di Marco Oldrati
È a primavera del 1975, domenica: il Giro arriva a Bergamo, io sono sullo stradone dalle parti di Treviglio, come Jannacci, aspetto il mio idolo, il Felice da Sedrina, ma in testa al gruppo ci sono il Tano e il Tista. Il Tista, soprattutto, mi rimane impresso: è l’enfant du pays, siamo a meno di dieci chilometri da casa sua e la tradizione vuole che i corridori di casa siano davanti per ricevere il saluto dei loro tifosi.
Tista, Giovanbattista Baronchelli, ha già una fama di campione: l’anno prima ha messo alla corda Merckx, il Cannibale, sulla salita che da Misurina porta alle Tre Cime. Ha rischiato di vincere il Giro d’Italia quasi da esordiente, in un mondo in cui Eddie domina e in Italia pochi gli stanno dietro (Gimondi e qualche spagnolo) e anche al Tour ha pochi rivali, anche qui spagnoli e olandesi. Tista l’ha sfidato, l’ha quasi battuto, ma è quel quasi che già comincia a stamparglisi addosso, sulla fronte…
Quel naso è triste come una salita, ma gli occhi allegri da italiano in gita non ce li ha Tista, è un timido, un introverso. Uno che fa sempre bene, dà sempre quel che ha, onestamente, al punto di pagarla anche un po’ cara. Un gregario di Gimondi, (quando il Felice ha in squadra Tano, Gaetano, fratello di Tista, e Tista) viene spedito in cima al gruppo a controllare chi sta tirando e scopre che è Tista, lo riferisce a Felice e Felice lo manda davanti di nuovo a dare uno scappellotto a Tista. Sono anni di eroi, Fausto Bertoglio che non si fa staccare da Francisco Galdos fino in cima allo Stelvio, dove finisce il Giro, Gimondi che arranca sul Gardeccia per tenere dietro a De Muynck, le prime sfide fra Moser e Saronni, e Tista è sempre lì, con i primi, ma mai primo.
No, falso, primo arriva spesso anzi, quasi sempre ad una gara sull’Appennino Ligure, la più dura del calendario di allora, vince più volte (cinque?) consecutivamente, ma nelle corse a tappe è una specie di maledizione. Un anno addirittura succede un piccolo “vado io o vai tu?”, in cui Ferron, il grande Ferretti si perde nello scegliere il capitano fra lui, il Tista, Silvano Contini e Tommy Prim, così, dietro il grande cannibale degli anni ’80, Bernard Hinault, la Bianchi Piaggio piazza tre uomini, Prim secondo, Contini terzo e Tista quinto, ma perde ancora il Giro.
Ma il suo calvario da secondo nell’ordine d’arrivo è anche un calvario di grande prestigio. A Sallaches, qualche anno dopo, il bretone che l’ha relegato al quinto posto al Giro decide di vincere il Campionato del Mondo. E come fa? Tira lui, per 100 km sotto l’acqua. L’ultimo a tenersi attaccato alla ruota con grande dedizione, forza e tenacia è lui, il Tista, che perde quella ruota solo all’ultima salita e arriva a un minuto. Un’impresa che celebreranno in pochi, ma un’impresa. E non la più grande.
Perché la più grande viene qualche tempo dopo, quando, passato a inizio stagione alla corte di un altro totem, Moser, fa a cornate con il D.S., Gianluigi Stanga, quando a Foppolo (io sono lì di nuovo, me la sono fatta in bici da Bergamo) non aiuta in salita Francesco e lo lascia affondare sotto gli attacchi di Visentini. Bene, dice Tista, non mi volete? Me ne vado. E passa agli ordini del rivale numero uno, Beppe Saronni, che già conosceva ai tempi della SCIC. E così, al Lombardia dello stesso anno, Tista fa il capolavoro. È in gruppo con un’altra decina di squali, fra cui uno squalo tigre, un irlandese con la ghigna di un pugile: Sean Kelly. E Tista stavolta decide che è il suo turno.
Parte a un chilometro dall’arrivo e non lo prende più nessuno, con la maglia della Del Tongo gialla che schizza via verso il traguardo.
Ne ho sentito parlare ancora, di Tista, da Vanna Noris, che organizzava le prime edizioni della Gran Fondo Felice Gimondi: diceva che Tista veniva sempre, ma faceva il percorso corto (vincendolo…) perché così il pomeriggio poteva andare a gareggiare da un’altra parte. La sua religione? La bicicletta.

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