di Matteo Bonfanti
Ci sono vite che somigliano alle favole. Quella di Olivo Foglieni è una di queste. Ultimo di cinque fratelli, figlio di una famiglia contadina, il presidente del Ciserano è entrato in azienda come operaio. Ora, una trentina d’anni dopo, è a capo della Fecs, uno dei gruppi industriali più importanti della Bergamasca, eccellenza che ci invidiano nazioni come la Germania e che esporta i suoi prodotti in trentatre nazioni. Quali sono i segreti del successo? Parlando con Olivo Foglieni ci si accorge che sono tanti: il senso di responsabilità nei confronti dei propri lavoratori, la capacità di ascoltare chi si ha di fronte, il coraggio delle scelte, una forte propensione al sogno e alla speranza. Se a questi ingredienti, si uniscono l’eleganza negli atteggiamenti e una simpatia naturale, il quadro è completo e i minuti di intervista diventano ore senza accorgersene. Partendo, ovviamente, dal calcio, la grande passione di Olivo Foglieni, un passato da portiere della Voluntas Osio. «Giocare a pallone mi è sempre piaciuto tanto – racconta il numero uno rossoblù -. E devo dire che ero un estremo difensore un po’ matto, inventato nel ruolo da Giulio Gambirasio, un grande. Ero un calciatore che faceva spogliatoio, coinvolgendo i ragazzi più timidi. All’epoca a Osio Sotto il presidente era Malvestiti, l’attuale presidente della Camera di Commercio, una bravissima persona. Eravamo un ottimo gruppo, facevamo il campionato di Promozione, che, oggi può essere paragonato all’attuale Eccellenza. Di mister ne ho avuti parecchi, quello a cui sono rimasto più legato è stato Fiorino Pepe. Qualche anno fa l’ho chiamato ad allenare il mio Ciserano. Ed è stato piacevole, nella mia vita ho conosciuto Fiorino da tre diversi punti di vista: da calciatore, da presidente e, ora, da genitore. Mio figlio ha giocato, infatti, nelle giovanili della Tritium, società dove Fiorino ricopriva il ruolo di direttore sportivo».

Passiamo al Ciserano. Che anno è, questo 2015-2016? «Una buona stagione, dove la squadra gioca un ottimo calcio, restando nella parte sinistra della classifica del Girone B di Serie D. Come sempre non abbiamo fatto follie, allestendo una rosa competitiva, ma evitando di svenarci. Il periodo economico è quello che è e la priorità è la mia azienda: le duecentocinquanta famiglie bergamasche che vivono grazie al nostro gruppo industriale. Devo anche a loro i miei successi, di contro io devo comportarmi da buon padre di famiglia, facendo scelte che non mettano a repentaglio il loro posto di lavoro. Credo che i presidenti delle società calcistiche, che sono in gran parte imprenditori, mai come ora debbano avere in testa che prima di tutto viene la loro impresa, poi il pallone. Che è importante, ma è comunque, uno svago».

In questi anni l’attenzione della vostra dirigenza è sempre stata sul settore giovanile. «E sarà sempre così. Abbiamo addirittura quattro squadre pulcini. Questo perché crediamo che tutti i bambini debbano avere la possibilità di giocare. Come si fa a dire a un bimbo che per lui non c’è posto nel Ciserano? Non si può. Spesso il sabato pomeriggio sono al campo e mi si apre il cuore. Vedo i nostri ragazzi, la passione che ci mettono, il legame che c’è tra di loro, i loro sorrisi, e penso che il calcio sia una straordinaria occasione di crescita. In campo, ed è stato così anche per me, s’imparano cose che sono fondamentali nella vita, su tutte l’idea di far parte di un gruppo dove ci si aiuta tutti per conquistare un obiettivo: la vittoria».

Parole bellissime di una persona che a Ciserano è amatissima. «Sono legato al mio paese e al mio territorio che sono posti particolari. Siamo in una zona dove è forte la presenza degli extracomunitari. Per loro, come per noi, il periodo è difficile. A causa della crisi economica i bambini vivono, tra le mura di casa, momenti di tensione. Al campo del Ciserano si svagano e ritrovano il sorriso. E poi c’è il discorso legato all’integrazione che ritengo fondamentale. Come azienda, ogni anno, organizziamo un torneo di cricket, lo facciamo per i nostri lavoratori indiani e pakistani perché è il loro sport nazionale».

