di Simone Fornoni

Quando uno sfonda nel mondo del lavoro distinguendosi dalla massa, scinderlo dal personaggio che si costruisce intorno, mattoncino dopo mattoncino, sarebbe come pretendere di radere al suolo il residence per fare le pulizie in cantina. Rimane l’immagine pubblica, magari distorta, che però è il segno indelebile di chi conta e qualcosina può dire di averla fatta. Nel caso di Vittorio Feltri, giornalista e antipatico di successo, grattando sotto i giudizi di taglio politico su un carrierone con pochi eguali c’è la sostanza di una penna agile e dalle frasette taglienti, in grado di dipingere la realtà dalla sua specola visiva senza mai risultare piatta o banale. E anche abituata a cambiare spesso parrocchia, come capita a chi scrive per guadagnarsi il pane, figurarsi a chi riesce pure ad alzare il prezzo a ogni cambio di sagrato durante il giro delle sette chiese.

Lo scriba bergamasco più famoso, quello che negli anni d’oro dei Berluscones veniva facilmente dipinto come la voce del padrone e non aveva remore nel chiamare “bamba” gli avversari del reuccio ora detronizzato delle antenne tv e di Palazzo Chigi, aveva cominciato (’62) proprio al giornale della Curia. Quand’era un giovanissimo impiegato della Provincia, presto spostato al brefotrofio: le rette, un nome da dare ai figli di enne enne. Lì, vedovo e con due gemelle a carico, trova anche la seconda moglie Enoe. E ne ha fatta, di strada, da quelle recensioni cinematografiche per l’Eco di Bergamo, fino alla fondazione di “Libero”, diretto nel 2000-2009, a ruota della scrivania più ingombrante de “Il Giornale”, con doppio avantindré carpiato nel 2009-2011, diventando poi una sorta di padre nobile del centrodestra da quando il centrodestra è ufficialmente morto con la condanna e l’interdizione del divo Silvio. Una vicenda che sarebbe banale riassumere con il presunto ruolo di megafono dell’italiano più discusso dell’ultimo quarto di secolo. E che nei mitici Anni Ottanta l’aveva visto in sella al “Bergamo Oggi”, da sprovincializzato di ritorno, dopo l’assunzione a “La Notte” e al “Corriere della Sera”, nell’illusione di creare il secondo polo della stampa nella Città dei Mille, gloria garibaldina ma anima troppo democristiana per scalzare i vecchi equilibri.

Difficile, specie a Bergamo, prendere i cadaveri e resuscitarli in edicola, cosa riuscitagli pressoché ovunque. Di quel biennio ’83/’84 – insieme al bresciano Maurizio Belpietro – c’è traccia negli annali di un ambiente tra i più competitivi e carogne che esistano, e del resto alla scuola feltriana sono cresciuti in molti. Ma casa sua, per il padre (Mattia, il primo dei figli di secondo letto: sono quattro in tutto) e fratello (Ariel) d’arte, storicamente è stata solo il buen retiro sulla Maresana e la rampa di lancio per i picchi successivi di una parabola professionale con poche curve in discesa. Da inviato speciale del Corsera (’84/’89) alla direzione dell’”Europeo”, da quella de “L’Indipendente” (’92) nella parentesi forcaiola pro Mani Pulite – Craxi “cinghialone”, do you remember? – a quella del figlio prediletto strappato a Indro Montanelli (’94/’97), fino ad arrivare ai giorni nostri, il pollice verso si limita a una manciata di esperienze dalle tracce annacquate: il mancato rilancio del settimanale “Il Borghese” fondato da Leo Longanesi, e la direzione editoriale senza squilli del Quotidiano Nazionale (’98/’99). Tra tante vittorie, qualcuno che l’ha sconfitto, il Feltri, c’è: Antonio Di Pietro, l’ex amico che gli passava le news dalla Procura di Milano, lo subissò di querele (35) e per ritirarle lo costrinse a un’umiliante marcia indietro con dimissioni incorporate dalle colonne del quotidiano di Berluschino. Ma lui, 73 anni il prossimo 25 giugno, è ancora in auge. L’ex magistrato molisano no.