di Marco Oldrati
Renato, Renato, Renato, così carino, così educato… era Mina, ma lui carino non credo si sia mai definito, anzi, gigioneggiava sempre sul suo naso ebraico e sul suo personaggio, con una certa grazia, ma anche con un’aria a metà fra Shylock e Ovadia che mi ha sempre messo un po’ a disagio.
Ho avuto il bene di incontrarlo, tre o quattro volte, ma due me le ricordo molto bene. La prima fu allo spazio Fastweb appena allestito a ridosso del Teatro Parenti, nella città che tentava di risorgere da Tangentopoli, era una serata favolosa, una specie di vaudeville della Milano orfana dei socialisti, ma orgogliosa della propria qualità e della voglia di reagire.
Un punto di incontro di soggetti che avevano in comune la città, ma anche altro… Andrée Shammah, la padrona di casa, Philippe Daverio, fresco ex assessore alla Cultura, e molta altra gente e c’era anche lui, Renato Mannheimer, il primo statistico – intrattenitore della storia italiana, quantomeno di quella televisiva.
Si accapigliava, Mannheimer, quella sera, proprio con Daverio, in una querelle che ricordava Fo e Andreasi, Jannacci e Gaber, su Milano e le acque. Io arrivai tardi, quando già le feroci e affamate presenzialiste dei buffet avevano rastrellato vassoi e bottiglie di prosecco semi vuote, ma assistetti a questa splendida gag di due allogeni che costruivano una Milano da sogno sui loro ricordi, incastrati fra le rivincite di un emigrato, l’alsaziano Daverio e le microanalisi di un membro di spicco di quell’intellighenzia ebrea che strabordava nella città ambrosiana, dalla Statale al Corriere, dalla finanza alla cultura. In fin dei conti eravamo in casa di una delle signore del salotto radical chic, Andrée Shammah, il Franco Parenti era un teatro in cui si esibiva Paolo Rossi, Scaglia ci aveva messo lì quella che oggi è una cosa normale, ma allora sembrava un paradiso in terra di computer connessi alla rete.
In quelle luci giallo Fastweb, con quella faccia un po’ così, da Topogigio divertito, sembrava a suo agio, aneddotico e complice, quasi intrigante: veniva voglia di star lì fino a tardi, mettere le sedie a caso, su una appoggiarci un piattino con tartine smunte e pop corn afflosciati dall’umidità e un bicchiere di plastica e ascoltare lui e l’altro affabulatore, Daverio appunto, giocare a rimpiattino con i ricordi e i ricorsi storici di una città che l’acqua l’ha avuta protagonista nel bene (le pietre del Duomo arrivavano dietro piazza Fontana, in Via Laghetto – nome non casuale – dal Naviglio, con la scritta A.U.F., ad usum fabricae, quindi gratis, a ufo, come’s dis a Milan) e nel male (vai tu a Niguarda o nell’Isola quando viene un fortunale, oggi…).
Poi lo conobbi sul campo, quello di battaglia: una grande (ma non così grande…) azienda, ancora di cultura padronale, voleva pagare ISPO per una ricerca con un cambio merce, il lavoro dell’Istituto di Ricerca in cambio di computer… Non vi dico la faccia: sembrava veramente Shylock, incazzato come una vipera perché questi non capivano. Il padrone della baracca, brianzolo, vantava pure le entrature che avrebbero potuto offrire a ISPO presso grandi aziende del settore, la faccia stupita di Mannheimer non fu sufficientemente chiara, ma io tremavo come una foglia. Offrire delle “raccomandazioni” presso grandi aziende a quello che allora era il sinonimo della parola sondaggista sul dizionario era qualcosa di talmente provinciale che pure io, orobicamente barbaro, non mi sarei nemmeno  sognato di immaginare.
E poi la cosa si fece e lui fece un grande show: nella sala delle Grida, in Borsa Italiana, presentò la ricerca: uno show tipicamente e sarcasticamente mannheimeriano, con tanto di coup de théâtre, una slide che non funzionava e il regista dell’evento che in cabina sacramentava come un camallo. Ma lui, non etereo, non superiore, ma grande, se ne uscì con brillante ed elegante arguzia.
Non so se mi abbia affascinato, ma di sicuro era una mente lucida, capace di vedere oltre. Un po’ mi manca, non so voi: Pagnoncelli sarà anche in voga, ma è noioso come me, è bergamasco…