di Matteo Bonfanti
Certe volte mi faccio una pausa dal lavoro e mi meno via a guardare i suoi post su facebook, teneri, poetici e sconclusionati, da artista della mia generazione cresciuto ascoltando le chitarre dei Green Day di Basket Case, un punk senza pretese, felice e in aria. Se vado a spiare la bacheca di Nico Maraja non è perché sono un suo fan, anche perché venerare qualcuno credo sia sbagliato, non ci riesco e non lo faccio con nessuno, manco se ascolto i Rolling Stones o i Saluti da Saturno, che adoro e mi cambiano persino l’umore. Se vado a leggermi la vita virtuale dell’ormai famoso autore lecchese, è per riabbracciare Nicola, il mio compagno di classe al Liceo Scientifico Gb Grassi, un giovane creativo, un po’ folle e dalla straordinaria simpatia, uno dei miei grandi amori adolescenziali, e che da un decennio sta a Roma, lontano. Da qualche settimana Nicola è diventato un cantautore famoso, di quelli che suonano tutte le sere e che ogni giorno vincono un premio in un angolo d’Italia.

nictre C’è, nel guardare i tanti “mi piace” adoranti dei suoi numerosi tifosi (e parecchie sono donne perché l’artista classe 1978 è dolce, sensibile e pure bellino forte), l’idea di averci preso. Ho sempre pensato che Nicola Maccacaro di Ello sarebbe diventato un grande, uno di cui un sacco di gente e di giornali avrebbero parlato. E questo perché nel 1995 ne leggevo le poesie, una cinquantina al giorno, capolavori buffi, ironici, accattivanti e surreali, indirizzati a Stefania, quella a metà tra noi due nel nostro banco a tre. La Stefy stava in mezzo, messa dai prof per dividerci quell’attimo e tenerci lì, in Terza B, evitando che ci perdessimo le lezioni di Puccio, di Furi o della Balossi. Accanto, intendo fossimo stati spalla a spalla, io e Nicola non avremmo seguito una beata minchia, ci saremmo buttati anima e corpo su un’altra strada, l’immenso viale dei nostri sogni: le nebbie del castello di Kafka, il rimmel sfatto sul viso di quella stronza della moglie di De Gregori, i limoni lungo i sentieri battuti da Montale, le impressioni di settembre che sentivamo sulla pelle anche a metà febbraio. Così gli insegnanti infilavano tra noi due Stefania, poverina, che non era né bella né porca, ma era tenera e silenziosa, e io e Nic la corteggiavamo a colpi di rime per cinque ore, dalle otto all’una, immaginandocela figona, una sorta di Edwige Fenech, ma in miniatura perché la Stefy era bassissima, forse un metro e cinquantaquattro, forse ancora meno.

nicdue Nicola o Macca o Nico, a seconda che siate soci, compagni di scuola o fan, è un mio amico, uno dei pochi che non ho solo sui social network, ma che c’è, esiste, è carne, barba, capelli e ossa. Canta e scrive canzoni da sempre ed abbiamo iniziato a farlo insieme, a Galbiate, nella saletta musicale allestita da un prete di cui non ricordo il nome, ma che ringrazio perché è stato un bel viaggio che mi accompagna tutt’ora. Io, Nicola Maccacaro, appunto “Nico Maraja”, Fabrizio “Dritto” Rota, che ora insegna batteria e che sta anche lui a Roma, e Vito “Vincent” Spampinato, il bassista dei miei sogni, un altro che scrive in modo meraviglioso, ma non in italiano, addirittura in catalano, tanto è distante dalla nostra infanzia. Noi quattro a “provare”, non ancora maggiorenni e all’appuntamento giornaliero in motorino. Avevamo due ore, suonavamo una decina di volte “Knockin’ on Heaven’s Door” perché era strafacile e poi ci stincavamo tre litri di Vodka alla pesca. Uno di noi vomitava e si tornava allegramente a casa pensando di avere fatto un decisivo passo in avanti per diventare i nuovi U2 o, al peggio, i Pooh del Duemila. Così per un quinquennio.

nicpiccolo Poi siamo diventati grandi. Io ho iniziato a fare il giornalista, Vito se l’è svignata a Barcellona, il posto dell’anima sua, Fabrizio e Nicola hanno iniziato a fare sul serio con la musica, a studiare tanto tantissimo, a capirla e a dominarla, Nic persino al Conservatorio, impegnato a imparare il ritmo e il suono del suo cuore. Ora li ha trovati. E Nicola è diventato Nico Maraja, un cantautore, anzi un musicante, come ama definirsi. E’ al suo secondo album, un lavoro che è uscito da un mese e che s’intitola “Astrautore”. Ho ascoltato tre canzoni e sono bellissime. Ci ho trovato l’ispirazione dei capolavori che inviava per gioco a Stefania, unita a una piena maturità artistica. Ho sorriso e ho sognato fosse qui, vicino, al Nord, magari a Ello, la mattina dopo al Liceo Scientifico Gb Grassi di Lecco, ancora insieme, due cadaveri bianchi e sconvolti svegli alle sette per essere in classe alle otto, a chiacchierarcela un po’ sulle tettone di Elisa Pozzi. E a organizzarci per andare a suonare i tre fantastici brani di Nicola la sera stessa a Galbiate. “Bicicletta a motore”, “Leopardi” e “Nel mio pensiero morbido”, una decina di volte, come li fa lui, poi jazzati, raggae o lentissimi o malinconici di bestia, riarrangiati in minore. Quindi la Vodka alla pesca, ma una bottiglia, non tre, insomma senza vomitarci l’anima che ormai siamo grandi e non ci serve più.