di Simone Fornoni
vecchi3 A sentir parlare Stefano Vecchi, maestro di calcio che lo scorso 20 luglio ne ha fatti quarantacinque ma ne dimostra come minimo una decina di meno, non sembra di avere a che fare col bergamasco classico. Il contrario del musone arroccato sulle sue. Sarà che dietro la patina di cortesia, rivelatrice di un carattere aperto ed estroverso, cela un fuoco interiore che ogni tanto viene fuori, vedi scazzi con la Juventus nell’ultima finale di Coppa Italia Primavera, ovviamente vinta. Sarà che il neo traghettatore dell’Inter, appena disfattasi del tulipano sfiorito Frank de Boer, di orobico non ha quasi più l’accento, avendo passato i suoi migliori anni da profeta in campo in Emilia, nel decennio 1993-2003, prima al Fiorenzuola e quindi alla Spal, con l’intermezzo brescellese, finendo per diventare il capitano di piacentini e ferraresi. Da pupillo e scudiero di Giancarlo D’Astoli. Uno da cui imparare il mestiere al di là dalla riga di gesso. Uno dei primi zonaroli quando i difensori ancora s’incollavano all’attaccante fino al cesso, nonché artefice del passaggio tra i pro dei portacolori del paese di Peppone e don Camillo.

vecchi2 Sempre in quella terra che sa di gnocco fritto, tigelle e lambrusco, la prima vera delusione della sua carriera: il licenziamento in tronco, il 17 marzo 2014, dal Carpi, 39 punti in 29 gare, rimpiazzato da un altro eterno Caronte della panchina come Bepi Pillon. Una roba inspiegabile, anche se nell’annata successiva i biancorossi si sarebbero ritagliati una fetta di gloria con la storica promozione in serie A sotto Fabrizio Castori. Ci sarebbe arrivato sicuramente anche il Vecchi, col talento a secchiate di cui dispone, perché senza quello non si comincia a dare ordini a trentaquattro anni in Promozione al paesello per approdare in Seconda Divisione con la Tritium a trentanove, con la chicca di un ulteriore salto di categoria. Ma nello sport più amato e contraddittorio che esista, capita che la merda talvolta si trasformi in cioccolata. Perché quella carpigiana è stata l’esperienza da comandante in capo, formativa e stordente a un tempo, che ha preceduto la fonte delle fortune presenti del mapellese dalla vocazione di giramondo, capace di vincere con l’Under 19 della Beneamata anche la Viareggio Cup al primo colpo, l’anno scorso. Nonché di svezzare talenti come Puscas, Camara, Yao, Gnoukouri e Bonazzoli (Federico), e pazienza se la prima squadra su una cinquina se ne tiene un paio riservandogli gli spiccioli.

Ora l’occasione d’oro, a prescindere dalla durata con ogni probabilità molto breve, proprio in sella al club con cui aveva sfiorato il sogno di tutti i calciatori, ovvero giocare al piano di sopra con la maglia in cui s’è cresciuti. Anche se l’alma mater primigenia, fino ai quindici anni, è stato il Ponte San Pietro, culla ideale e scontata per i ragazzi dell’Isola Bergamasca che stravedono per il gioco del pallone. Rotondo solo in provincia, per Vecchi, che ha già regalato le maglie di una vita da mediano, spesa tra C1 e D, al cameraman-collezionista soverese Beppe Rota: Oltrepò, Spezia, Arezzo, Fiorenzuola, Brescello, Spal, Pavia e Pergocrema. Quindi, appese le scarpe al chiodo, il Mapello, portato in Eccellenza, e dal 2006 la Colognese nei semipro, un nono, un quinto e un terzo posto. Il resto è storia recente, e accanto alla big story abduana a strisce biancazzurre mettiamoci pure i ferraresi e il Sudtirol guidati in Prima Divisione. Da bergamaschi, un solo augurio: che quella specie di girarrosto su cui si sta sedendo si tramuti in una poltrona bella comoda, da cui insegnare calcio più a lungo possibile.