luiginook di Simone Fornoni
Aspettava una chiamata da molto vicino. Eccola. Puntuale come il pendolino che era in campo: “Non è che dopo anni ad allenare a Campobasso e in Abruzzo ti possa ripassare davanti il treno del professionismo”. La stazione di Luigino Pasciullo, promosso dal quadriennio nei Pulcini, non ha la strada ferrata, ma si sfreccia sui binari della passione: il Cenate Sotto di Vittorio Nembrini e del presidente onorario Valter Bonacina, Beppe Biava responsabile dell’area tecnica. Addosso, tanta gloria atalantina e quel marchio di fabbrica “Luigino in Nazionale”, striscione della Giulio Cesare diventato coro da curva e olio da intenditori prodotto nel natìo Molise (Montemitro, 18 febbraio 1961). Sopra ogni cosa, l’umiltà di accettare la sfida ripartendo dal basso. Senza accampare pretese, pur dall’alto di 198 presenze e 8 gol in sei stagioni, col rimpianto di non aver vissuto in prima persona la cavalcata in Coppa delle Coppe del 1987/88, se non nella trasferta di Merthyr Tydfil, autoreti di Icardi e Progna e in mezzo il gol di Mimmo, perché ceduto all’Empoli a fine ottobre.
All’epoca le finestre del mercato di riparazione si aprivano in autunno. E forse, Reja docet, si prendeva meno freddo. La Dea, riaffacciatasi in Europa dopo quasi un quarto di secolo perché finalista di Coppa Italia col Napoli scudettato, scala l’Olimpo dalla B e lui, piedi ok ma ambientamento difficile, rimane al piano di sopra tra i neofiti.

luigino2 Nell’estate successiva, il percorso inverso, per cinque giri di corsa nobilitati da due partecipazioni Uefa nel secondo (eliminati subito dallo Spartak) e nel terzo (ai quarti dall’Inter). Da Glenn Strömberg a Johnny Ekström e ritorno, ma di diverso mica c’è soltanto lo svedese. Anzi, si fa il bis con Robert Prytz. Il numero 3 ritrova Daniele Fortunato ed Eligio Nicolini, conosciuti a Vicenza (“Promossi in A sul campo”), portandosi dietro Claudio Vertova. Poi, nell’ordine, ecco Evair, Caniggia, Ganz: “Sono stato bene in Toscana, ma con Bergamo il rapporto è speciale. Ho indossato la fascia da capitano. I tifosi, l’Atalanta Master, il Club Amici di Costa Valle Imagna con cui vado allo stadio, la tv da commentatore: essere un reduce della grande squadra dei Bortolotti e di Emiliano Mondonico è un onore”. A ruota del Mondo, Piero Frosio, Bruno Giorgi e Marcello Lippi, “ma non mi considerava granché, non ero più nei piani della società”. Siamo nel ’93, alle soglie dell’ultima recita del Percassi atto primo. Tramonto a Lecco, Ponte San Pietro e Brembilla (1996), e alba nuova al di qua della riga di gesso. L’Isernia, il Campobasso in C2 (2001-2002) e in Eccellenza (2004): “Mi mandarono via da primo in classifica perché facemmo lo sciopero degli allenamenti per il taglio dei rimborsi carburante, ma anche perché non assecondavo il cocco del presidente”.

luigino3 Della serie, un ex Lupo che non può essere profeta nella patria decaduta, da cui aveva preso la rincorsa per spiccare il volo vincendo la C1 a Trieste nel 1983 e in biancorosso nel 1985 con Giorgi, il grande Eligio, Baggio e gli ex atalantini Filippi e Schincaglia. Ulteriori tappe di una professione accettata quasi per gioco, il Castelsangro (Promozione), il Mapello (2009), il Sulmona e il Lemine da subentrato a Ezio Cingarlini. Dell’uomo destinato a portare in auge il calcio cenatese affascina il modo intatto e cristallino di essere campione, soprattutto di semplicità e squisitezza, agli occhi di chi lo sa apprezzare, non solo degli appassionati in via di incanutimento. Sarò che il suo, tra gli Ottanta e i Novanta, era un altro fùbal. Il Luigino, rientrato stabilmente dal lungo intermezzo dalle sue parti (1996-2009) e provvisto di patentino fino alla Lega Pro, era “il” terzino sinistro: parole d’ordine, tamponare e avanzare, azzeccando i cross e non disdegnando la porta. Vedi punizione nel sacco a Napoli il 3 dicembre ’89, vedi doppietta sotto la Nord nel poker al Bologna del 7 aprile ’91: mancino a scendere dal vertice e rigore destro in movimento nell’angolino. Dietro, giù a muso duro: “Adesso nessuno difende a uomo, nemmeno sulle palle inattive. C’è chi su angoli e punizioni si perde l’avversario, cosa inconcepibile per un Tebaldo Bigliardi, che oggi scrive e ieri ti si incollava come pochi. Fummo insieme negli ultimi tre anni atalantini, ma prima lo eravamo stati al Palermo. A quei tempi poteva capitare in nerazzurro gente con lo scudetto di Maradona in bacheca: lui e Alemao”. Beati i virgolettati estorti a cena a fine campionato, anfitrione il boss Patrizio Romano di SeilaTv con la sua allegra banda Valentina Fumagalli-Mario Martinelli-Daniela Picciolo. Perché ci fanno riscoprire un mondo dei sogni molto più a misura d’uomo delle impennate isteriche dei fighetti di oggi. Di plastica, come i tacchetti che portano sotto le scarpe.