di Matteo Bonfanti
E’ capitato che sono diventato grande. Mi è successo in fretta e furia, senza pensarci neppure un minuto. Un attimo e le parole mi avevano già portato lontano dalla mano grande e forte di mio papà, Marco, sessantasei anni compiuti ieri.
La mia vita è stramba: mi alzo a mezzogiorno, lavoro più che altro di notte. E ora che è l’una e trentacinque circa avrei mille cose da fare, un sacco di arretrati, una ventina di articoli promessi. E una buona dozzina sono ritratti di gente che ci aiuta in questo misterioso e tragicomico disastro che è l’editoria nell’anno 2016, strani giorni in cui i soldi non bastano mai. Per una volta me ne fotto, tanto i nostri sponsor li abbiamo accuratamente selezionati: sono amici, brave persone, di cuore. E so che apprezzeranno che in questo momento non mi occupo di loro.
Ho un’altra cosa che mi preme, ce l’ho addosso da questo pomeriggio: ho voglia di tornare bambino, quindi manco scrivo al computer. Prendo una bic blu e un paio di fogli di carta da pastrugnare. Apro una Ceres, mi guardo il temporale che entra dalla finestra della sala e cerco di concentrarmi sul tema assegnato alla classe dalla maestra di mio figlio Zeno: racconta com’è tuo papà.
Quindici giorni fa mio babbo ha rischiato di morire. Aveva il cuore affaticato e l’acqua nei polmoni. L’hanno salvato i medici di Lecco, ritirandolo di qui per i capelli. Io l’ho saputo a cose fatte, quando ormai era fuori pericolo, per ultimo, dopo sua moglie, Angela, mia sorella, Chiara, mia mamma, Valeria, che è la sua ex, Beppe, che è suo fratello, Carlo e Odetta, suoi compagni di scorribande.
Impegnato nel mio scapestrato viaggio di artista, che ogni giorno perde il telefono dalle tre alle dodici volte, ero irraggiungibile, lontano da chi mi ama, nel mio vizio che lascio in fondo le persone piacevoli, mai gli stronzi che ho sempre in testa e che coccolo, spesso facendomi del male.

Intanto io e mio padre siamo distanti, lui sta a Lecco, a Pescarenico, io a Bergamo. Quanto al cuore andiamo a tratti: quando ero bambino, eravamo inseparabili. Dalla mattina presto, le otto, quando partivamo per andare a scuola: io, che ero piccino picciò in mezzo alla Lambretta, mio babbo alla guida, mia sorella Chiara in fondo alla sella, che rischiava di volar giù. E tutti e tre ridevamo da matti perché c’era il sole e c’era un cane che ci inseguiva perché puntava a morderci le chiappe. Mio papà è divertente, tanto, è un simpatico. E non sembra perché è alto e grosso, ma è pure un tenero che se glielo chiedi c’è, sta lì, accanto. C’era quando giocavo a pallone ed era alla partita come devono stare i genitori, tranquilli in tribuna, evitando protagonismi, col viso rassicurante e felice per le mie corse a perdifiato sulla fascia destra del campaccio mezzo spelacchiato dell’Aurora San Francesco. C’era dopo, la domenica a pranzo, a commentare la mia gara manco fossimo ospiti di Novantesimo, sottolineandomi gli assist fatti, mai le palle perse per il mio desiderio di dribblarmi l’intero mondo conosciuto, panchina avversaria compresa. C’era nel pomeriggio, che andavamo al Milan, a San Siro, e stavamo a cantare i cori della Curva Sud, che era di sinistra, perché ancora non c’erano né Silvio né le sue bande nere. C’era d’estate, a Poira, in Valtellina, otto letti, io, lui e sei miei amici, cinque ore al fiume a fare andare le barche fatte la mattina con la corteccia degli alberi del bosco.

Da ragazzo mi sono allontanato. Ho dovuto. Non mi sento in colpa, l’ho fatto perché non aveva senso diventare la sua fotocopia. Mio babbo è una persona bellissima e c’è stata una sera che avevo una ventina d’anni e che mi sono scoperto a scimmiottarlo. Allora ho deciso di andare via per un po’, il tempo necessario, per costruirmi, per essere un altro, io.

Mio padre è intelligente e quando sono tornato è stato tutto come prima, molto simile a quella favola del Vangelo che racconta del figlio che se ne sbatte le balle dei genitori, poi però torna perché ha parecchio bisogno, che sente che gli sta andando davvero di merda, e loro due gli aprono la porta, lo accarezzano e gli danno un sacco da mangiare e da bere.
Così tra noi. Due anni fa mi sono schiantato in moto, scegliendo la morte, che non mi ha voluto. Mi sono svegliato all’ospedale e mi ha preso la nebbia, che quando riempie il cuore, incasina ogni cosa. Allora ho iniziato ad andare a trovarlo. Vado una volta ogni quindici giorni e mi porta al ristorante, sul lago, il Lario, il posto dell’anima sua. E mi racconta com’era quando aveva la mia età, l’identica poesia, che è da diradare e da decifrare, per non accopparsi con la malinconia.

Mio papà è famoso. Siamo al primo, ai pizzoccheri, e c’è sempre qualcuno che arriva al nostro tavolo. Gli sorride, lo saluta affettuosamente, gli stringe la mano, gli chiede “come va?”. Sono i suoi ex alunni, un esercito di lecchesi che lo adorano perché mio babbo è stato il migliore maestro nella storia dell’istruzione in Italia. Scrivono tutti meravigliosamente e hanno uno straordinario approccio alla vita, il marchio di fabbrica delle elementari di Acquate, tra le primissime a tempo pieno, un posto dove s’insegnava che l’esistenza va vissuta colorandola coi pennarelli e le tempere, con arte, che è cosa ben diversa dall’artigianato.
Mio papà è comunista, che significa che sta bene se anche gli altri hanno due soldi in tasca per realizzare i loro sogni, quelli piccoli, tipo uscire a bersi un paio di birre con gli amici d’infanzia, quelli grandi, come la sua televisione che ha anche il Tre D e a me fa paura perché pare un’astronave, pronta ad alzarsi in volo quando meno te l’aspetti e portarti su Marte dove fa un caldo bestiale, peggio che nel Sahara.
Mio papà è cattolico ed ha aiutato un sacco di gente, portandosi a casa qualsiasi disperato, trattando come principi, tossici, negri, orfani, adolescenti difficili, urloni e incazzosi, quelli che noi schifiamo. Fuma, tanto, mentendo sul numero di sigarette, beve, il giusto perché un po’ ci vuole, scrive da dio, che ogni volta che ci manda un bigliettino stiamo a piangere una settimana e non esagero. Insomma è un bel tipo e mi piacerebbe farmi un viaggio con lui in America Latina, tra gli ultimi, che io raramente frequento perché non ho il suo coraggio.