntigliosissimo in allenamento: arrivò con me che ero un ragazzo di belle speranze e tecnicamente dotato, ma la carrierona l’ha fatta lui!». C’erano anche l’ex capo scout Beppe Corti e il Cobra Tovalieri, in amaranto. Memorie atalantine ante litteram del lecchese onorario Francesco Raggi da Spoleto. Una figurina che si stacca dall’album del calcio romantico degli Anni Ottanta per incollarsi sull’almanacco dell’Eccellenza, alla voce Caprino: «Una famiglia, una società attenta a ogni dettaglio e soprattutto ai valori. È ora di alzare l’asticella, dopo la stagione da neopromossa coi playoff e un discreto campionato».

raggi3 Dal passato remoto al presente, tappe intermedie ma significative, per il neo cinquantaduenne (candeline il primo ottobre) appena tornato da una visita post sisma ai parenti («Non è come Norcia, ma laggiù è un disastro, per fortuna stanno tutti bene»). Vedi Oggiono: «Famosa perché appena smesso di giocare, nel 2002, ho cominciato ad allenarci. E anche perché prima di allora nessuno aveva mai osato chiamarmi ‘bomber’: sono un centrocampista, anche se con spiccate tendenze offensive, invece lì feci la prima punta. Con buoni risultati, credo 115-120 gol in sei anni. Lo stesso lasso di tempo che avevo trascorso nel Lecco». In quell’angolo della Brianza orientale, grandi incontri e grandi storie di provincia che sono già diventate miti su due gambe: «Giocai con Stefano Salandra per poi dirigerlo dalla panchina, mentre Roberto Pellegris potei allenarlo soltanto, era appena arrivato dalle giovanili della Juventus. Li ho tuttora nel cuore, ci teniamo in contatto. Due grandi giocatori a cui non  mancava proprio nulla per sfondare tra i professionisti. Anzi, sì: la paraculaggine e la disponibilità a inchinarsi. Troppo umani. Troppo per bene per essere anche carrieristi». Chissà a chi assomigliano, viene da chiedersi: «In effetti non sono uno che le manda a dire, sono sempre stato molto schietto, non mi piace nascondermi dietro le parole di circostanza e le ipocrisie tipiche del mondo del calcio. A vent’anni giocavo in B, una chance che evidentemente non sfruttai al meglio: da lì quasi sempre C, tra Barletta dove incontrai uno dei tecnici più bravi che abbia mai avuto, Pippo Marchioro, Teramo e Lecco».

raggi1 Una realtà, quest’ultima, all’epoca lontana anni luce dalle bufere societarie purtroppo succedutesi fino ai giorni nostri: «Come mister, per dirne una, Luciano Zecchini, la gloria locale Osvaldo Jaconi, Beppe Savoldi con Claudio Gentile direttore sportivo. Decisamente un bel vivere». Poi i dilettanti, solo quelli. Anche al di là della riga di gesso: «Una parentesi ancora in D a Calangianus, millecinquecento spettatori su quattromila abitanti e il pallone come ragione di vita, poi Calolziocorte, Galbiatese e quindi ColicoDerviese in Promozione: erano alle soglie della Prima Categoria e si respirava aria di smobilitazione, sono fiero che si dica in giro che abbiano cominciato a ripartire con me. L’anno dopo arrivammo a un punto dai playoff». In tredici anni a comandare le operazioni, sgolandosi entro i limiti angusti dell’area tecnica, cresce la voglia matta di qualcosa di più: «A Caprino si sta bene, è un ambiente ideale per lavorare. Ci sono squadroni più attrezzati di noi, ma bisogna provarci: in zona playoff ci siamo e contiamo di rimanerci». Magari aprendo un ciclo tutto nuovo al piano di sopra. Quanto alla biografia essenziale, emerge un Raggi versione scapolone: «Non mi sono mai sposato per scelta, ma non sono single. Ho una compagna. Ho sempre avuto storie lunghe e importanti. Si dice che le donne nel calcio rompano i coglioni, ma alla fine in un ambiente attraversato da sbalzi d’umore sono un fattore di equilibrio personale come nessun altro». Sul campo, il connubio inscindibile coi bianco-bluette. Sperando che l’approdo sia l’altare dei semipro.