capozzi1 di Simone Fornoni
Alzi la mano chi non s’è soffermato, a bocca spalancata e col ciglio inumidito, davanti ai colloqui immaginari con Piero Gardoni e Chicco Pisani, bandiere atalantine di epoche differenti che garriscono lassù fra le nuvole a raccogliere il premio dei giusti. E a farsi rimpiangere quaggiù. Non importa dove siano stati pubblicati. Un genere letterario a sé stante: gli eroi caduti di casa nostra eternamente vivificati da una penna amica. Tra le bio di questo portale, che tratta di tutto un po’ ma in particolar modo di piccole grandi storie bergamasche, non poteva certo mancare l’autore delle summenzionate e di molte altre pietre miliari, Pier Carlo Capozzi. Classe ’51, come il numero di maglia di Pinilla, l’idolo dalla chilena proibita (in odore di cessione al calciomercato invernale), estroso e dal sangue caliente proprio come il cantore più famoso dell’Atalanta a Bergamo e provincia. Un giornalista coi baffi che si divide tra le pennellate d’inchiostro d’autore, con la sua rubrica tornata “Alfabeto atalantino” dopo la parentesi da matematica pura de “I numeri all’8”, e il suo hotel Città dei Mille, il fiore all’occhiello dove tra gli innumerevoli vip ha accolto anche Gianni Morandi, nato l’11 dicembre pure lui, anche se non in via Ruspini al 9 all’indomani della rincorsa della madre lungo la ferrovia al padre che aveva scordato i guanti a casa, la cartolina del capoluogo orobico nonché il punto d’approdo obbligato per il viandante che esce dall’A4 o arriva qui in treno. Un amico sincero dei compianti Titta Pasinetti e Daniele Vimercati, collaboratore pluridecennale de “l’Eco di Bergamo” ed ex de “il Giornale”, nella covata di Indro Montanelli e poi di un altro bergamasco illustre come Vittorio Feltri. Ma sopra ogni cosa atalantinologo e custode della memoria storica nerazzurra, fin dal giorno in cui lo zio Carlo lo portò vedere la Dea oltre cinquanta primavere fa, nel periodo del primo e solo trofeo in bacheca, la Coppa Italia ’63 col Torino vinta a San Siro. Prima partita vista lì, un Inter-Atalanta 6-0 nell’agosto del 1961.

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Una frequentazione da stadio che perdura tuttora al vecchio “Comunale” divenuto “Atleti Azzurri d’Italia”, tra polo sgargianti nella bella stagione e sobri maglioni in quella brutta. Una volta in sala stampa Renzo Ulivieri lo scambiò per il compianto Giorgio Tosatti. Cose che capitano, in genere si dà del tu con tutti i mister. La costante è la penna, più d’Oro dell’Agnello sulla Corsarola, l’epicentro dell’imprenditoria di famiglia. Il Pier, omone dallo sguardo solo apparentemente accigliato che appena apre bocca tradisce la passionalità profonda e ancestrale della gente del Sud, e difatti il famosissimo padre Giuseppe detto Pino era originario di Gioia del Colle, è l’ancora di salvezza di noi cronistelli alla ricerca di uno spunto qualunque per non lasciare la pagina tristemente immacolata. Alzi la cornetta e in un battibaleno trovi le indicazioni e gli aneddoti del caso, come sul Pippo Inzaghi atalantino effimero, piacentino come la mamma della mamma di suo figlio Alessandro, che a tempo perso insegna rugby ai ragazzi. Un’escursione sentimentale che ne ha fatto un cittadino pressoché onorario di Bettola, come Bersani, il capo detronizzato del Pd e padrone di una delle due pompe di carburante del paese, quella da cui il nostro non dev’essersi mai rifornito.

capozzi3 Pochi cenni e si capisce che la vicenda del decano di molti di noi, che nel quotidiano della Curia ha visto passare tutti i direttori da don Andrea Spada, amico e mentore di suo papà, in poi, è bella pienotta e sostanziosa. Forse è per questo che la sua prosa è sempre così ricca, densa e insieme ariosa. Qualcosa che trasmette emozioni anche al tipo nordico più freddo e compassato. Perché alla professione ereditaria e a quella del cuore, come la chiama lui, ha sempre affiancato una devozione totale agli affetti e agli appigli domestici di un’esistenza in cui i sentimenti sono l’unica vera unità di misura. Del tempo, dei volti amici e non, dei calciatori come il rimpianto Ezio Bertuzzo, perfino di rivali in affari come Enrico Panattoni, creatore della Marianna e del gelato alla stracciatella, gestore del Pianone (prima di comprarselo) nell’anno e mezzo in cui papà Pino lo aveva diretto salvo abbandonare per qualche scazzo e mettere bottega in proprio nel ’64. Oggetto del più memorabile dei coccodrilli sul Bugiardino quando morì nelle prime ore del 4 ottobre 2013, circa un anno e mezzo dopo il codificatore del risotto alla bergamasca (taleggio e salsiccia), il 22 maggio 2012. Dietro lustrini e paillettes, duro lavoro e sogni. Anche tragedie, vedi la prematura perdita di mamma Elena il 26 novembre 1971, mesi prima dell’inaugurazione dell’albergo da quaranta camere dall’intonaco rosé piazzato strategicamente tra l’uscita del casello e il ponte della ferrovia: un santuario tirato su dalle sterpaglie. Pier Carlo Capozzi racconta Bergamo e l’Atalanta come se stesso e il suo clan, compreso il fratello Massimo che da piccino veniva pescato in giro a bighellonare dal famoso don Vitale (poi cappellano del carcere) e quindi tenuto in custodia nella chiesa di San Pancrazio coi suoi cari a cercarlo in lungo e in largo. Da testimone amorevole di una piccola patria cresciuta insieme a lui e fuori dalla sua finestra, dalle estreme propaggini della parrocchia di San Tomaso de’ Calvi e quindi dal Paesetto sotto le Mura Venete. Lo si deduce dagli articoli e dai ricordi (tipo la scrofa gravida tirata sotto dalla Fiat 1300 di casa, in una rimpatriata barese), anche facebookiani, da figlio di un ex militare dell’Aeronautica con le radici piantate in queste lande, che nei primi Sessanta sferragliava sul suo “Romeo” con cella frigorifera a vendere pesce e gelati. La Famiglia Iceservice, pronunciata rigorosamente come si scrive, dalla decalcomania sulla fiancata. L’impressione, per un personaggio così, larger than life come direbbero gli americani, e a lui da fiero italiano e italianofilo (nonché possessore, of course, di cimeli garibaldini) forse non piace nemmeno sentirselo dire, è che lo spazio su carta non sia mai abbastanza. Perché quando nel refill c’è un cuore grande quanto Bari e Bergamo, si vorrebbe poter scrivere anche sulle nuvole. Ma forse lui, Pier Carlo Capozzi, bergamasco senza rinnegare Bari e viceversa, c’è già riuscito.