di Simone Fornoni
Dalla Favola sul campo allo spettro della disoccupazione dietro il tratteggio di gesso che delimita l’area tecnica. Con una costante, nel bene dei ricordi ancora troppo recenti per non ferire e nel male dell’usa e getta da amarognolo nel palato, destino riservato ai novizi della panchina stritolati fra progetti tecnici mai decollati e contrattini da traghettatori. Il miracolo pallonaro che fu, in riva a quel Serio che sa di tessile e stampi per materie plastiche ma da tempo puzza di crisi,  l’AlbinoLeffe retrocesso nei dilettanti per il secondo anno di fila. Roberto Bonazzi, come tanti, che però nella stragrande maggioranza non hanno il suo blasone né il suo curriculum, aspetta che gli piova dal cielo la manna di una nuova opportunità, leccandosi le ferite dell’ingratitudine e di quell’interregno novembrino del 2014, tra Alessio Pala e Amedeo Mangone, in sella alla creatura che aveva contribuito a fare grande coi tacchetti sotto le scarpe, fino alle soglie del paradiso. L’ultimo tenue contatto col calcio professionistico prima di essere lasciato a spasso. Dall’oggi al domani. E soprattutto senza colpe.

bonazziok Tre ko in campionato e uno in coppa, fine dei discorsi. Lo scudetto Berretti di categoria vinto in primavera già dimenticato, come il ruolo di vice di Elio Gustinetti in prima squadra nella cavalcata playoff arrestatasi dal dischetto a Cremona, timida fotocopia da Lega Pro della A sfiorata nella famosissima doppia finale col Lecce nel 2008 con Armando Madonna al timone al posto del suo mentore, filosofo del 4-4-1-1 che poi Colantuono avrebbe riproposto con Doni in nerazzurro. Nessun calciofilo bergamasco che si rispetti può dimenticarsi le gesta del Maxi Moralez nostrano con mezza spanna di statura in più, perché sono più indelebili del bluceleste e ancor prima del celeste che il ragazzo di Cazzano Sant’Andrea ha indossato vivendoli e onorandoli come una seconda pelle. Nel 1990 era una riserva dello squadrone che vinse l’Interregionale (girone C) davanti al Lecco, perché a infilare la porta ci pensavano Fabio Grandi e Massimiliano Maffioletti, due punte pure. I lanieri del presidentissimo Maurizio Radici, tornati tra i professionisti grazie all’allenatore Luigi Bresciani, due giri di corsa dopo si affidano a Bortolo Mutti et voilà, il salto in C1, Bonazzi totem irrinunciabile anche se non è mai stato un goleador in senso stretto: in quella stagione sono sei (c’erano pur sempre Maffioletti – 11 – e mister 14 gol Claudio Balesini), saranno comunque ben diciassette undici anni più in là, in occasione della storica promozione in serie B della Big Fusion, quella dell’inizio della Favola, con Christian Araboni centravanti e il Gus a dirigere dalla panca.

bonazzi2 Gli anni di platino del calcio bergamasco, i mitici Novanta, specie di quelle succulente fette di provincia alla ricerca della torta e anche della ciliegina sopra, se è vero che le cose viaggiavano alla grandissima anche ad Alzano (cadetteria conquistata in fin de siecle) e ad Albino, la controparte valligiana della sinergia del 1998 all’epoca della C2 per entrambe. Anni in cui a un altro eroe della rincorsa alla gloria partendo dai dilettanti, Gianni Cefis, e a un difensore come Alessandro Furlanetto, compagni dell’annata del 1992/1993 nella terza categoria del calcio pro, sempre agli ordini del profeta Lino da Trescore, capitava di essere spediti nel pacco a Verona insieme al fenomeno in sboccio Pippo Inzaghi. Non lui, non Roby dal cognome valgandinese, un giocatore ad altissima fedeltà seppur con molti diversivi alle due maglie predilette: il Monza in un anticipo di B (1993/94), un biennio lecchese (’96-’98) con promozione in C1 incorporata (Elio mister, ma guarda), poi Lumezzane in C1 e Montichiari in C2, l’anno giubilare a metà fra Atletico Catania in C1 e Valenzana in D e infine la chiusura della parabola al Pergocrema, di cui avrebbe brevemente allenato la Berretti in tandem con Claudio Mascheretti (suo compagno a Leffe e team manager in bluceleste) e la prima squadra con Alessandro Scanziani nel 2009/2010. Più di cento palloni in porta in un ventennio, dal 1988 al 2008, in bacheca la Coppa Italia di C del 2002 (2-1 in casa al Livorno e ko per 3-2 al “Picchi” ai supplementari, con rigore di apertura suo), e alla fine del contratto con la Celeste un’intervista-sfogo che costò a Simone Pesce de l’Eco di Bergamo l’avvio di una serie di ban assortiti dal centro sportivo di Verdello. Ma dalle parti di Zanica mica sono vendicativi: quando servi, ti richiamano, come già successo al Mondo e al Mindo. Sotto il tappeto dei ricordi, le briciole della fin qui sfortunata vicenda da tecnico: timbro negli Allievi dell’Hellas Verona (2011/2012) e la stagione successiva, da subentrato, all’Albano di Zanga, in Prima Categoria, nel duo col preparatore atletico Gianluigi Pasinelli, segno che il nostro di umiltà ne ha da vendere. Nonostante quel passato monstre, roba da tirarsela da qui a Cazzano.