Olivo Foglieni parla e con il passare dei minuti si ha l’impressione di avere di fronte una persona profonda e sensibile, diverso da tanti big dell’imprenditoria italiana, che, in questi anni, hanno dato il peggio di se stessi, chiudendo fabbriche e licenziando – magari – centinaia di dipendenti per poi delocalizzare ed avere maggiori guadagni personali. Olivo Foglieni è diverso: a lui si possono chiedere pareri e indirizzi per infondere fiducia e aiutarci a capire meglio la crisi economica in cui è impantanata l’Italia ormai da un decennio. «Credo che la forza del nostro Paese sia la fantasia e il nostro grande senso estetico: la capacità di realizzare cose belle. Queste qualità le abbiamo geneticamente, sono in noi da secoli, ce le avevano i nostri nonni e i nostri padri e ce le abbiamo anche noi. Bisogna puntare sui propri sogni, crederci e realizzarli. Poi anche lo Stato deve fare la sua parte, riducendo la pressione fiscale, ma, soprattutto, snellendo la burocrazia. Quando a noi della Fecs viene un’idea, per poi avere tutte le carte necessarie a realizzarla, passa mediamente un anno. È un tempo infinito: in un mondo globalizzato, dove ci sono Paesi affamati e in rapida ascesa, ogni progetto va realizzato immediatamente. Altrimenti si corre il rischio di perdere le opportunità e che l’investimento sia già superato e vecchio addirittura nella fase di partenza. L’economia viaggia veloce, l’Italia, a volte, perde in competitività per via della sua eccessiva burocrazia, i mille enti a cui bisogna fare richiesta per dar vita a un nuovo progetto. E se aggiungiamo la differenza del costo energetico rispetto ad altre nazioni, la mancanza di materie prime, le poche infrastrutture logistiche che ci consentirebbero di far viaggiare i nostri manufatti in tempo celere e a costi competitivi, mi chiedo a volte come il nostro Paese sia come prodotto interno lordo tra i primi dieci Paesi al mondo. La risposta è senza presunzione: «Lo dobbiamo a noi stessi», a noi, il popolo italiano. Siamo stati capace di colmare negli anni tutti questi gap grazie al nostro saper fare, ai nostri sacrifici e al saper creare e aggiungere a qualsiasi prodotto quel bene intangibile che è la bellezza della forma».

Il problema della competitività industriale italiana rispetto, ad esempio, alle aziende tedesche che vanno più forte. Perché? «Per molti motivi, tra questi anche perché i due governi hanno comportamenti molto diversi nei riguardi delle imprese. In Italia noi imprenditori veniamo lasciati soli. In Germania, invece, vengono accompagnati dalle istituzioni con serenità. Facciamo un esempio: se un’azienda tedesca decide di investire in Azerbaijan, ha forme assicurative e di coperture del credito che fanno sì che il rischio d’impresa sia minimo. E, proprio per questo motivo, il manager tedesco si butta nel mercato nuovo, con rischi contenuti. Noi, invece, ce li assumiamo in prima persona senza tutela e questo limita molto la nostra capacità penetrativa in nuovi mercati. E se aggiungiamo che oggi il differenziale dei tassi d’interesse nei loro confronti sfiora il 5% si comprende come si perda da subito competitività a parità di prodotto e qualità».

Olivo Foglieni, chiamato anche da diverse università a esporre i propri concetti, dismette i panni dell’imprenditore esperto di economia e torna a raccontarci di sé. Ed è una storia che dà speranza. «Sono entrato in fabbrica da giovane come operaio, poi, dopo sedici anni, ho preso il coraggio a due mani ed ho rilevato un ramo della azienda in cui ero occupato. Da lì sono partito, lavorando tanto e puntando sempre sull’innovazione, grazie a un team giovane ed entusiasta. L’idea vincente che abbiamo sempre seguito è stata quella di produrre manufatti di alluminio di altissima qualità, grazie alla trasformazione diretta dei rottami, recuperati e valorizzati, una innovazione di processo unica al mondo che ci consente di evitare un processo fusorio con notevoli risparmi energetici. Era un sogno, è diventata una bella realtà. Ora il nostro gruppo ha tre rami di azienda, con un fatturato annuo intorno ai 260 milioni di euro. Posso dire di avere realizzato tutti i miei sogni, ora il mio compito è mantenerli, impegnandomi sempre al massimo».

Caratterialmente, che tipo di imprenditore è Olivo Foglieni? «Sono una persona istintiva e quindi mi capita anche di arrabbiarmi. Ma non ho paura a riconoscere i miei errori e a chiedere scusa. E, poi, sono un uomo che ama il confronto, anche critico, perché credo che sia alla base di ogni successo. Meglio se il dialogo avviene in modo intelligente, comunque deve esserci. E’ sempre prezioso, molto positivo».

