erba3 di Simone Fornoni
A Nicola Erba, prima che mi raccontasse la rava e la fava per apparecchiare la bio che state leggendo senza speranze di riuscire a digerirla, associavo un aneddoto da giornalista bavoso e maldestro, in cui il nostro c’entra come i cavoli a merenda, e le parche rivelazioni di un ex compagno. Una fonte che stavolta si può bruciare, tanto è uguale. A farla breve, questo gran nome da almanacco Di Cio io lo confusi col suo omonimo Andrea, altro puntero del nostro calcio, ai tempi nel mirino di una con cui mi stavo intrattenendo, sotto la tettoia di una pompa di benzina in demolizione, durante un uggioso broccolamento autunnale partito per la tangente e schiantatosi sull’ipotenusa: «Ah, ma è stato al Brembate Sopra con Biffignandi, il mancino più velenoso della stampa bergamasca!». «No, stai facendo casino. Il ‘mio’ è Andrea, del Paladina (ora San Pellegrino, NdR). Il ‘tuo’ è Nicola: si vede che ne mastichi poco di calcio provinciale». Figuraccia. E la fonte? Proprio il Federico tornato a dettar legge nella natìa Loreto: «Più che giocarci insieme, tendeva a fregarmi il posto. Gran giocatore, forse coi muscoli un po’ di cristallo all’epoca: l’anno in cui fummo promossi in Eccellenza, il 2013/2014, doveva andare a lavorare in Cina, invece rimase e mise in porta alcuni palloni decisivi». Maglia contesa? Mica la conta giusta: stava di lato nel 4-2-3-1 di Gian Paolo Bolis, lui, con l’Erba dietro il bomberone, che era Marotta… Visti coi miei occhi, a Stezzano, mica posso sbagliarmi anche lì.

erba1 Meglio sentire il parere dell’interessato, che all’esperienza nel gialloverde dell’Isola, la sua patria del sangue visto che ci abita, è legato da memorie incancellabili: «Una sola stagione, bellissima perché inaspettata. Bel gruppo e belle persone, i giocatori. Al piano di sopra però non ci sono mai salito: l’anno prima avevo vinto i playoff a Bottanuco». Una delle tante tappe di una parabola percorsa sulle ali del solito binomio doti tecniche-passione, e cominciata proprio sotto casa per proseguire a Carvico, Mozzo (record personale a tabellino, 22, 2008/2009), Calusco, Frassati Ranica e ora Monvico, una sporca ventina a referto in due campionati più l’ultimo incipit: «Più che segnare, gioco. Per questo, se devo scegliere un allenatore tra i tanti che ho avuto, dico l’attuale, almeno non mi lascia in panca. I gol non li ho mai contati, saranno 110 o 120. Compresi gli allenamenti…». Trasmettiamo volentieri la sviolinata a mister Ottavio Mazzola. Anche se non serve. Perché questo accanito interista, curiosamente come il suo pari cognome che passa le domeniche a metterla in Valbrembana – «Non siamo nemmeno parenti. Sì, tifo per la Beneamata. Il mio idolo d’infanzia è Dennis Bergkamp» -, è uno che lavora di squadra. Di fino. E di brutto. Più che un cannoniere scelto, un architetto del gol, che all’azione partecipa volentieri anche solo al servizio del finisseur di turno, disegnando traiettorie e schizzi naif ma precisi, e pazienza se a schiaffarla tumida in saccoccia è il geometra o il manovale: «Lo sono di professione, per scelta e per studi, anche se per adesso sono attivo nel settore dell’ingegneria. Nelle info su facebook c’è ancora scritto Byron: il mio impiego durante il periodo dell’università».

erba4 Campo e mestiere, mestiere e campo. Del resto a quasi ventinove anni (il prossimo 18 dicembre) mica si può cazzeggiare sognando la serie A col pallone sotto il cuscino e stop. I fine settimana degli eroi del football di provincia, e aggiungiamoci da due a tre training tra il fosco e il losco nei giorni feriali, sono così. Sempre in prima linea, magari accanto a personaggioni dell’Isola dal casato indimenticabile come Gianni Tuttolomondo, nella Caluschese: «Con lui ho giocato solo sei mesi, in realtà c’era un attacco a tre con Davide Manzoni, ex Valle Imagna. La coppia vera, lì, l’ho fatta con l’ex Merate, Mauro Colombo». Toh, qualche volto affiora: «Ma se mi si chiede qual è il mio compagno preferito, vado in difficoltà. Esattamente come quando devo giudicarmi come calciatore: chi mi conosce lo può fare con più obiettività. Certamente non sono una prima punta, non ne ho le caratteristiche». Già, ma ‘sto Monvico dove vuole andare a parare? «In alto, spero! Intanto iniziamo a salvarci, poi vediamo». Si metta agli atti che l’intervistina piove come la grandine dopo due giornate a sole e punteggio pieno, Prima girone E. E la noterella biografica? «Sentimentalmente libero, vivo coi miei». Chissà la fila alla porta. Perché prima o poi l’architetto del gol dovrà pur progettare un futuro in coppia. Fuori da quel rettangolo verde, s’intende.