di Simone Fornonicaglionidue
È ospite fisso in sedia a rotelle del Carisma, che prima era noto come “il Gleno” e basta. Ma fino a sei-sette anni fa scorrazzava nelle vie dello struscio improvvisando fiere concioni di umanità varia e, soprattutto, dipingeva qualunque cosa gli passasse per la mente. Tanto da lasciare traccia permanente di sé anche sui muri. Tanto da spingere i politici nostrani, dal 31 ottobre al 2 novembre del 2008, quando la salute era già andante, a organizzargli una personale sul Sentierone, battendo all’asta anche magliette e merchandising vario fino a raccogliere 15 mila euro. Oggi Stefano Caglioni, che un certo Vittorio Sgarbi s’è scomodato a definire “il Ligabue di Bergamo”, con tele e pennelli non ha più niente a che fare: i malanni pregressi e l’artrosi non glielo consentono. Però, vuoi mettere, di recente è stato pure materia di una tesi universitaria, “L’Art Brut di Stefano Caglioni: quando creazione e follia convivono”, che ha consentito a Eleonora Canali di laurearsi brillantemente in psicologia clinica.
Un mito destinato a sopravvivere alla sua assenza dal paesaggio urbano, in cui s’è stagliato all’orizzonte per decenni. Chi va per i quaranta e oltre non può non ricordarne nitidamente le apparizioni, specie negli anni novanta. Chiodo d’ordinanza con barba e capelli folti, anche se poi se li sarebbe quasi rasati, sostituendo la A di anarchia tatuata in fronte con la corona di spine. “Chitarrista di Death Metal” alla voce professione sulla carta d’identità. Chitarra davanti al Coin e discorsi strascicati e blesi da rivoluzionario d’accatto durante le assemblee studentesche. Un modo tutto suo di interloquire. “Fascista!!” urlato al gelataio con la Carpigiani sul retro del piazzale delle autolinee, il solito scrocco delle paglie ai passanti e le battutacce alle ragazze sulla Corsarola, tipo alla vigilia di Italia-Brasile: “Se vinciamo i Mondiali la date, chiaaaaarooooo?”. Per chi ha avuto la ventura di assistervi, anche qualche innocuo calcetto inferto alle spalle agli studenti occhialuti per vedergli volare via il supplemento di vista. “Lo Stefano”, a cui anche i bambini hanno sempre dato del tu, scriveva sul giornalino del “Sarpi” discettando d’arte con competenza degna di nota e con gli stessi toni misticheggianti delle sue opere: “Gesù Cristo – Io”, il titolo di una delle tele (in cui appare a confronto con l’Onnipotente, in Croce) oggetto delle sue mostre il più delle volte improvvisate. Tra murales (come la famosa Madonna in via San Bernardino), panorami, nature morte, vedute di Bergamo e soggetti sacri, non lo sa nemmeno lui quante ne ha sfornate: “Diecimilaottocento”, ebbe a dire nell’autunno 2008, “Più di settantamila quadri sempre venduti a buon prezzo”, nell’intervista a “Bergamo Economia” nel dicembre 2014. A più di quattro dal ricovero per emorragia cerebrale, ma a quanto pare ne ha avute un paio, più un’ernia cervicale e una polmonite, e per un bel po’ è stato alimentato via sonda.
La sua storia personale è avvolta nelle nebbie delle dicerie da ballatoio e dei misteri, in mezzo ai quali il personaggio “Cagliù”, da ex bagnino all’Italcementi, è abituato a sguazzare con ironia: “In India c’ero andato per dipingere, ma non ho trovato i colori”, l’esilarante proemio all’ultimo trionfo nel salotto buono. Già, il viaggio in Oriente sfociato nel presunto trip perenne, a quanto si vociferava alla ricerca del fratello perduto (in realtà ha una sorella e la madre, Romilda Sassi detta Rori, che si occupano di lui), dopo la laurea in lettere svanita all’ultimo tuffo e l’Accademia Carrara lasciata a metà per non meglio precisati scazzi col maestro Trento Longaretti. Il naif per eccellenza, di cui non si conosce di preciso nemmeno l’età, anche se quando Anna Gandolfi del Corsera andò a scovarlo nel suo buen retiro da istituzione dimenticata, dicembre 2012, il nostro ne aveva sessantatré. Tutti sono concordi nel dire che la famiglia problemi di soldi non ne ha mai avuti: in una famosa lettera a Bergamonews prima della famosa mega mostra, l’ex capo ufficio stampa di Enichem Giorgio Secchi, suo quasi coetaneo (’51) e in gioventù vicino di casa, rivelò che il Caglioni viveva in una bella villa dietro la galleria Conca d’Oro, che fin da ragazzo era piuttosto agitato e che poi si scelse volontariamente una vita di strada.

caglioniquadroOltre ai mille travestimenti. Da punk, quando decise di archiviare il metal. O da “compagno di classe di Bossi ma sostenitore di Rauti, capitoooo?”, refrain soffiato nelle orecchie degli avventori del pub in cui era solito infilarsi. E poi te lo ritrovavi a dirigere il traffico o a far sermoni sul pullman con la talare indosso. Oppure, col rispolverato chiodo ma sbarbato di fresco, a mostrarti fantomatiche boccette “di roba che fa andare fuori”, seduto all’aperitivo del Caffè del Tasso. Il mitico Caglioni, al confine tra arte, poesia e follia.