E come presidente? «Siamo un gruppo dirigenziale che si confronta molto. Come numero uno rossoblù, non ho mai fatto una scelta non condivisa. Siamo sulla stessa linea anche per quanto riguarda il mercato estivo: ci piacciono i giocatori che, oltre ad avere le qualità tecniche, hanno anche il cuore, l’attaccamento per la maglia del Ciserano. Parlo, ad esempio, di Matteo Ghisalberti».

Il capitano… “Ghisalberti è un giocatore eclettico, di grande tecnica, dall’immensa passione per il pallone, altruista, ma anche straordinario goleador. E’ la nostra bandiera e nonostante le botte che prende ogni domenica, non salta una partita. Sapessi le richieste che mi arrivano ogni settimana dai club di Lega Pro… Matteo, nella vita, lavora per me, nella mia azienda. Ed è molto in gamba”.

Dopo la bandiera, il bomber: Stefano Salandra. “Un uomo completo, di grande levatura morale, sempre pronto ad aiutare chi è in difficoltà, a dare una mano ai nostri giovani”.

Presidente, non le capita mai di aver voglia di mollare tutto? «A tutti, nella vita, capitano momenti di sconforto. Io, che sono a capo di un gruppo industriale che dà lavoro a tante persone, devo farmeli passare per forza. Se sono qui, l’ho già detto, lo devo anche ai miei dipendenti: sono debitore verso gli operai, come verso i manager. E nei loro confronti ho degli obblighi».

Il senso di responsabilità che dimostra di avere Olivo Foglieni, ci impone una domanda: ha mai pensato il numero uno del Ciserano di scendere in politica? «Mai perché penso servano competenze specifiche e molto tempo per risolvere i problemi. Il mio lavoro m’impegna tantissimo. E poi c’è la mia famiglia: mia moglie, mia figlia che si è laureata alla Bocconi, mio figlio che è ancora un ragazzo. E c’è il Ciserano che è un altro bell’impegno».

Come è nata l’avventura in rossoblù? «Più di dieci anni fa. La vecchia dirigenza era un po’ stanca, la comunità mi ha spinto a prendere in mano la società. Con altri tre amici, Massimo Tagliabue, Stefano Baffi, Fabrizio Ubbiali, abbiamo deciso di impegnarci in prima persona. E, devo dire, che dal punto di vista sportivo, le soddisfazioni sono state parecchie».

La partita più bella da presidente. «In Promozione, in casa della Mario Zanconti. Al 55′ perdevamo 4-1, abbiamo vinto 5-4. Gara incredibile, ricca di emozioni straordinarie. Ma ce ne sono tantissime, il salto in Eccellenza, la vittoria della Coppa Italia».

Facciamo un gioco con la macchina del tempo: un giocatore del tuo passato da dilettante che vorresti avere nel Ciserano. «Il mitico Taglietti di Boltiere: ogni punizione che tirava, un gol».

Un tuo idolo giovanile che ingaggeresti in rossoblù. «Sono interista e, da piccolo, ero innamorato di Evaristo Beccalossi».

Taglietti e Beccalossi erano due fantasisti. Hai una passione particolare per i numeri dieci? «In un certo senso sì. Come detto, sono una persona che crede che in ogni campo, per andare avanti, sia obbligatorio sognare. Il numero dieci, con le sue intenzioni, è il calciatore che, sul rettangolo di gioco, vive sull’invenzione, sulla fantasia. Diverso, invece, il difensore oppure il mediano che sono il lato più razionale di una squadra. A riprova il legame profondissimo che ho con Matteo Ghisalberti, la nostra bandiera, appunto il numero dieci del Ciserano».

In queste stagioni da numero uno rossoblù, c’è un giocatore a cui ti sei più legato? «Angelo Carminati, un ottimo calciatore, ma anche un uomo dalle grandi qualità morali e Matteo Ghisalberti, come già detto».

Se Olivo Foglieni non avesse fatto l’imprenditore, sarebbe diventato… «Un calciatore, l’altra mia grande passione. Ho smesso di giocare per via del lavoro. Sentivo che era la mia strada e mi sono buttato anima e corpo. Non avessi avuto quell’istinto, magari avrei fatto il portiere fino a quarant’anni».

Salutiamo Olivo Foglieni, un presidente che ci piacerebbe incontrare più spesso, non una volta all’anno, ma almeno una volta alla settimana. Sappiamo che è impossibile perché sono le sette di sera e, nella lussuosa sala d’aspetto della sua Stemin, in via Marconi 67, a Comun Nuovo, c’è ancora gente che lo aspetta. Per chiedergli consigli lavorativi o forse solo per avere un’iniezione di fiducia. Che Olivo Foglieni, giovedì scorso, ha regalato anche a noi.