di Simone Fornoni
Adesso di Marino c’è Umberto, che di Pierpaolo, il direttore generale storico della serie A percassiana, non è nemmeno parente. Di lui, dell’originale, si soleva dire che avrebbe portato a Bergamo il modello Udinese. A botti consumati, quando cioè la coesistenza con Giovanni Sartori, per la vulgata pallonara il modello Chievo, non ha passato l’esame della seconda estate, non se n’è ancora capito il perché. In Friuli vige da anni il principio della pesca d’altura dei giovani semisconosciuti in giro per l’orbe terracqueo per poi rivenderseli a caro prezzo, mentre il Lupo d’Irpinia, uno degli uomini mercato più ricercati nello Stivale, all’Atalanta ha applicato ai massimi livelli il sistema collaudato dell’usato sicuro. Dal giugno 2011 all’agosto 2015, quando ormai le operazioni all’Ata Hotel erano già in capo al Cobra di Lodi, la pelata più famosa tra il Brembo e il Serio dopo l’altro Grande Ripudiato Stefano Colantuono ha seguito sempre lo stesso modus operandi, d’accordo con il presidente, che se ne fidava tanto da farne il plenipotenziario di Zingonia con potere di firma e di staccare multe. Il cavallo di battaglia del diggì, la base della sua politica, sono i buoni rapporti mantenuti a tutte le latitudini, perché altrimenti non sarebbero mai approdati in nerazzurro German Denis da Udine e il cavallo di ritorno Luca Cigarini da Napoli, bocca da fuoco e regista del progetto una volta risalita la china dal purgatorio cadetto. Mettiamoci l’addizione argentina di Maxi Moralez, un peso piuma di fantasia e classe, e in minima parte l’orecchio prestato alle esigenze dell’allenatore in termini di pupilli, leggi Willy Stendardo sottratto alle sue beghe laziali, ed ecco la colonna vertebrale della Dea dell’ultimo quinquennio. Forse non un capolavoro assoluto, visto che s’è sfiorato il sogno europeo solo al penultimo atto del Cola, prima del paio di salvezze sofferte con cambio della guardia incorporato, ma comunque abbastanza per regalare alla proprietà le certezze di cui aveva bisogno: “A’m g’ha mia de turnà zò”, guai a cadere in B.

pierpaolomarinodue Missione compiuta, dunque, da parte di un professionista di lunghissimo corso con l’occhio clinico per gli affari e per le relazioni interpersonali, dai padri-padroni dei club per cui ha lavorato (Antonio Sibilia, Corrado Ferlaino, Dino Viola, Pietro Scibilia, Gianpaolo e Gino Pozzo, Aurelio De Laurentiis e Antonio Percassi) ai procuratori amici. Perché nel calcio funziona così, come in televisione: gli agenti di star e starlette preferiscono piazzare i loro protetti in blocco. Non è mica per caso che, accanto alla miniera d’oro Manolo Gabbiadini, una delle cessioni atalantine eccellenti insieme al portierone Andrea Consigli e a Jack Bonaventura, del team Pagliari (Silvio) giocassero in prima squadra anche Guido Marilungo e Luigi Giorgi (a libro paga c’è tuttora l’incidentato Cristiano Del Grosso), o che in un dato momento il team Cattoli (Andrea) potesse contare su vedette come Giuseppe De Luca e Riccardo Cazzola. Due agenti in croce ti fanno mezzo organico e un paio di campagne di rafforzamento, a saperli trattare. San Pierpaolo da Avellino, una delle eccellenze di una terra che ha sfornato Ciriaco De Mita, Gigi Marzullo e il web-giornalista calciofilo Michele Criscitiello, nella sua parabola professionale ne ha viste di ogni, spesso guardando gli altri dall’alto al basso. Inevitabile, quando si è scoperti tra i verdi da uno come Italo Allodi che ti porta nel Napoli del primo scudetto di Maradona, abbandonato da direttore generale per via dell’ascesa di un certo Luciano Moggi.

PierpaoloMarino Carrierone proseguito nella Roma alla ricerca dei fasti perduti, a casa perfino da presidente in anni tribolati, nel Pescara della seconda promozione in A nel ’92 con Giovanni Galeone in panca e Acciughina Allegri in campo, nell’ambiziosa zebretta del profondo Nordest dai conti rigorosamente in regola e ancora in sella al Ciuccio, riportato in auge dalla C1 in cui era piombato. Adesso fa il battitore libero, occupandosi, of course, di consulenze di mercato. Qui da noi ha conservato conoscenze e amicizie, in onore alla sua innata capacità di mediazione, che lo portava a ridimensionare le marachelle notturne del Galgo Schelotto (l’unico che si faceva beccare, diciamolo), a relazionarsi amabilmente con addetti ai lavori e non, a partecipare a cene coi tifosi e serate di beneficenza cogli eroi del “Comunale”. Tanto famoso e popolare che ogni tot c’era chi lo vedeva ovunque, manco fosse la Madonna. Tipo quell’anonimo tifoso che, sul marciapiede del San Marco, scambiò per lui il capo della comunicazione dell’aeroporto, Eugenio Sorrentino, rivolgendoglisi a suon di “Direttore”. Chierica, occhiali e città di nascita sono uguali, ma l’Eugenio ha tre anni di meno del quasi sessantaduenne (30 agosto ’54), è ben più slanciato e soprattutto non porta le scarpe da basket con il gessato. Il bizzarrissimo vezzo number one del personaggio che ha scoperto Lavezzi e Hamsik.